TRABUCCO2001
Da quando era tornato a casa dall’ospedale, le notti erano state un tormento.
In uno degli incontri settimanali, la dottoressa gli aveva parlato di stress post traumatico. Sarebbe migliorato con la terapia, i farmaci e l’inserimento nella sua nuova routine.
Ad Antonio veniva da ridere. «E per quanto dovrò dormire con mamma e papà?» aveva chiesto tagliente.
«Sai che non sei obbligato a venire da me Antonio».
La psicologa del Centro era una donna minuta sui quarantacinque anni, le guance scavate da una magrezza umbratile e una serie di tailleur scuri sui quali spiccavano per contrasto collane massicce e colorate.
Ad Antonio piaceva il suo modo di non scomporsi e di non fingersi indispensabile. A tenerlo lì non era la sedia a rotelle né il fatto che avrebbe voluto morire, quegli appuntamenti erano soprattutto una delle poche variazioni al tema delle sue giornate.
«Quando ti svegli da questi flashback di cui mi parli, come ti calmi?»
«Cerco di respirare, apro e chiudo gli occhi, penso a qualche video.»
«Quali video?»
Nella stanza c’era odore di chiuso e la luce fredda del pannello sopra le loro teste lo metteva a disagio.
«Si può aprire la finestra?»
La dottoressa si alzò lentamente e ad Antonio sembrò che quel movimento riempisse di normalità lo spazio asettico nel quale si trovavano. Un cubo dalle pareti vuote che assorbiva le parole e le vergogne di tutti i disgraziati che ci passavano.
«Porno» disse Antonio senza aspettare che lei tornasse a sedersi. La dottoressa non si girò a guardarlo, andò dritta all’interruttore e spense la luce.
La stanza adesso era in penombra e l’aria salmastra che entrava dalla finestra riportava la mente di Antonio a una specie di calma. Non poteva credere che quella parola gli fosse uscita dalla bocca così, senza filtri. Porno: una parolaccia che adesso rimbalzava come una pallina da tennis da un muro all’altro in attesa che uno dei due la fermasse.
«Immagini, uno storpio che si fa le seghe in cameretta!»
Mentre lo diceva gli erano avvampate le guance.
«Io non immagino niente, Antonio» rispose lei piccata «E tu? Tu ci riesci, coi porno?»
«Non è la fantasia il problema.»
Nel suo caso il grado della lesione incideva sulla capacità di fare ancora sesso. Per alcuni si trattava di una disfunzione erettile, altri non provavano più piacere o se c’era restava intrappolato. Così il sesso, al contrario del pensiero comune che trasformava tutti gli handicappati in cherubini, diventava un tarlo. «Conosci gli assistenti sessuali?» «Escort?» «No, mi riferisco agli operatori formati sulla sessualità che aiutano chi convive con una disabilità permanente a vivere esperienze erotiche.» «Il mondo è pieno di lavori nuovi!»
«In Olanda se ne occupa il sistema sanitario nazionale, in Belgio e in America c’è la sede dell’associazione internazionale che riunisce gli assistenti sessuali del mondo con tanto di regolamento etico.»
«Regolamento etico?»
«Sì, le norme di comportamento da mantenere con l’assistito, le corrette modalità d’intervento.»
Ad Antonio venne in mente un’ escape room, un gioco dal quale alla fine avrebbe dovuto fuggire via veloce.
«Sembra una cosa seria.»
«Lo è. Il disegno di legge per istituire la figura dell’OEAS è stato ridiscusso di recente. In pratica si tratta di garantire il diritto alla corporeità a chi non può avervi accesso a causa della malattia Gli operatori si occupano di accompagnare la persona in un percorso di autonomia, si sottoscrive un contratto, né più né meno. Nulla di romantico, ma molto di intimo, se il patto è rispettato.»
«OEAS?»
«Operatore all’emotività, affettività e sessualità.»
Antonio pensò allo sciame di persone in carrozzina che si vedevano in televisione sotto il balcone del Papa. Le immaginava dare vita a un flash mob per rivendicare il sacrosanto diritto a scopare legalmente. Faceva parte della più grande minoranza del mondo adesso, roba da Pride! Se si doveva parlare di leggi, che discutessero seriamente di tutta la gente che se ne andava in Svizzera a morire perché non poteva farlo a casa sua.
«Cos’ha contro il porno tradizionale, Dottoressa?»
Lei prese un respiro e restituì ad Antonio un sorriso, mentre si passava le dita sulla fronte e provava a capire se continuare.
«Non ho niente contro il porno Antonio, non è questo il punto.»
Prima c’era stato lo stabilizzarsi della situazione clinica e poi il prendere atto del nuovo stato del suo corpo.
Sua madre lo portava in bagno, lo puliva, lo cambiava, gli tagliava le unghie e suo padre gli faceva barba e capelli. Antonio non aveva più pensato al sesso, mortificato dalla sua regressione allo stato infantile. Non riusciva a immaginare di sentirsi toccare in altro modo che non fosse quello di sua madre che gli spalmava la pasta bianca tra le pieghe secche dell’inguine.
