SENZA NOME
Ho guardato una sua foto per vedere se fosse più attraente di me. Ho cercato le origini della sua famiglia per vedere se avessero mai posseduto schiavi. Negativo; erano quaccheri. Ho guardato la fotografia di lei e del mio fidanzato quand’erano stati in Italia insieme. Io in Italia non ci sono mai stata, e lui lo sapeva. Eppure eccolo lì, quattro anni fa, a mangiare un gelato con lei, con gli occhi chiusi e un sorriso enorme. Probabilmente non mi avrebbe portata in Italia perché io ero noiosa e ignorante. Lei lavorava in ambito accademico, in un’università prestigiosa, e aveva lauree che io non sarei mai riuscita a prendere.
Lavoravo come maestra alla scuola materna, e tutti pensano che passi le giornate a dipingere con le dita. Il che non è vero, e comunque usiamo soprattutto pennarelli colorati. Lei era nata in una città, una molto importante. Io sono nata in una città senza nome.
In realtà un nome ce l’ha, ma per poco non se lo merita. Lei non era più carina di me, il che, in qualche modo, rendeva le cose peggiori. Doveva essere davvero speciale, io invece sono solo attraente. Essere attraente non è niente di speciale. Con una persona attraente ci uscirebbe chiunque perché si dà per scontato che sia brava a fare sesso. Io non sono brava a fare sesso; me ne sto semplicemente lì. Lei probabilmente faceva delle cose davvero zozze, tipo cose con le dita. Ho sentito che le ragazze brutte lo fanno per compensare. Lei in realtà non era brutta, ma avevo bisogno di dire che lo era. Era tutto ciò che avevo.
Immagine generata con Gemini AI