ZERO TERMICO

A Dario

L’oggetto fu trovato una mattina di dicembre nell’antico letto di un ghiacciaio, a tre ore di marcia dalla clinica. A rinvenirlo fu un ragazzo, anzi un adolescente, dagli occhi acquosi quasi trasparenti. Aveva modi lenti, un’aria stanca, e una bocca che sembrava non avesse mai sorriso. Era arrivato al centro alcuni giorni prima per lo stesso motivo per cui erano arrivati tutti gli altri. Quiete, era il silenzio che sentiva dentro. Apatia, distanza emotiva: le parole che aveva usato la psicoterapeuta. 

Le creste dei monti incorniciate dalla vetrata immensa avrebbero dovuto risvegliare in lui un po’ di sano stupore per la vita. In realtà, Etel non ricordava di aver mai provato nulla di simile, anzi non era neanche certo di sapere di che cosa si trattasse. Stava bene, stava come sempre. Gli alberi spogli, l’odore dell’inverno, il bacio sulla fronte di sua madre alla partenza, le sue lacrime. Niente lo toccava né lo infastidiva veramente. 

Il caseggiato in legno e vetro affacciava sulla val Clavasiré. In basso, un pianoro degradava fino a un lago di acqua plumbea sovrastato da montagne colossali. Il bianco delle vette aveva inizio da una linea che sembrava tracciata col righello, al di sotto della quale il terreno era asciutto, ricoperto di erba bruna. Etel contemplava quelle cime interminabilmente, sforzandosi di individuare i bordi in cui finivano le nevi ed iniziava il cielo. Ogni suo dispositivo era stato spento e requisito: aveva molto tempo per guardare.

Tutti i giorni, dopo la colazione a piano terra, lui e gli altri partivano per lunghe escursioni nei dintorni, scortati dalla guida e da due o tre educatrici. Camminavano in fila, perlopiù in silenzio. Nel gruppo forse c’era qualcun altro della scuola, ma la sua memoria era incapace di smentire o confermare quel sospetto.

Nessuno aveva l’aria di aver scelto di star lì, ma nessuno sembrava voler essere altrove. Le educatrici illustravano ai ragazzi le particolarità del luogo, li esortavano a fare attenzione a dove mettevano i piedi e indicavano loro gli animali, accompagnando i gesti con esclamazioni di entusiasmo o di sorpresa. Il cibo era abbondante, ricco di vitamine.

Le stanze riscaldate più del necessario e il silenzio della notte così fondo, così pieno, che cadere nel sonno equivaleva a scomparire.

Ogni mattina, Etel riemergeva da quel nulla con la mente ferma, liscia, e come appena nata. Si riteneva che il riposo e l’eliminazione di qualunque stimolo elettronico fossero le basi della cura. Questo era ciò che dichiarava il dépliant della clinica, che Etel aveva letto con sua madre senza coglierne il senso generale. «Disconnessione totale!», «La noia, un’amica da abbracciare», «Rallentare, affinché il silenzio suoni» «Aspettare, finché qualcosa brilla». E ancora: «Il 60% delle persone sottoposte alla cura recupera in parte o totalmente la capacità di ricordare, compromessa in vario grado a livello funzionale in ampi strati della popolazione ma conservata intatta, si ritiene, come potenzialità della corteccia e del reticolo neurale».

Il terzo giorno piovve. Il quarto visitarono il letto di un ghiacciaio che era andato riducendosi nei secoli fino a scomparire qualche anno prima. Il paesaggio era spettrale: grigio e rugoso come una pelle di elefante. Il solco in cui il ghiacciaio aveva spinto e scavato per millenni era disseminato di detriti e rocce frantumate. Lo percorsero in salita, faticosamente, cercando di visualizzare un ghiaccio che non c’era. 

Uno degli ultimi ghiacciai continentali, diceva la voce, andato perso a causa nostra. I ragazzi si aggiravano in quel deserto freddo: svogliatamente si chinavano, sollevavano una pietra, la accarezzavano prima di passarla a un compagno. Etel gironzolava un po’ appartato sentendo solo il cielo gravargli sulla testa. Non riusciva a immaginare nulla. 