Una sera, a fissare il muro per un’ora, gli era tornata in mente l’ultima ragazza con cui era stato, d’impulso aveva digitato “scene sesso” su Youtube ed era uscita una lista di video sfocati, pezzi in cui il massimo che si vedeva erano dei massaggi un po’ spinti.
Poi aveva iniziato ad andare su PornHub, si era perfezionato.
La sera, quando sua madre chiudeva la porta e restava solo nel buio della stanza, la luce dello schermo gli inondava il viso. A volte era ancora seduto in carrozzina e altre già nel letto, dentro le cuffie gemiti e respiri si intrecciavano alle sue piccole clonie, una risposta tensiva dei nervi alla visione dei corpi che si dibattevano per raggiungere l’orgasmo. L’inquadratura indugiava sui seni di una ragazza schiacciati contro un vetro, mentre due uomini dalla pelle lucidissima la prendevano a turno. Antonio si sfregava col palmo della mano, provava a scendere, a esplorare, come i bambini in una terra di nessuno, certo non più sua, non più conosciuta. Chiudeva gli occhi e allora quello che aveva davanti spariva, l’immagine era come un disco su cui si incagliava la puntina e che ripeteva all’infinito lo stesso giro.
I battiti acceleravano, gli sembrava di essere sulla strada giusta, ma la memoria del corpo che aveva avuto si sovrapponeva alla realtà di quello che gli era rimasto. Mentre cercava un ritmo, un gesto, che gli sembrasse giusto per il verme che era diventato, restava ancorato all’idea di un piacere che non avrebbe più sentito per come lo conosceva. Forse la dottoressa non aveva niente contro il porno, ma non sapeva che lui a conoscere qualcuno ci aveva provato. E no, non era andata bene.
A un certo punto aveva creato un account su un sito di incontri per quelli come lui, aveva risposto a una serie di domande su un modulo e scoperto un mucchio di disabilità che non aveva mai neanche sentito nominare. Sindrome di Klippel-Feil, Mosaic Down, titoli da cinema. Aveva dovuto scegliere la sua e metterla nero su bianco insieme all’età, all’altezza, al carattere e a uno pseudonimo.
Trabucco2001, hai un nuovo messaggio.
Antonio aveva cliccato e si era aperta una finestra con la foto di una quarantenne del Maryland divorziata, procace, depressa e con la sclerosi multipla, piercing, tatuaggi e amante della caccia. Era andato avanti così per qualche settimana non mettendosi mai davvero in gioco e lasciando cadere le conversazioni per noia, fino a che una sera una ragazza aveva attirato la sua attenzione.
Si chiamava Ylenia, ventinove anni e una lesione al midollo. Avevano preso a scriversi di frequente e se lui non rispondeva lei si preoccupava. Piccole ansie buttate lì, che rientravano non appena si faceva vivo di nuovo.
Un giorno avevano deciso di incontrarsi in videochiamata, una specie di primo appuntamento. Nell’inquadratura, con il pc appoggiato sul tavolino servitore, entrava anche buona parte dell’armatura di salvataggio di Antonio. L’ossigenoterapia ad alti flussi con cannule nasali, il tubicino corrugato fissato all’elastico con una linguetta che lo faceva sembrare un archetto, tutto pronto per la diretta.
Ylenia era graziosa, due occhi azzurri che lo mettevano in soggezione, non gli parlava del suo problema e lui si era chiesto se fosse malata sul serio. Gli aveva chiesto subito come si mantenesse in vita, quali e quanti fossero i suoi ausilii, li voleva vedere, devo capire cosa puoi fare da solo per poterti aiutare, perché tu non sei ostacolo a niente. Dopo un mese di pressioni per incontrarsi, Antonio aveva brutalmente cancellato l’iscrizione al sito.
«Ma lei lo sa che in una chat, una mi ha scritto che impazziva per il respiratore? Mi chiedeva di vederlo, di spiegarle come lo usavo, era fissata. Pregava di potermi venire ad aiutare… una fuori di testa. Spero nel frattempo non le sia venuto in mente di fare il corso di cui parla Lei!»
La dottoressa aveva sorriso appena nella semioscurità della stanza, poi si era protesa verso Antonio poggiando le braccia fino al centro della scrivania,e intrecciando le mani gli aveva chiesto: «Mai sentito parlare di devotismo?»
«C’entra con la religione?».
«C’entra con il feticismo» scandì per bene la parola. «Si chiamano devotee quelli che provano attrazione fisica per le persone disabili. È una deviazione sessuale per cui il soggetto prova eccitazione anche verso gli ausili che utilizzano, e in generale all’idea di assistere la persona o vederla compiere gesti anomali o goffi a causa della sua patologia.»
