Ti amo anche se vinci

Conobbi Marea quando ancora frequentavo le scuole superiori. Aveva ‘sto nome ribelle e un motorino, conosceva a menadito la letteratura del mondo, più o meno come io conoscevo il calcio e i calciatori. 

Quell’anno, il Napoli militava in serie C. I giocatori scendevano in campo con le maglie dall’1 all’11 e la sera prima della partita ci si organizzava in qualche piazza del centro, appoggiati agli scooter e le ringhiere, una canna di fumo che girava e le Tennent’s che si affastellavano sui muretti e intorno ai cestini saturi. 

Allo stadio andavo sempre con Marea. Di solito andavamo con il suo motorino o con la metropolitana se la domenica mattina ci svegliavamo in qualche casa che non era la nostra. Occupavamo la parte superiore della curva dove, alla spicciolata, arrivavano gli amici dalla provincia poi quelli che abitavano più vicino allo stadio, perlopiù maschi con occhiali scuri e dress code casual ma anche ragazze con i colori sociali del club sulle sciarpe e gli orecchini della sera prima. 

Nel fossato che divideva la curva dalla pista d’atletica, scoppiavano petardi che rimbombavano fin dentro lo stomaco e spesso, dalle gradinate, partivano bottigliate contro i cordoni di polizia sistemati sotto. C’era un clima perenne di allerta e contestazione, la società era fallita e la nuova presidenza aveva iscritto la squadra al campionato di serie C.

Non era scontato divertirsi nemmeno a una partita di pallone, a parte quel pomeriggio in cui Consonni segnò, contro il Teramo, un goal spettacolare all’ultimo minuto. Venne giù tutta la curva. Marea e le altre caddero sui ragazzi sotto, spinte dalla pressione dell’ultima fila. Fui io a sollevarla: in quel momento ci baciammo per la prima volta.

Dopo la partita, era l’ultimo giorno d’inverno, andammo con tutti gli altri vicino al mare. Trascorremmo pure la notte insieme, i suoi erano spesso in viaggio e andammo da lei. Facemmo tutto il tragitto per raggiungere casa sua senza dirci nulla e guardammo la città che si faceva panorama. La sua famiglia viveva in un appartamento bellissimo, c’erano libri ovunque e un paesaggio mozzafiato che si stagliava a ovest: l’alba con l’infilata di pini marittimi e la promessa di mare dietro gli edifici che dominavano la parte alta del parco. 

Dopo quella stagione, il Napoli ne fece ancora un’altra in serie C. Guadagnò finalmente la promozione tra i cadetti e in autunno incontrò addirittura la Juventus, finita in serie B per uno scandalo. In curva, quel pomeriggio, Marea mi salutò appena con un bacetto a destra e un altro a sinistra, come faceva con tutti. Non ci dicemmo niente e non ci abbracciammo nemmeno quando il Napoli pareggiò, verso la fine della partita. 

All’esterno dello stadio, saltai dietro allo scooter di un amico. Marea viaggiava da sola, altri scooter con maschi sopra la affiancavano e suonavano il clacson. La nostra comitiva si componeva di nove persone divise su quattro motorini più quello di Marea: c’era l’estate di San Martino e andammo in direzione del mare. Quella domenica la ricorderò per sempre perché era molto poco probabile giocare contro la Juve in serie B e perché realizzai che tra me e Marea non ci sarebbe mai stato niente, che lei non sarebbe mai stata di nessuno: troppo libera, troppo viziata, troppo. Al triplice fischio finale dell’arbitro, dovetti accettare il verdetto del campo.

In sella agli scooter, percorremmo all’incirca tre chilometri. A un certo punto, all’altezza di un semaforo, Marea rimase indietro e quando arrivammo sul luogo dell’appuntamento – uno slargo da cui saremmo potuti saltare sugli scogli – lei non c’era. Aspettammo e nell’attesa comprammo altre Tennent’s, e rollammo ancora una canna di fumo. Passarono venti minuti ma Marea non arrivò, provai a telefonarle ma il cellulare era irraggiungibile. Ci rimettemmo tutti sugli scooter e percorremmo la strada all’indietro, in direzione dello stadio, ma non la vedemmo. Il cellulare era sempre irraggiungibile, si stava avvicinando l’ora del tramonto e decidemmo di dividerci per cercarla. 