Poi lo notò. Era un oggetto conficcato nel terreno, duro e squadrato ma visibilmente intruso, estraneo a quella apocalisse minerale. Non assomigliava a niente di cui potesse avere cognizione. Estrasse la cosa e se la infilò in tasca. Dopo non si chiese perché lo avesse fatto, ma per tutto il tragitto non riuscì a pensare ad altro, prima con impazienza, poi con una smania che non aveva mai provato. Quando passarono accanto al lago, la superficie era increspata e il riflesso delle vette spezzato in molti punti, come in preda al caos. Si era alzata la brezza. 

Etel trascorse le ore successive in balia di un leggero batticuore, l’oggetto gelido a pesargli nella tasca. Solo la sera, finalmente solo, poté esaminarlo. Era sporco, corroso qua e là e di un colore nero opaco, ma liscio e rettangolare. Le sue dimensioni, più che la sua forma, lo rendevano diverso da qualunque possibile device. Sembrava un manufatto, ma eccessivamente piccolo e sottile per poter essere manipolato senza difficoltà da dita umane.

Lo ripulì dalla fanghiglia, lo posò sul tavolo e passò il resto della sera a fare congetture. Era la prima volta che un’attività lo teneva occupato tante ore di seguito, ma anche la prima che qualcosa, sia pur minimo, sfuggiva alla sua comprensione.

Nei giorni successivi cominciò ad allontanarsi di soppiatto dagli spazi comuni per chiudersi nella sua stanza e mettersi a osservarlo. Non sembrava un gadget caduto di mano a qualche escursionista, né un aggeggio di misurazione glaciologica adagiatosi sul fondo con lo scioglimento. Era una cosa incongrua, di età indefinita. Non c’erano pulsanti sui suoi bordi, ma un’abrasione laterale faceva ipotizzare che potessero esserci stati. Il materiale era di una compattezza insolita, e alcune lineette incise sulla sommità potevano essere graffi o una parola misteriosa. 

Etel passò ore a tentare di decifrare l’iscrizione, completando i vuoti con lettere ipotetiche, fino ad arrivare alla conclusione che, se era una parola, apparteneva a un linguaggio sconosciuto. Forse si trattava di un oggetto alieno. Gli astronomi non avevano mai trovato vita su altri pianeti, ma nemmeno avevano escluso che ci fosse. Magari era un dispositivo di comunicazione extraterrestre, adatto a un corpo un po’ diverso da quello umano. O forse era una navicella, o una minuscola città, o addirittura, chi poteva dirlo, una civiltà intera. 

La possibilità che quella cosa fosse un essere lo tenne sveglio per tutta una notte e metà di quella successiva. La sua fantasia ormai era sgorgata. Si accorgeva di sapere molte cose, senza sapere di saperle. E si trovava a collegare nozioni apprese tempo prima, nel corso dei suoi studi forse, o in un’infanzia che non riusciva a ricordare.  

Il nono giorno tornò al letto del ghiacciaio di nascosto, fuggendo da una gita in una zona non lontana. Lo cercarono per ore, sempre più atterriti. Quando fece ritorno al rifugio, nel tardo pomeriggio, disse che si era perso. Non gli credettero, ma il suo sorriso ebete nel volto acceso, sudato, dovette convincerli che la bravata gli aveva fatto bene. 

Dopo cena, nella grande sala in cui si ascoltava musica, lui ripensava a quel che era successo ore prima: era riuscito a immaginare il ghiaccio. Raggomitolato in mezzo all’alveo grigio, lo aveva sentito intorno a sé, possente, vivo come un animale. Poi ne aveva percepito l’assenza.

Per la prima volta in vita sua aveva sentito il tempo scorrere.

Il senso del passato gli aveva quasi tolto il fiato, ma il brivido era stato di piacere. 

Quella sera, nella sua stanza, si intrattenne a lungo scrutando le costellazioni. E in qualche momento imprecisato, pochi istanti prima di abbandonarsi al sonno con l’oggetto appoggiato sul cuscino accanto al viso, si scoprì a pensare al giorno di domani: a come sarebbe stato bello viverlo, quello e tutti i giorni successivi. 

Etel divenne scostante e divenne allegro. Cominciò persino a parlare con gli altri ospiti, senza lasciarsi

scoraggiare dai loro visi impassibili. Non soltanto l’oggetto che teneva nel cassetto, ma anche il panorama, le parole e soprattutto le persone iniziavano a risvegliare la sua curiosità.