Antonio si guardò i piedi storti e gonfi sulle pedaline della carrozzina, la pelle spaccata sulle gambe e sul suo sesso arido… il sogno erotico di uno squilibrato. La luce si affievoliva dietro le spalle della dottoressa, Antonio entrava nel cono d’ombra dei giorni e delle notti, risucchiato dal succedersi dei pranzi, delle sere infinite e delle preghiere di sua madre. Leggeva sul viso della dottoressa una stanchezza profonda, di chi sente di aver dato spunti a chi non vuole coglierli, ma forse era solo un’impressione. Una psicologa non poteva avere, in fondo, aspettative troppo alte.
Antonio pensò agli studi a Milano che non avrebbe fatto, alla rampa che suo padre stava costruendo davanti casa dove sarebbe rimasto per sempre e alla ragazza con cui era uscito, solo qualche volta, prima del tuffo. Era andata a trovarlo a casa un pomeriggio, dopo l’incidente.
Avevano ascoltato Trout Mask Replica, un disco che Antonio le aveva prestato.
“Prende tutte le certezze musicali, le riduce in poltiglia e le butta nel cesso” le aveva scritto in un messaggio poche ore dopo averglielo dato, come per avvisarla. “È un disco spaventoso” aveva detto lei dopo averlo ascoltato. “Almeno non è commerciale” aveva risposto lui, desideroso di aprire un dibattito.
Quel disco era un gioiello sperimentale, un distillato di free jazz e blues. Antonio lo conosceva a memoria e non smetteva di trovarci ogni volta un caos, una sfocatura, con tutto quello schizofrenico variare dei tempi e la voce di Beefheart cavernosa, stridula e insieme lagnosa. ll lancio dal trabucco aveva frantumato la sua vita in schegge minime, esattamente come il cantante aveva fatto con le melodie dei suoi pezzi. Per terra a gambe incrociate, con lui di fianco accartocciato come un vecchio, lei gli aveva detto con scarsa convinzione che era certamente qualcosa di nuovo, forse per fargli piacere.
«È un album del 1969 che ha cercato di mandare a fanculo la musica armonica a cui tutti erano abituati, chi lo farebbe oggi?»
Antonio era sulla sua sedia nera e blu, il poggiatesta gli sosteneva il collo e le braccia erano appoggiate simmetricamente a lato. Era tenuto su da una pettorina, per evitare che il tronco si srotolasse a terra come una fisarmonica col mantice rotto. I capelli con la riga di lato e schiacciati dietro, ormai senza più forma, non avevano perso vigore. Mentre la guardava rigirarsi il disco tra le mani, gli era venuta voglia di ricevere una carezza sulla testa come i cani, e tutto quel discutere del disco gli era sembrato improvvisamente inutile.
«Potremmo uscire qualche volta, se ti va» aveva detto lei tirandosi su in un unico slancio, con la leggerezza di un corpo giovane e intero. Il suo profumo gli aveva fatto il giro intorno, Antonio aveva sorriso e aveva trattenuto la voglia di urlare.
«Potrebbe essere più spaventoso di Beefheart, sai, uscire con me adesso», poi l’aveva pregata di andarsene, sbrigativo: «Scusa ma sono stanco ora, grazie di essere passata».
Il disco era rimasto in bilico sul letto e il pesce gatto col cilindro in testa della copertina lo aveva fatto sentire grottesco, mentre la porta si chiudeva alle spalle di lei, lasciandolo solo.
«Quindi dice che Ylenia si voleva scopare uno dei miei tubi, Dottoressa?»
Rise forte mentre lo schermo del telefono della dottoressa si illuminava muto, per una chiamata in entrata. La stavano cercando, tra qualche minuto sarebbe tornata alla sua vita, forse avrebbe preso un aperitivo con qualcuno, si sarebbe tolta le scarpe sotto il tavolo e avrebbe messo un punto anche a quella giornata. Non avrebbe più pensato a lui, o forse sì, e si sarebbe chiesta come fare a convincerlo che incontrare una lovegiver poteva essere una buona idea per tornare a sentire. Forse una volta a casa avrebbe messo della musica mentre si sfilava la gonna e si slegava i capelli, e avrebbe iniziato a ballare piano per sciogliere le tensioni e liberarsi delle storie tristi dei suoi pazienti e anche di lui, soprattutto di lui. Così misero e prevedibile nell’esito di un gesto stupido in una notte di giugno qualunque. La risata si era trasformata in un eccesso di tosse che ora lo faceva sobbalzare e perdere il controllo, la saliva, la dignità.
La dottoressa gli porse il bicchiere con la cannuccia che teneva di fianco, gli appoggiò la mano sulla schiena e ad Antonio quel calore fece salire una stupida voglia di piangere.
«Cosa volesse lei non lo so. Ma tu, Antonio… cosa vuoi tu?» gli chiese posando il bicchiere vuoto di fianco al computer e guardandolo negli occhi.
Antonio alzò lo sguardo all’orologio, si asciugò gli angoli della bocca con la sua mano ad artiglio che subito ricadde esausta, il loro tempo era finito.
«La cosa ha davvero importanza, Dottoressa?»
Immagine generata con Gemini AI