Zona grigia
«Era uno sfigato, amio».
China davanti allo specchio del bagno della scuola, Lavi si aggiusta le ciglia finte cercando di non ferirsi con gli artigli fuxia. Poi aggiunge senza scandire, senza mai chiudere le labbra, una cosa che sembra tipo: «Che ti frega, finiva male comunque».
Gabriel in carcere ha resistito tre settimane, prima di uccidersi. O forse è morto in una rissa… non ho sentito molto, in realtà. Ne parlavano ieri sera i miei prima di uscire per cena. Dicevano qualcosa su un errore di valutazione, una roba del genere. Credo si riferissero al fatto di aver scelto “troppo in fretta” il ragazzo delle ripetizioni. “Chi poteva immaginarlo…”
«Cioè, non voglio dire “che ti frega” nel senso che non sia una cosa triste», precisa Lavi – forse, magari, si è resa conto di aver esagerato. «Intendo: vai avanti. Ha tentato di saltarti addosso, la galera se l’è cercata».
Le sue parole mi appannano i pensieri. La guardo tirarsi i capelli e passarsi il rossetto scuro troppe volte. Ogni gesto, ogni suono che emette – le labbra che schioccano, le unghie che ticchettano sul cellulare e poi sullo specchio – mi rimbomba nella testa e poi esplode in un’ondata di nausea.
«Oi, Giulia, stai bene?»
La voce mi si strozza a metà della gola. Devo tossire per tornare a respirare. Resto seduta sul davanzale della finestra, e per la prima volta da quando è successo, quel pomeriggio mi scorre davanti agli occhi come un film. Ripenso all’abbraccio della poliziotta che ha raccolto la mia testimonianza, soprattutto. Mi accarezzava i capelli come faceva mia mamma quando ero piccola. Sembrava davvero preoccupata.
«Credo di avere la febbre», rispondo.
Gabriel mi ha aiutata con i compiti di chimica per sei mesi. Era timido: evitava sempre di guardarmi negli occhi, anche quando lo costringevo a farlo piazzandomi tra la sua faccia e il libro.
“Ti piaceva?” mi ha chiesto la poliziotta. “Certo che no!” ho sbottato.
Veniva a casa in autobus, con uno zaino vecchio e sporco e degli occhiali neri che di sicuro aveva preso al mercatino. Non mi piaceva. Però lo volevo, volevo che lui mi volesse. Per farci cosa non lo so. Da decidere.
Mica era la prima volta che giocavo a quel gioco. Mi guardi le storie, mi metti le reaction, io ti mando delle foto in DM, ricevo le tue e poi ti ghosto. Facile. Avevo già pensato di cambiare insegnante di chimica, tra l’altro. Così non l’avrei mai più visto. Lui però nemmeno mi seguiva. Assurdo, considerato che ogni giorno devo rifiutare almeno dieci richieste di maniaci che mi chiedono una foto del brillantino all’ombelico. Ne avevo una veramente top pronta per lui, con un dito che tira giù un lembo del perizoma. Ma, ovvio, non gliela potevo mandare io. Doveva chiedermela. Anche non esplicitamente. Insomma doveva fare almeno un gesto, sennò che disagiata.
«Ti accompagno in segreteria?»
Lavi sembra credere alla cosa dell’influenza e mi risale su il vomito.
«Vado da sola, torna in classe», le dico. Ma lei si rimette ad armeggiare con le ciglia da cerbiatta.
Cammino lungo il corridoio fissando il vuoto come un condannato a morte, verso un futuro che per la prima volta inizia a farmi paura. Mi terrorizzano questi pensieri nuovi, e mi terrorizza il tempo che dovrò passare da sola con me stessa da adesso in poi. Ora che inizio a capire cosa intendeva il commissario maschio – quello che stava con la poliziotta – quando mi ha detto di “non oltrepassare il limite”.
Mi dava parecchio fastidio, quello. Mi guardava come se non si fidasse di me.
Faceva delle domande odiose.
«“Non ti conviene sfidarmi”, due cuori, e lo sticker di una bambina orientale con la faccia minacciosa… perché hai mandato questo messaggio a Gabriel? In che senso ti avrebbe sfidata?»
«Era così, per dire».
«Per dire cosa?»
Più lui cercava di mettermi in difficoltà, più la poliziotta mi difendeva. «Cosa vuoi insinuare?»
Lo guardava malissimo.
Li ho sentiti discutere fuori dalla porta, quando lei lo ha trascinato via con la scusa di un caffè. «Che stai facendo? Ma ti senti?» gli ha detto. «Vuoi chiederle pure cosa indossava? Guarda che la vittima è lei».
La risposta di lui non l’ho capita bene. Però era una cosa sulla difficoltà di fare il suo lavoro. E poi forse sulla responsabilità, la coscienza. Le zone grigie.
Era troppo tardi per tornare indietro.
Nel corridoio, i miei genitori parlavano al telefono con l’avvocato. Lavi e Mia erano accorse nemmeno venti minuti dopo il richiamo in chat. Io ero in lacrime – vere, col trucco sciolto, la maglietta strappata.
“In Italia non viene mai arrestato nessuno, solo Fabrizio Corona”, questa cosa l’avevo sentita dire ovunque e così ho pensato che non gli sarebbe successo niente. Che sarebbe stato uno scherzo. Una cosa di cui ridere con una canna tra le dita. O forse non ho pensato e basta. Non sapevo nemmeno che esistesse la carcerazione preventiva. Cioè, in che senso si va in carcere prima del processo? Poi ho googlato e ho capito che, forse, credevano che sarebbe scappato. O che avrebbe aggredito qualcun’altra.
Arrivo davanti alla segreteria, busso e resto in attesa. Riflessi nel vetro rivedo gli occhi scuri di Gabriel mentre mi strappavo la maglietta e mi sputavo sulle mani per sbavarmi il rimmel.
Mentre urlavo e chiamavo mia madre.
“Perché?” è l’ultima cosa che gli ho sentito dire.
Immagine generata con Gemini AI