Improvvisamente c'erano enigmi dappertutto: ogni cosa chiedeva di essere interpretata.

Gli educatori si scambiavano sorrisi compiaciuti e gli si rivolgevano con più disinvoltura. Forse era vero che l’aria di montagna faceva bene, dopotutto. Il mistero dell’oggetto, però, era diventato un cul de sac. Se voleva fare passi avanti, Etel doveva parlarne con qualcuno o cercare informazioni in rete. Si risolse per quest’ultima possibilità, trasgredendo alla prima regola del centro, colonna portante della terapia riabilitativa a cui erano sottoposti da oltre due settimane. Agì con incoscienza, senza prendere alcuna precauzione: lo sorpresero mentre cercava di scassinare la cassetta in cui tenevano i suoi dati. 

Etel, che delusione! Così torniamo al punto di partenza. E lo misero in isolamento. 

Quando poté riprendere la vita comune, passò un’intera giornata fuori dalla stanza, ansioso di godersi l’aria aperta e ogni possibile contatto umano. La sera, fu convocato d’urgenza nell’ufficio della direttrice. 

Mentre lo invitava a sedersi, la donna aveva un’aria grave, visibilmente alterata. Andò subito al dunque: pulendo la sua stanza, avevano trovato l’oggetto. Nasconderglielo era stato un terribile errore, e forse anche un crimine. Lui probabilmente non si rendeva conto della gravità dell’accaduto, né dell’importanza della sua scoperta. Il reperto era già stato inviato al dipartimento di studi archeologici e sarebbe stato analizzato nel minor tempo possibile.

Etel la guardava stupefatto, con le mani in grembo. Reperto? Che cos’era un reperto? Studi archeologici? Quella parola l’aveva già sentita da qualche parte, per poi dimenticarla come tutto il resto. Le sue domande rimasero senza risposta: la direttrice sembrava più scossa di lui e per nulla disposta a mettersi a discutere con un ragazzino. Per il momento, non doveva fare parola di quanto era successo con nessuno. Lo giurava? Lo giurava. 

Tutto d’un tratto il mondo era diventato un luogo caotico, pieno di incertezza. Come dormire, in quelle condizioni? Quella notte, mentre il rifugio taceva sotto una distesa incontabile di stelle, Etel si diresse verso le stanze chiuse. Fu abile a forzare la serratura esterna, silenzioso nell’aprire la cassetta dei suoi dati con una lima messa di traverso. Il contenitore andò semidistrutto, ma a quel punto non gli interessava più dissimulare. L’avrebbero espulso comunque, tanto valeva sapere. 

Tornò nella sua stanza con il cuore che esplodeva. Cercò informazioni per due ore, dando imput come “oggetto”, “rettangolo”, “reperto”, “val Clavasiré”, senza che venisse fuori niente di sensato. Finalmente, quando stava per arrendersi, trovò un accenno a oggetti simili rinvenuti in quella zona e in corrispondenza di altre catene montuose di formazione millenaria. La notizia lo condusse a un’altra, e poi a un’altra e a un’altra ancora, finché non ebbe più alcun dubbio: una civiltà antichissima, precedente l’ultima glaciazione.  

Era scomparsa circa ventimila anni prima per motivi misteriosi, forse un enorme cataclisma o una catena ininterrotta di disastri. Non ne era rimasto quasi nulla, a detta degli archeologi, salvo quei parallelepipedi minuscoli usati forse per la comunicazione, e pochi oggetti simili, ininterpretabili, disseminati su tutti e nove i continenti. 

Quando ebbe finito di assimilare la scoperta, Etel disattivò l’impianto cranico che aveva sulla nuca premendo il tasto nella cassettina, e rivide per un attimo l’oggetto che nei giorni precedenti, con difficoltà, si era rigirato tra le lunghe dita filiformi. Noi prima di noi, pensò. Ventimila anni fa. A quel punto si lasciò andare contro lo schienale, chiuse una a una le sue quattro palpebre, e spossato, consapevole di essere felice, sprofondò nel sonno.

Immagine generata con AI generativa di Adobe Photoshop

“dipinto ad olio di un sentiero di montagna roccioso e grigio”