VOLEVAMO SOLO UNA BIRRA
Io sono il figlio, uno dei tanti, del consumismo più estremo: preferisco, anche se oggi vacillo in questa certezza, un hamburger industriale alla pizza
La pizza non è che non mi piaccia, è solo che con i drive-in delle varie catene americane riesco ad evitare, seduto in macchina ascoltando the Strokes a palla, il contatto con gli altri. E certe sere è bene purificarsi con del cibo spazzatura anche in casa, con un plaid che coccola i piedi e uno schermo di 43 pollici, che poi è anche un modo per mangiare salutare nei tre giorni a venire, no? Il senso di colpa per le calorie chimiche cambia il mio approccio alla vita già dalla mattina seguente. Fin dalla colazione, imposto la giornata con l’obiettivo di non sgarrare a tavola e di non procrastinare troppo sul divano: una delle due cose riesco a portarla fino in fondo.
La pizza mi piace anche eh, ci mancherebbe: parmigiana con l’aggiunta di zucchine grigliate, bresaola e ancora scaglie di parmigiano. E se possibile, a fine cottura, tre cucchiai di pesto al basilico.
Gli hamburger sono una passione, più che passione un tormento, più che un tormento un desiderio nutrito dalla privazione per anni, essendo cresciuto in un paesino della Sicilia, in quella parte dove il mare è ancora immune dal turismo asfissiante: non per scelta dei siciliani ma a causa delle strade sconnesse e per la totale assenza, se non per un piccolo tratto, delle ferrovie di Stato. Stato quasi mai stato da quelle parti, dove il mare alcune settimane all’anno sfiora un’indicibile bellezza a tal punto che qualche onda ogni tanto si alza, sfidando i forti venti di scirocco, e rivolgendosi al mare della Sardegna urla: “Sti ghiurnati accussì ci la po sucari, mbare.” Insomma, sono cresciuto in un piccolo centro, ancora quasi del tutto incontaminato dalle varie catene multinazionali, anche a causa del sottosviluppo dei collegamenti con il resto dell’isola. Il Mc Donald’s più vicino si trovava ad Agrigento, o a Palermo, e fino ai diciotto anni dovevo sperare che i miei genitori si annoiassero fino alla morte per decidere di andare a fare un giro altrove. Solo in quel modo potevo ordinare due BigMac e nutrirmi con le sue salse chimiche che non facevano altro che alimentare il mio desiderio di cibo spazzatura. La pizza invece, ogni sabato sera. Con la famiglia, con gli amici o con la fidanzatina. Ricordo di aver lasciato una ragazza solo perché non ce la facevo più a mangiare la pizza ogni sabato sera. Come nel film Inception – se ti dico di non pensare ad un elefante, a cosa pensi? Agli elefanti – più mi dicevo di non pensare al Mc e più sbavavo al ricordo di quella biancastra salsina dalla consistenza discutibile, e dai riferimenti ambigui inevitabili che si facevano a quell’età. Gero sentenziava sempre: “Minchia, pensi sempre al BigMac, ti piace la salsina, eh? Allora ti piace il cazzo.” Per la confusione ormonale, o per un’idea impiantatami nei sogni dal panino parlante per vendicarlo, mi baciai con la ragazza di Gero, lui che tra un pungo goffo e un pianto – che io stesso avrei consolato – scoprì la mia inclinazione: “Ma allora non ti piace il cazzo, era come dicevi tu”.
Il consumismo e il panino avevano avuto quasi la meglio sull’amicizia.
Gli studi in Toscana mi spensero la voglia di chimica, portandomi a drogarmi con il lampredotto e i pici al ragù bianco di Cervo. Fortuna che ero povero all’epoca, non meno di oggi. Mi contenevo, ma era come se mi buttassi su qualsiasi nuova pietanza per fare uno sfregio alla pizza. La pizza proprio non mi andava giù. Da quattro anni sono a Roma, vivo in zona Monte Mario: neanche nei sogni avrei potuto scegliere un posto così idealmente perfetto. A duecento metri c’è un Mc e accanto – Ladies and Gentleman, rullo di tamburi e trombette pronte a squittire, please – Old Wild West. Ma non è mica finita qui. L’ ex manicomio in zona – posto che io amo e dove vado qualche volta a consumare un hamburger mentre guardo le signore anziane parlare con i propri cani, più che cani figli, e più che figli, figli per come avrebbero voluto davvero – deve aver stimolato la fantasia di alcuni attenti osservatori e imprenditori, che devono aver fatto questo ragionamento
“Due fast food vicini? Beh, facciamo una pazzia, apriamo il terzo in un raggio di trecento metri. E dove lo metteremo? Signori, il Burger King sorgerà di fronte al Gemelli, il nostro motto è semplice “Fast Food, Fast Ricovery”.
