Ventitré e quarantacinque
Il problema non è averle chiesto «sei tu?», impalato davanti alla cassa automatica, né la temperatura incerta della bottiglia di vino che valuta, a questo punto, di non comprare più. Il vero problema è l’esitazione della ragazza, che lo guarda come chi cerca un ricordo lontano. È così difficile rispondere sì o no? In caso di risposta affermativa, Max dovrà trovare una giustificazione per il suo comportamento inaccettabile, oppure rivelarsi per il cazzone che è, ipotesi tutt’altro che remota. Una risposta negativa? Non c’è e non può esserci, i «no» sono rapidi e sicuri. Le parole gli sono risalite in gola contro ogni resistenza e adesso, di fronte a quella stasi, Max riavvolge la sequenza delle cause e degli effetti, abbozza difese immaginarie, in altre parole: si pente. Avrebbe senz’altro evitato le casse automatiche, se avesse saputo che al messaggio attenda l’assistenza di un operatore sarebbe arrivata una ragazza slanciata, dal profilo crudo di dea greca, che avrebbe esclamato: «Che assurdità queste casse!», sbriciolandogli le viscere. Comincia a credere che dentro quell’uniforme rosso Conad ci sia proprio lei, con i capelli raccolti e un brillantino azzurro al naso. Tuttavia, potrebbe sbagliarsi. In effetti il suo corpo gli è ignoto, per quanto ne sa potrebbe non esistere: Max ne ricostruisce i lineamenti dal ricordo dei lunghi messaggi, dai puntini di sospensione – sempre e soltanto tre, come regola vuole – dalle virgole affilate, vibranti come stoccate di fioretto. Che assurdità, scriveva lei, e lui riusciva a scorgere, tra le esse doppie e il precipitare dell’accento sulla a, i suoi occhi senza colore puntati al cielo (a volte li immaginava muschiati, più chiari di quelli che vede adesso), esasperati e divertiti.
La ragazza tace, passa sullo schermo il tesserino, digita un codice alfanumerico con la fronte arricciata. Si gira di nuovo verso di lui e dischiude le labbra, poi le richiude grattandosi il naso. Lo guarda meglio, ancora non risponde. Max trattiene il respiro. Come risalire, adesso, quella china? Riannodare gli eventi sfilacciati, dare loro direzione e coerenza?
La colpa era senz’altro dei suoi amici. Glielo dicevano sempre, che con le parole era bravo, e poi «ci sta quest’app di incontri in cui le foto sono vietate…ti puoi solo scrivere, serve per instaurare legami autentici. Magari ti distrai, ti fa bene, chessò». Max nicchiava, con il sale sulla lingua e il limone tra i denti, la tequila a bruciargli l’esofago. Si era deciso a scaricare «quest’app» una sera in cui lasciava cadere nel drink una goccia di Lorazepam dietro l’altra, nella speranza di spegnersi in liscia continuità con il sonno dei giusti. Quasi subito, neanche il tempo di arrivare a dieci, tra i profili suggeriti era comparsa S_finita00, female/she/her. Quella notifica gli aveva fatto perdere il conto ed è per questo che ora si domanda come abbia potuto sciupare ogni cosa.
La voce dell’interfono apre un varco: Sabrina al banco gastronomia, grazie. Max afferra un lontano arrivederci; quando lo realizza è troppo tardi, le scatole di cereali hanno inghiottito il mollettone scuro e la ragazza intera. È sparita. D’istinto abbandona la bottiglia e per un attimo gli sembra che tutto assuma urgenza, perché Sabrina comincia con la Esse maiuscola dei nomi propri di persona. Selezionare un tipo di pagamento. Forse Max può spiegare, anzi deve. Ci aveva riflettuto a lungo dopo quell’episodio: come si traduce quel risucchio che gli aveva azzoppato le ginocchia e annullato i pensieri? Cosa si dice in questi casi? Comincia a correre, ma arrivato alle marmellate ha definitivamente perso le sue tracce. «Ehi! Scusa!» Si accorge che sta urlando, una signora china sulla crusca d’avena lo guarda accigliata. Gira verso pasta sughi olii: per arrivare al banco gastronomia deve procedere per gradi di sapidità, è così che funziona. Dal trionfo di ricotte e mozzarelle lo raggiunge un rivolo di aria fredda. La bio di S_finita00 recitava: «Io temo questa brezza sfrontata/che sfiora tutto il mio corpo». (cit. F.F.) e pure Max la temeva.
Del resto, era quello che i suoi amici volevano, che lui diventasse finalmente brezza, e allora si era fatto vento, aveva cercato la citazione in rete; perché in fondo, non era quello che faceva lo scirocco? Spacciarsi per brezza e montare in burrasca?
Tanto valeva fidarsi del primo risultato di Google e scrivere: Ciao! Anche a te piace Forough Farrokhzad? Fortunatamente, non era tenuto a conoscere la pronuncia corretta di quel nome.
Perso nel dedalo di corsie, Max realizza che la catena della sapidità è una grandissima stronza: è circondato da trapani e avvitatori. Si ferma un istante portando la mano agli occhi; in lontananza, una fila di vetrine e luci fredde fa ben sperare. Riprende a correre scomposto, urta una famiglia con bambino che dal carrello urlacchia indicandolo e, di fronte a quel ditino, lo sterno di Max diventa un punto inesteso. Ciao! Anche a te piace Forough Farrokhzad? Lei gli aveva risposto di sììììì, che le piaceva moltissimo, invece, tu? qual è la tua poesia preferita? Non c’era tempo per ricerche approfondite, né per controllare i risultati dell’intelligenza artificiale, perciò, schiaffeggiato dall’adrenalina, Max aveva ingoiato il cuore sfarfallante, o forse era un rigurgito superalcolico, e mentre da scirocco si faceva maestrale, principiava lo sconquasso osservando le sue dita incoscienti digitare:
Indovina.
