Quelli che restano

«Sappiate che non c’è nulla di più alto, di più forte, 
di più salutare e di più utile per la vita futura di un bel ricordo, 
specialmente se è un ricordo dell’infanzia, della casa paterna.
E quand’anche un solo buon ricordo rimanesse con noi nel nostro cuore, 
anche quello solo può un giorno servirci per la salvezza»

Dostoevskij – da I fratelli Karamazov

A tutti gli amici della contrada

Hanno tagliato le siepi della piazzetta. 

Come ogni giugno, il pitosforo ha accorciato in forma squadrata il crine, il rovo ha ritirato i tentacoli dietro le panchine, il pruno ha richiuso l’ombrello di nodi come intorno a un mantello. È cominciata l’estate, un’altra estate e, tornando dalla redazione, ho fermato l’auto per osservare l’umile paesaggio di una piazzetta che mai nessuno, oltre noi, ha frequentato. 

Ricordo l’inaugurazione, l’aspettativa alta, tutti gli inquilini dei quattro condomini là presenti a controllare il meccanismo della fontanella e la concavità degli schienali dei sedili. Avevano asfaltato la strada per Sperone, avevano congiunto la nostra isola di vita al labirinto di strade della periferia nord, ed ecco, il mondo si ampliava, e, infine, la piazzetta. Prima non pensavo esistesse altro all’infuori dei condomini. L’universo era la contrada e la contrada era ogni cosa e ogni dove. Io avevo dieci anni e il giorno dell’inaugurazione fu l’unico in cui la fontanella rigettò acqua, senza rimanere, come in ogni tempo posteriore, a bocca asciutta e senza amanti. 

Che sella arida è l’aria di Messina. Le libellule rosse schizzano fra le siepi da un moncherino all’altro, il sole si modella in dischi lancinanti di luce e così rimbalza e serpeggia la malinconia. Scendo dall’auto e il frinire delle cicale pomeridiane è assordante. Risalgo lo scalino di cemento e, un passo dopo l’altro, misuro il porfido del pavimento, gli incastri oblunghi neri e bianchi, le scanalature del cotto, sgraziate a tratti da crepe diagonali. 

Una volta erano scarpe che correvano, che si slacciavano, scarpini da calcetto, di scarpe da ginnastica, di infradito, tutte in buona compagnia, ora fisso i sandali solitari e mi avvicino alla panchina rivolta al condominio a nord. Mi siedo.

È banale, penso, la vita era tanto semplice e sapevamo tutto gli uni degli altri, lo stesso tutto, almeno, con cui circoscrivevamo l’universo intero tra la statale per Tono e la curva del metanodotto. Le finestre rifulgono di raggi solari, i vetri impenetrabili come fossero semplici decorazioni, finestre chiuse, all’inizio dell’estate, un tempo spalancate ampie a tende rigonfie del vento del colle, un tempo la risata di Sandro che risuonava nel quartiere all’ora di pranzo, il pastore tedesco di Giò che correva sbilenco per innaffiare lo spigolo di muro di fronte al cancello. Per quelli che restano, come me, il tempo si è fermato ogni volta che qualcuno è andato via e torna a scorrere le rare volte che qualcuno ricompare a far visita. 

Là, ad esempio, al secondo piano del palazzo di mezzo, stretto fra gli altri due caseggiati del condominio color limone, mi pare di rivedere Leo che fuma di nascosto ai genitori, sporto verso la rotonda quasi voglia gettarsi di sotto,  Leo, sedici anni e nessun segno di idee. Mi saluta con la sigaretta fra le labbra, gli occhi semichiusi. Annoda l’indice in tondo come gli legasse un filo intorno, con piccoli movimenti circolari, ci vediamo dopo, mi sta dicendo, ma certo, Leo, ci vediamo dopo, quando tornerai da Kuala Lumpur o da Montevideo. Chissà, penso, se ti ricorderai di portarmi il cappello da cowboy che ti ho chiesto, quando tornerai dal Texas.