A quel punto ero solo sullo scooter e feci la cosa più illogica da fare: ritornai verso il luogo dell’appuntamento. Arrivai allo slargo e incominciai a guardare verso il mare come se Marea fosse potuta schizzare fuori dall’acqua. Sulla balaustra che divideva lo slargo dalla scogliera, c’erano ancora le bottiglie che avevamo lasciato noi; adesso un gruppetto di tifosi faceva un murale e dal capannello di ragazzi veniva un odore acre di marijuana, ammoniaca e solventi. Qualcuno di loro mi disse qualcosa ma io li ignorai. A un certo punto la scogliera fa una curva che abbraccia un lembo di spiaggia. Vidi Marea proprio lì, seduta sulla sabbia davanti al mare.

Parcheggiai il motorino e andai verso di lei. Camminai una trentina di metri, feci tutta la curva di scogli bianchi. Era la mia occasione per affiancarla e parlarle o per tacere. Mi sedetti su uno scoglio e continuai a guardarla. Lei era così, aveva ‘sto nome ribelle e praticava lo yoga e tante altre cose di cui nessuno di noi sapeva niente.

Ero indeciso se chiamarla o meno, quando alla mia sinistra vidi il suo motorino incastrato tra gli scogli con la ruota posteriore che ancora girava. Lei era piegata su se stessa, con la testa per terra. Mi girai ancora alla mia sinistra per avere conferma di ciò che avevo visto: era proprio il suo motorino, la ruota anteriore bloccata tra due scogli e tutto intorno c’erano i pezzi del paravento andato in frantumi.

Marea continuava con il suo esercizio: il corpo allineato e il bacino sugli ischi. 

Feci uno più uno, come il risultato della partita, e immaginai la dinamica dell’incidente che portò a quel quadro angosciante e surreale. Trasalii, mi alzai di scatto e andai a recuperare il motorino. Pensai che, afferrando saldamente il manubrio, avrei potuto tirarlo su in un colpo solo. Passai all’azione e tirai su lo scooter, c’era puzza di benzina. Marea, nel frattempo, non si mosse da lì. Dritta, con l’osso sacro controllato: faceva fluire l’energia. 

Trascinai lo scooter per diversi metri e riuscii a metterlo sulla passerella di cemento dove, di lì a poco, sarebbero arrivati i pescatori. Ero sfiancato. Marea terminò la sua sessione e incominciò a guardarmi con l’aria allucinata. Pensai di fare uno di quei fischi che facevamo allo stadio quando lo speaker annunciava la formazione ospite, ma ebbi paura di richiamare l’attenzione di quel capannello di tifosi: in quello slargo, di sera, si riuniva un gruppo ultrà della zona ed era meglio non scocciare nessuno.

Marea si alzò finalmente in piedi. Lei camminava sulla sabbia e io lungo la passerella di cemento, con un motorino. Appena fummo vicini, mi confessò di aver buttato il cellulare a mare mentre io le mostrai la mano sinistra: ero ferito, avevo un taglio e sanguinavo. Gli ultras ci notarono. Furono loro stessi a medicarmi, avevano tutto l’occorrente per farlo. Dietro pagamento di una piccola ricompensa, trovarono anche il modo di far ritornare il motorino di Marea a casa, quella sera stessa. Ci accordammo per dire una bugia, al padre avrebbe detto che aveva avuto un incidente. Quando andammo via era ormai buio e il murale era finito: il parapetto era stato verniciato d’azzurro e in bianco c’era scritto Ti amo anche se vinci

Immagine generata con AI generativa di Adobe Photoshop

“dipinto ad olio di un gruppo di ventenni in curva allo stadio del Napoli”