Smart Fraction

Il fumo si materializza da dietro le casse, si allarga, invade la sala, si tinge di rosso, di verde, di blu al ritmo altalenante delle stroboscopiche, mentre il dj lancia Now You’re Gone di Basshunter e la pista appiccicosa di bicchieri di plastica trema sotto il peso di decine di suole che ballano.

«Ma ti rendi conto» sta gridando Marco Sella al barista, un energumeno rasato col septum al naso e il volto di Berlusconi tatuato sull’avambraccio, «che la Bocconi costa a mio padre 15k l’anno e che io non guadagnerò mai a sufficienza per ripagarlo del suo investimento!?»

Il barista non dice nulla.

«E lo sai perché mio padre può permettersi di pagarmi la retta?» prosegue Sella, agitato, «perché abbiamo un paio di appartamenti in Porta Venezia e qualcuno può ancora concedersi di pagare 3k al mese per prenderli in affitto!»

«Gli appartamenti sono tre, Sella» intervengo io.

«Giusto, giusto!» incalza lui, «ma nel terzo ci vivo io, a spese zero, con due coinquilini che…», si blocca a metà frase, alza a mezz’aria ciò che resta del suo gin lemon e lo fissa per un momento. «Secondo te» prosegue incerto, rivolgendosi al barista, «come hai detto che ti chiami?»

«Ivan».

«Secondo te, Ivan, chi mi paga questi drink ogni mercoledì sera qui al Fatidik?»

È evidente che Ivan non riesce a dire altro che il suo nome.

«D’accordo». Sella si butta in mezzo alla pista, l’attraversa, raggiunge la postazione del dj, gli dice qualcosa all’orecchio e quello stoppa improvvisamente la musica. Poi Sella impugna un microfono, mentre i flash delle stroboscopiche, a intervalli regolari, gli tagliano il viso sconvolto. «A nome di Ivan, laggiù, vorrei ringraziarvi di essere venuti, anche stasera, al Fatidik. Un bar che, ogni mercoledì, si trasforma in discobar».

Qualcuno chiede che venga riaccesa la musica.

 «Vorrei proporre un brindisi!» La voce di Sella è impastata. «In onore dei miei coinquilini!»

«E dove sono!?» sbotta una voce seccata dalla folla.

«A casa, credo, ma…» Pausa. «Secondo voi, chiiii me lo paga il prossimo giiiiiro?» Sella getta il microfono sulla postazione del dj col viso contratto in una risata muta, mentre il grido della folla si fonde con le note di Infinity dei Guru Josh Project che, d’un tratto, prende a fuoriuscire dalle casse.

*

La festa al Fatidik è finita. Saranno le due di mattina, sono seduto davanti, Ico al mio fianco è al volante della sua A3 che sfreccia lungo la circonvallazione. Viale Umbria è un fiume di automobili parcheggiate e i lampioni colorano di arancio l’asfalto.

«Ho recuperato l’articolo, l’ho letto stamattina». La voce concitata di Sella proviene dai sedili posteriori, adesso è chiaramente ubriaco. «Ascoltate qua: “dal 1963 a oggi, la ricchezza…” ehm, scusate, “la ricchezza aumenta molto più rapidamente del reddito, non solo perché sale la richiesta di abitazioni, ma perché, un po’ alla volta, l’offerta di lavoro diminuisce”. E poi: “oggi, il grado di patrimonializzazione delle famiglie italiane, ossia il rapporto fra patrimonio – per lo più, immobili – e reddito, ha superato la soglia record di otto”».

«Zio, siamo un paese dove il mattone conta» dice Ico, senza staccare gli occhi dalla strada.

«No zi’, siamo un paese dove conta solo il fottuto mattone ormai!» ribatte Sella. Sembra davvero fuori di sé.

«Be’, tu il mattone ce l’hai almeno… Gesù, io non voglio andare a vivere fuori Milano» si lamenta un’altra voce dai sedili posteriori, quella di Lele.

«Lele, ma te non avevi ereditato la casa di tuo nonno a Castelletto Ticino? Se la vendi, una stanza a Rho riesci a rimediarla sicuro con il tuo tirocinio in banca da settecento al mese» aggiunge Ico scoppiando a ridere.

«Milano è una fottuta bolla immobiliare…» dice, forse, Lele.