Sorrido, scuoto la testa. Somiglio a un geco che si intrufola da uno spiraglio di muro e spia chi entra e chi esce dall’ascensore del condominio. E osservo il balcone del primo piano rivolto verso lo Stretto, dove il gatto di Nicoletta si bagna di luce, ed ecco che posso scorgere Nicoletta intenta a stendere i panni, come ogni lunedì quando non ha le prove del teatro, e come ogni lunedì, ecco Tony baluginare in mutande sul balcone del condominio di fronte e salutare Nicoletta ancora assonnato, ecco il rossore sul volto di Nicoletta, ecco Tony che realizza di essere mezzo nudo, ecco che scappa dentro, Tony, ora in maglietta e pantaloncini da calcio, che non trova più nessuno sul balcone di Nicoletta e si guarda intorno con il batticuore e torna in casa. Non immagina Tony, e d’altronde come potrebbe, che sarà seduto in un ufficio a Monza, quando sulla chat del gruppo giungerà la notizia che Nicoletta è in Slovenia, che lavora come chef e che questa estate si sposerà.

E mi volto verso il condominio rosato, più basso degli altri. La sera inizia a calare, una sigaretta, attendo che arrivi il buio d’estate, quando d’intorno è tanto luminoso da sembrare ancora giorno, e attendo Giò e Lele in piazzetta per un gelato a Ganzirri, Giò più grande di noi, l’unico con la patente, e attendo che la luce della camera del terzo piano si spenga per lanciare la sigaretta nel tombino e farci quattro risate. Eppure, i due fratelli non abitano più quella stanza, separati dalle esigenze dell’esistenza e dalle cosiddette opportunità, le uniche che ci hanno riservato, quelle della separazione.

Ogni tanto, quando Sandro è in città, scendiamo a Faro e raccontiamo le vecchie storie, del Ventuno, del gatto che ci passavamo da un balcone all’altro in una cesta, della gallina che ci seguiva in ogni dove come animale da compagnia, di quando ci hanno vietato di giocare a calcio sotto i portici e siamo corsi fuori in strada, tutti insieme a perdifiato, verso la campagna del metanodotto e, per la prima volta, l’abbiamo visto, invaso da arbusti di cardo dorato, spighe di grano e cavolo spinoso, e l’abbiamo immaginato, l’abbiamo appianato e diserbato, e abbiamo piantato i corrimani reduci dalle ristrutturazioni delle facciate, là a mo’ di pali, nel breve lembo di terra che custodiva sotto pelle il gasdotto tunisino, quella lingua stretta tra le reti di due coltivazioni, che scavalcavamo per bere dalla cisterna piovana, quel campetto che avevamo costruito per giocare, come credevamo davvero, per sempre. 

E poi c’è l’ultima finestra, al piano sotto casa della nonna. È doloroso alzare lo sguardo. Quando eri tornato da Florianopolis e avevamo trascorso il pomeriggio a giocare a Crash Bandicoot, ti dicevo, sei sempre una sega, e tu sbattevi il joystick contro il tavolo ogni volta che crepavi. Un’ultima volta, dicevi, poi chiudo. Peccato, penso oggi seduto sulla panchina, che anche la vita non possa darci un’ultima volta come la Playstation. 

Fuori piovigginava e oltre il mare non si vedeva nulla, né al di qua, né al di là, più separati del solito dalla terraferma. Ammazzavamo il tempo, aspettando che scampasse. Sul belvedere crollato verso lo stradone sottostante le ultime briciole di terra si staccavano dal sedile di cemento, guardavamo dentro le viscere di un pozzo e la pioggia ci inumidiva i capelli del petricore che invadeva l’aria e vedevamo tutto, dal Pilone, ai lidi di Mortelle, fino al promontorio di Mulinello, osservavamo la curva del nostro mondo all’incrocio del Tirreno e dello Ionio e spaziavamo a destra e a sinistra fra le raste, e comunque sia, dicevi a un tratto, tutto è qui, te lo dice uno che gira il mondo, e lanciavi le pietre giù dalla collina fra i torsi d’auto, il fil di ferro e le cassapanche, e mi guardavi come se aspettassi da me una risposta che non poteva arrivare. Ci allontanavamo. Entravamo al supermercato di piazza San Rocco e chiedevi, alla fine Tony se l’è mai alzata Nico, e io scuotevo la testa, malvagio, dicevi, niente corse oltre il recinto della casa abbandonata, chiedevi, e io scuotevo la testa, niente baldacchino verdastro sotto gli alberi, chiedevi, e io scuotevo la testa, niente lenzuolo di aghi di pino, chiedevi, nah, rispondevo, malvagio, dicevi, allora Tony è proprio un quaquaraquà, dicevi, mi ha raccontato che se l’era alzata, fra gli aghi di pino, chiedevo, se, rispondevi, e scartavi un cornetto gelato. 

