ROTTWILD
Chopper era la bastarda che aveva cominciato tutto.
Giaceva a terra davanti a me, il ventre cascante coronato da grossi capezzoli coriacei. Si girò sul fianco e potei vederli tutti e sei allineati, spuntavano dal pelo nero simili a lapidi. Attorno a noi, il giardino era pieno dei suoi discendenti che si mordicchiavano a vicenda e annusavano il prato vicino al barbecue in cerca di cibo caduto a terra.
Ecco di cosa viveva Victor, dei suoi cani che si azzuffavano nella polvere.
Erano sopravvissuti al loro padrone.
Per arrivare lì avevo guidato cento miglia. Avevo capito di essere vicina quando i cartelloni pubblicitari avevano cominciato a uscirsene con frasi tipo Fermiamo le overdose da fentanyl o Andrai all’inferno?.
Il figlio maggiore di Victor aprì la porta e mi porse una maglietta identica a quella che aveva addosso: Victor in ginocchio accanto a Chopper, delle ali photoshoppate sulla schiena.
Era chiaro che nessuno sapesse come comportarsi. Victor era il primo dei cugini a morire.
Ci ammassammo in casa sua e poi ci riversammo nel cortile sul retro: zii, cuccioli di cane, bambini, e tutti che mi facevano domande tipo Il tuo ragazzo dov’è? o Quand’è che torni a vivere qui?
Anziché rispondere io allungavo la mano verso uno dei cuccioli. Avevano quella pelle morbida e un po’ floscia che rendeva difficile smettere di accarezzarli.
Sentii una mano sulla spalla. Era il mio cugino preferito.
«Se muoio» sussurrò, «non stamparmi su una cazzo di maglietta».
C’erano tre canne che giravano contemporaneamente, così appena una lasciava le mie dita qualcuno me ne passava subito un’altra. Rifiutarle avrebbe significato dire: «Io non appartengo più a questo posto».
Non le rifiutai.
Quando guardai i rottweiler intorno a me, le macchie sui loro musi mi sembrarono più fantasiose di quanto ricordassi, quasi grottesche, come il trucco dei Juggalo. ¹
Il cucciolo che stavo accarezzando si dimenò tra le mie braccia, lo posai a terra.
Dai miei cugini c’era sempre qualcosa da imparare. Per esempio come bruciare la spazzatura in giardino senza subire ripercussioni legali.
«Usalo per far cuocere i marshmallows ai bambini, così è fuoco per cucinare» disse il fratello di Victor.
Se il mio ragazzo fosse stato lì avrebbe detto: «La tua famiglia li ama proprio questi sotterfugi, eh?». Ma non c’era. Avevo fatto scoppiare una litigata enorme solo per ottenere ciò che volevo: venire a casa di Victor da sola.
Il mio cugino preferito mi aprì una White Claw alla ciliegia.
«Tutto ok?» mi domandò. Contro il palmo della mano, la lattina era liscia e fredda.
Berne un sorso avrebbe significato scegliere.
Qualcuno mi mise in braccio una bambina – il che significava che nessuno capiva quanto fossi fatta – e io me la strinsi sul fianco, sorpresa di quanto fosse naturale, tenere in braccio una bambina, anche mentre ero fatta e sentivo la bocca come tappezzata di carta e stavo ancora reggendo in mano il drink, indecisa se berlo oppure no.
La bambina ripeteva l’unica parola che conosceva, ancora e ancora. Quella parola non avevo voglia di sentirla, in quel momento. Saltellavo su e giù per farla ridere. Se il mio ragazzo fosse stato lì, mi avrebbe preso la White Claw di mano e avrebbe detto: «Vedi, ti viene proprio naturale».
La ragazza di un cugino venne a riprendersi la bambina.
«La prossima sei tu» disse, poi sorrise.
Dopo quel fine settimana lei sarebbe rimasta lì, in quel mondo fatto di allevamenti di cani, frodi fiscali e bambini. Io me ne sarei andata, me ne sarei tornata in qualche altro mondo. Lì nessuno sembrava preoccuparsi di ciò che fosse responsabile o sensato. Li invidiavo. E cominciava a diventarmi chiaro perché la gente scegliesse di procreare. Non c’era alcuna logica del tipo voler tramandare una parte di sé o popolare la terra. Era qualcos’altro. Era il desiderio di sentire che qualcuno avesse bisogno di te, che chiamasse il tuo nome, ancora e ancora.
La mattina dopo ci ritrovammo tutti al cimitero con le nostre magliette tutte uguali. Il figlio maggiore di Victor guidava il suo pick-up, il cassone pieno di cani che camminavano avanti e indietro. Non Chopper, però. Lei sedeva davanti, sul sedile del passeggero, aspettava che il figlio aprisse la portiera, la sollevasse come una bambina gigante e poi la posasse accanto alla fossa.
È lì che se ne stavano i figli di Victor, ognuno con un rottweiler al guinzaglio.
Quando la bara fu calata, Chopper iniziò a ululare. Aveva capito. Gli altri cani la seguirono, in un lamento lungo e doloroso che coprì tutti gli altri rumori nella mia testa.
¹ Con il termine Juggalo si indicano comunemente i seguaci di una sottocultura nata dalla scena rap suburbana di Detroit a partire dagli anni ’90, legata in particolare al gruppo Insane Clown Posse e ad altri artisti della Psychopathic Records.
Immagine generata con Gemini AI