E così, dopo una vita a desiderare quei panini senza una vera traccia di mollica di pane puro, mi sono ritrovato con il cibo spazzatura a portata di mano. Un sogno. Che se fossi un agente immobiliare, valuterei le case a diecimila euro al metro quadro in tutta la zona “E sì, signora! Purtroppo qui non passa la metro, ma vuole mettere le tre catene americane a portata di mano e la possibilità di cure immediate del Gemelli? Io dico che questi 50 metri quadri al piano terra, senza mobili e termosifoni, con tutti i muri da ristrutturare valgono 500mila euro.”
Smetto di parlare, prendo fiato.
Mi guardo attorno, i palazzi hanno smesso di ruotare.
«Scusatemi, cosa mi avete appena chiesto?»
Lui, un ragazzo alto e robusto, con le nocche della mano destra tatuate, rompe il silenzio:
«Noi volevamo solo sapere se c’è una buona birreria qui in zona»
«Ah già, e io ho iniziato a raccontare della mia guerra tra hamburger e pizza, vero?»
«Sì. Dice la ragazza, senza guardarmi in faccia»
«Ma non ti preoccupare, è stata una storia divertente. Certo, a tratti credevo svenissi! Non prendevi mai un respiro. Sembri uscito da un testo di Marinetti. Tutto un tatata parapara!» il ragazzo sembra essersi divertito con le mie parole.
«Che cazzo! Sono mortificato ma quando entro in panico, inizio a parlare a macchinetta, finché le somatizzazioni spariscono»
«Anche tu?» chiede la ragazza, che ora mi fissa.
«Sì, da un po’. Sto andando in terapia, qualche miglioramento arriverà, così dicono…» mentre mi appresto a girare una sigaretta.
«Ma sì che arriverà! Io ho fatto psicoterapia per quattro anni, e ormai ne sono fuori»
«Confermo, sono stati anni… come dire… diversi! Intensi!»
Il suo ragazzo aggiunge, mentre la abbraccia, guardandola con la confidenza di un sentimento reale.
«Chissà vedremo… Ad ogni modo qui in zona ogni pub è una certezza, hanno tutti della buona birra»
«Perfetto. Grazie mille» dice lui, mentre si allontanano.
Io rimango come un cretino sul marciapiede in via Tiburtina. Potrei andare a mangiare una pizza da Formula Uno e fare due chiacchiere con Augusto, oppure potrei bermi una birra da Lore e ascoltare i ragazzi della stand-up.
Certo l’idea dell’hamburger mi stuzzica, a casa. Bello comodo. Da solo, perché sono rimasto solo.
Penso a quanto siano stati gentili quei due ragazzi, per non avermi preso per il culo. La confidenza di lei sul suo percorso psicoterapeutico mi ha messo di buon umore, mi ha dato un po’ di speranza. Chi lo avrebbe mai detto che un survivor del fratello minore avrebbe ritrovato un po’ di speranza? Nessuno. Perché non parlo più con nessuno, ma forse richiamare la psicologa potrebbe essere una cosa da fare.
Prendo il telefono, scrivo un messaggio:
Sono pronto, nuovamente, per parlare affrontare la morte di Marcello. Mi dica quando venire. Il prima possibile, spero.
Mi sento più leggero.
E la cosa straordinaria è che questa volta non ho provato alcun imbarazzo per il mio inutile monologo. Mi è bastato spiegarne il motivo, a loro due è bastato ascoltarlo per capirlo. Questa sera non mi dispiace essere quello che sono, mi dispiace non avere un amico qui vicino a me.
«Ma sì dai, che cazzo! Andiamo a bere una birra da Lore. Sono otto mesi che non entro in un locale! Vediamo se mi ricordo ancora come si sta in mezzo alla gente, magari rivedo i due ragazzi».
Me lo dico a voce alta, per sovrastare i pensieri intrusivi non convinti della scelta appena fatta.
Immagine generata con AI generativa di Adobe Photoshop
“dipinto ad olio drammatico di un uomo solo dentro ad una macchina che mangia un hamburger fuori da un take away”