«Ohh no, nono, cazzo!» Sella deve aver trovato un altro articolo. «Sentite: “secondo questo rapporto presentato il mese scorso, il mercato immobiliare di Milano viaggia al doppio della velocità rispetto al resto del Paese. Da inizio anno i prezzi sono cresciuti del 5% rispetto al 2,7% della media delle grandi metropoli. Su scala annua, si parla di un aumento dell’8%”».

«Milano è una fottuta bolla immobiliare…» dice, di certo, Lele. 

«Milano è una città decadente, sopravvalutata, e voi siete dei poveri deficienti se sperate di cavarci fuori qualcosa» dico io all’improvviso.

«Ah, il sommo ha sentenziato. Be’, dicci la tua, Red» commenta Ico.

«Invece di piagnucolare su articoli di giornale, voi che avete studiato Economia aziendale e Management dovreste iniziare a leggere un po’ di letteratura scientifica». 

Silenzio.

«E dire che avete seguito tutti Introduction to cognitive science. Nessuno ha letto Rindermann & colleghi, 2009?» Inizio a citare a memoria: «“Smart fraction theory supposes…”», ma mi blocco quando l’auto sbuca in una Piazzale Loreto deserta, tra edifici altissimi punteggiati di finestre luminose. Sopra la Coin, il mio sguardo incontra un enorme cartellone pubblicitario illuminato da scuri fari che recita “Vuoi vivere al di sopra delle tue possibilità? Oggi…”, però non faccio in tempo a finire di leggere perché Ico sterza di colpo in direzione Corso Buenos Aires e inchioda a un semaforo rosso, in mezzo alla piazza.
Sospiro. 

Mi passo le mani sulla faccia e riprendo a parlare: «La smart fraction theory presuppone che le persone di talento siano particolarmente rilevanti per lo sviluppo della società. La smart fraction è considerata responsabile del progresso in senso utilitaristico – ricchezza, salute e potere – ma anche del progresso in senso non utilitaristico – musica, letteratura, arte, religione, etica, filosofia e concezioni del mondo».

La macchina riparte.

«Smart fraction?» ripete Lele.

Mi schiarisco la voce, mi prude la gola. «Sella, con quanto sei uscito dal Volta?»

«Ceeeento. E lode».

«Ico, quanto hai preso all’IELTS?»

«Nove? Sì, il massimo era nove».

«E tu, piagnina, che mi dici delle tue Olimpiadi della Matematica?»

«Sì, ma…»

«Fermati» dico con voce secca. «Ico, ferma questa cristo di auto!» 

Accostiamo a caso. L’insegna del La Meneghina Kebap Pizza lampeggia verde e blu. Mi è venuta fame. 

Il locale, come l’intera zona fra Loreto e Porta Venezia dopo le ventuno, è popolato solo da sudamericani. Per un minuto buono fisso l’enorme spiedo rotante di carne abbrustolita mentre aspetto il nostro turno.
«Fammene quattro completi senza cipolla» faccio poi al kebabbaro, un turco con la barba lunga. «È tuo il locale?» chiedo ad alta voce, in modo che tutti sentano.

«No. È in affitto…Ma la licenza è mia, quella sì». 

«E quanto ti è costata?»

«Centocinquantamila euro».

«E l’affitto, quanto ti costa?»

«Diecimila al mese, più o meno».

«E devi pagare i dipendenti, no?»

«Sì…»

«E come pensi di fare?»

«Ho chiesto un prestito in banca».

«E ci devi pagare gli interessi sopra, non è vero?»

«Sì…»

«Tra quanto prevedi di rientrare nelle spese?»

È evidente che il turco non riesce a dire altro. In quel momento, uno dei dipendenti ci consegna i quattro kebab. Abbiamo già pagato e ci ributtiamo per strada. 

Mentre il mio sguardo si sofferma sull’adesivo Made in Italy incollato sulla vetrina spenta di una camiceria, mi rivolgo a Ico, Sella e Lele: «Smart fraction, uh?» mi esce con sarcasmo, mentre con un dito indico il La Meneghina Kebap Pizza alle mie spalle.

Ridono tutti e tre.

«Bah, voi fate un po’ come cazzo vi pare, io da Milano», do un morso al mio kebab, «dall’Italia, me ne vado».

Immagine generata con Gemini AI