Di sera, ci siamo seduti su queste panchine, io e te. Leo tornava dall’Australia alle ventidue e desideravamo accoglierlo. 

Magari ha trovato una tipa a Perth, dicevi, sono andati a prendere un milkshake o qualsiasi cosa bevano laggiù, e la camicia ti svolazzava aperta, su fili di sigarette che duravano un soffio.

E io sarò qui, dicevo. 

Il vento porta via quelli più leggeri tra noi, dicevi. 

E vedrò i miei genitori cenare, dicevo, e poi guardare la televisione.

E aspetterai che le luci automatiche dell’androne si spengano, dicevi, per riaccenderle.

E ridevamo entrambi e poi dicevi, magari Leo ha pagato per lei, per chi, chiedevo, per la ragazza di Perth, dicevi, un miracolo, rispondevo, nei pressi di un semaforo a due colori le ha chiesto per caso fumi, dicevi e il vento, mentre fantasticavi, ti scompigliava la chioma dorata, e sono andati a sentire una band giù in città, dicevo, e hanno ballato sotto le strobo, dicevi, Leo già la ama, dicevo, senza saperlo forse, e, dicevi, magari si chiama Jenny come una qualsiasi ragazza può chiamarsi Jenny, e Leo s’è fatto crescere i capelli, dicevo, ed è tutto abbronzato, e sono andati al minigolf, dicevi, a fare un giro su un cigno, a saltare sui tappeti elastici, e si sono baciati, dicevo, appoggiati a un albero e Leo l’ha difesa dalle volpi, e la corteccia ha preso la forma dei loro corpi, dicevi, di Leo e Jenny, dicevi, e la porterà qui alla contrada e poi saremo invitati al matrimonio, e chissà che il testimone non sia proprio io, dicevo, fra tutti quei buzzurri australopitechi, e magari Tony se l’è alzata davvero Nico, dicevi, e Sandro corre per la Ferrari come ha sempre voluto, dicevo, e Pippo è maresciallo e si allena come un pazzo in palestra, dicevi, e Giò e Lele sono calciatori di Serie A, dicevo, e Nico recita allo Strehler, dicevi, e tu hai fondato un giornale tipo Quarto Potere, dicevi.

E tu, chiedevo.

E io ho capito come essere felice, dicevi.

Era l’una di notte. Leo non era tornato. Ti ho lasciato andare a casa, per l’ultima volta, hai acceso la luce della stanza al secondo piano del condominio giallo, poi l’hai spenta per sempre.

 

È stato tanto semplice lasciarmi solo, mi chiedo, e osservo le finestre serrate, è stato tanto semplice lasciarmi divenire un vecchio amico, un compagno di una vita che non c’è più e abbandonarmi sulla panchina della piazzetta, mi chiedo.

Ho finito per odiarvi, per detestarvi tutti, dal primo all’ultimo, e sento la vergogna assalirmi, perché che colpa ne hanno coloro che sono andati via, mi chiedo, che colpa ne hanno di questa solitudine, di questa testarda decisione di radicarmi, mentre tutti i rami del mio albero venivano potati come le siepi di giugno.

E le notti più luminose diventano quelle più aspre, quando penso a tutti loro, appoggiato al parapetto della terrazza, e non vedo più il gatto di Nico che si bagna di sole, la testa pelata di Sandro, i palleggi di Lele, e mi chiedo se mi sarei ricordato di come ero allora, se per vent’anni non fossi tornato e mi chiedo perché non abbia avuto il coraggio di giocare il gioco della vita, quello che il destino aveva tramato per me, quando mi aveva posto sulla cima del colle, designato agli addii come unica sorte di questa provincia depressa, e mi chiedo perché non ho avuto il coraggio di dire addio, e mi chiedo cosa mi resta, e mi chiedo, e mentre mi interrogo, mi scervello, mi angoscio, un cappello da cowboy mi si posa leggero in testa, come un respiro.

Immagine generata con Gemini AI