Così era cominciata.
Dopo la pescheria c’è il panificio, Max si fa spazio tra la gente in fila. Nel mosaico di pollo arrosto e crocchette riconosce il banco gastronomia. La donna che affetta la mortadella si girerà da un momento all’altro e lui dovrà dirle qualcosa. Aspetta senza saliva, mentre prova a pescare le parole giuste. Devono essere precise, esatte. Cammina verso di lui e con le mani guantate stende il lenzuolo di carne sul piatto, che faccio lascio? Max assapora la morte sintetica in fondo al palato, non è lei la ragazza della cassa. Inorridito, serra le palpebre secche di aria condizionata. «Scusami», sussurra tra sé con sollievo: in fondo gli basta una parola sola.
Appena apriva gli occhi ancora densi di sonno, mentre aspettava la zuppa in microonde, in attesa del tram, sul tram, sceso dal tram: Max scriveva, lei rispondeva, lei rilanciava, Max provocava.
Senti, ma come ti chiami?
Tu come vorresti chiamarmi?
Ti chiamerò Esse. E quindi, se Max provocava, Esse accoglieva. Sequele di citazioni, vorticare di punti e virgole, giornate cadenzate da quell’assenza invadente. Quando non sapeva cosa rispondere, Esse sbottava: che assurdità! E Max sguazzava nel piacere dello scacco matto. Allora lei si dileguava, per tornare agguerrita e sfoderare una melliflua ambiguità solleticante. Impressioni, sfumature, richiami: come va? Cosa? Chi? Non importava e non sarebbe mai importato, come vanno gli esseri umani, carcasse ambulanti, come va il mondo insieme ai suoi rifiuti. Che assurdità. Il Lorazepam, nel frattempo, era stato nascosto in dispensa.
Senape in grani, sali e pepi multicolori, sottaceti, Max è quasi certo che sia proprio andata via. Ansima tra i surgelati, curvo, con le mani alle ginocchia e lo sguardo sulla cerniera difettosa dei jeans. Anche se dovesse acciuffarla, in quei mille metri quadri, si chiede se lei capirebbe. Quel sabato non si sentiva tranquillo, questo lo ricorda bene: era in mutande, semidisteso sul divano, che giochicchiava con il ghiaccio nel bicchiere. Aveva aperto l’app per abitudine o per desiderio (non era mai stato in grado di distinguerli):
Credo che gli scrittori contemporanei abbiano paura del sesso, non trovi?
Ma buonasera, qual buon vento. Dici? Hai degli esempi?
No, non me ne sovviene nessuno. Però le scene erotiche dei libri sono patetiche.
Ah sì? E come scriveresti tu una scena erotica?
Max aveva ringraziato il sé del passato per aver scelto un cellulare più piccolo rispetto ai modelli recenti, perfetto da tenere in una mano. Digitare solo con il pollice richiedeva tempo e in quella dilatazione, sullo schermo, comparivano ipotesi e congetture. Bisognava avere pazienza, rieducare la mano sinistra al piacere, assistere al montare dell’attesa. Esse si era accordata all’andamento di quella schermaglia. Domande retoriche – ah, davvero? – puntini sempre e soltanto tre, come regola vuole, assonanze e punti fermi diventavano estremità di una lingua sottopelle. Fino a che una parola, minuscola e curva, Oddio, si era agganciata a un’altra, sì, sorreggendosi a un lieve tremore di virgola: Oddio, sì. Il corpo molle di Max aveva ceduto al sonno con un fiato di fusa. Un rivolo bianco gli colava dall’ombelico, mentre lo schermo lampeggiava le ventitré e quarantacinque.
Nel reparto amici animali c’è sempre odore di piscio di gatto, Max si chiede il perché mentre osserva lattine e crocchette che costano quanto una bistecca. Si avvicina ai giochetti, afferra un pupazzo e tira la cordicella. Il baby pinguino trema. Un ultimo tentativo, perché si è fatto tardi, decide di tornare verso le casse. Gli fanno male i polpacci e questa volta non corre.
Se non fosse stato per la vibrazione del telefono avrebbe continuato a dormire. Il messaggio di Esse gli appariva velato: Vado a letto, che attacco presto al lavoro. Buonanotte, a domani. Max aveva sentito franare le ossa. Intorno a lui, tutto era diventato improvvisamente solido e fastidiosamente presente. Percepiva l’alito acre, le ascelle sudate e il corpo tumefatto, travolto da quelle parole così violente da coincidere con loro stesse. Torno per cena, hai preso lo yogurt? Ricordati di pagare l’F24! Me ne occupo io. Aspettami! Mi manchi. A domani. Era corso in terrazza. Con i peli della pancia ancora impastati aveva acceso una sigaretta, accompagnando gli sbuffi a respiri profondi. La mano sinistra adesso tremava. Guardando il mozzicone precipitare oltre alla ringhiera, sapeva che avrebbe cancellato l’app una volta per tutte e che il Lorazepam lo avrebbe riaccolto senza chiedere nulla, in silenziosa attesa dietro la carne in scatola.
Alla cassa, una donnina dai capelli neri scansiona un gel anticalcare che promette tripla azione. La bottiglia di vino è sparita: prevedibile. Max sguscia tra la fila con le mani alzate, schivando gli sguardi indispettiti di chi attende.
«Mi scusi, forse lei può aiutarmi».
«Mi dica». Un cartone di latte fa bip.
«Saprebbe dirmi dove posso trovare la sua collega Sabrina?».
La donna continua a guardare la rete di cipolle rosse che costa due euro e cinquanta.
Immagine generata con Gemini AI