Polvere di vetro

Di notte, quando mi sveglio, c’è un occhio che mi guarda. Ha l’iride cerulea, il bianco irrorato di sangue e reti di capillari che surriscaldano una ragnatela di connessioni scarlatte. Poi l’occhio scompare e rimane una cicatrice di malattia, il bacio del vaiolo. 

Faccio il giro della casa. Controllo le spie luminose rosse sul tastierino numerico dell’allarme centrale. In cucina bevo un bicchiere d’acqua. C’è una luce d’acquario, un arancione subacqueo.

 

Il giallo artificiale spacca la perplessità del sonno residuo: ora, distinguo il profilo del baccanale. Ne intuisco la forma. Riesco a immaginare i partecipanti, vederne i volti, disegnare in maniera teorica i passi delle danze, le grappe tracannate nei bicchieri di plastica bianca, i cartoni del succo di frutta che usano per tagliare l’ustione dell’acquavite comprata al supermercato a € 4,99. Sono nel mio nascondiglio, protetto. I rumori della festa sono lì, ci sono sempre stati. La clausura è un assedio.

Al centro del vortice di vocalizzi c’è un cane. Lo sento. È di là dal muro del mio giardino. È oltre il confine del gelsomino. I versi della bestia sono schiumosi, diretti. Lo immagino stare rivolto al muro, concentratissimo, ad aspettarmi.

Aspetto disteso sulla schiena, sul letto, sul mio materasso in memory foam. Aspetto il prossimo stimolo per andare in bagno. Seguo il filo elettrico di una voce. A volte riconosco una voce: quella di un uomo, che parla in maniera spudorata, senza vergogna; uno che qualunque cosa abbia da dire lo fa urlando. È un tizio con una zoppia disarticolata, incredibilmente sciancato. Quando rincasa lo vedo spostare tutto il peso prima su una gamba e poi sull’altra, sobbalzando ad ogni passo, con la stampella quasi innestata sotto la sua ascella – una talea ortopedica – il berretto sul volto scuro, la maglietta sporca. Affronta lo stradone e poi scompare nel cancello di ferro che più di due anni fa lui e il resto della sua gente hanno scassinato per installarvi le prime roulotte. Lo immagino a urlare in faccia a chi lo deve ascoltare: sua moglie o il figlio mediano, quello con i radi baffetti scuri sul viso, quel ragazzo che vedo uscire con la bicicletta e la scatola di plastica montata sul manubrio.

 

Il cartello era stato fabbricato con un pezzo rettangolare di cartone. «No entrare, cane pericoloso». Mi sono avvicinato nel solatio dello stradone: avevo con me le buste della spesa, sacchetti fragili, già tagliuzzati dai bordi del cartone del latte, freddi di surgelati e prodotti da banco frigo. Da quando hanno rotto la serratura una fessura larga quasi due metri rimane sempre aperta. Accanto, un disegno con lo stesso pennarello: il muso di un cane dai tratti feroci e ripidi, un profilo da sega laminata.

 

Quando mio padre comprò la casa non c’era neanche il muro a dividere la proprietà dal campo. C’era una rete di plastica verde. Attraverso gli spazi romboidali osservavo il lavoro dei vivaisti. Caricavano bancali con vasi o piante d’alto fusto. Si muovevano passando da un riquadro all’altro, da un segmento di rete all’altro. Soltanto chiudendo un occhio potevo avere la visione completa della loro giornata lavorativa. Ero poco più di un bambino: trascorrevo molto tempo, soprattutto d’estate, a guardare gli altri che lavoravano in mezzo alle piante. Non davo un grande significato alla fatica, le bestemmie degli operai – e che in parte sentivo pronunciare da mio padre – alle piante che venivano spostate, caricate via, scaricate dai furgoni dei giardinieri o degli altri grossisti.

Guardavo le forme muoversi. Trascorrevo i pomeriggi: tutto pur di non andare a giocare con gli altri bambini.

Quando ero adolescente l’impresa chiuse. In poco tempo il vivaio fu ghermito dalla natura, le tracce artificiali furono inghiottite dall’erbaccia che cresceva dove prima il viottolo di terra battuta era calpestato da scarponi e pneumatici. Le serre prima si scarnificarono per le intemperie, poi vennero dei furgoni e smontarono le costole della struttura una per una. Le piante, disposte in vasi neri, ordinate secondo criteri umani e commerciali, non c’erano più e la vegetazione cresceva a macchie. Dopo qualche anno mio padre fece erigere un muro al posto della rete. Lui diceva che aveva già trovato due topi e un serpente in giardino, ma io credo che più di tutto temesse la tristezza di quel campaccio infestato di parassiti e disgrazia. 

 

Sono tornato a casa, dopo il lavoro, mentre il cielo aveva il colore del tungsteno. Già cominciavano a lampeggiare i filamenti dei lampi; soffi di luce silenziosa nel buio minaccioso. Mi sono chiuso la porta alle spalle, mentre il rumore dei tuoni si faceva più vicino. 

È ora di cena, però, anche in mezzo alla tempesta imminente. Nel tenue bagliore rosa-azzurro del frigo trovo gl’ingredienti per la cena. Il sapore anestetizzato del freon disinnesca ogni odore. Prendo il tagliere di legno, segnato dai graffiti della lama, affetto le cipolle, cedo al pianto artificiale. Lavo scrupolosamente i due pomodori sotto il getto d’acqua gelida, poi li seziono per il lato lungo e infine, di nuovo, in piccoli quadretti. Una delle due zucchine mi punge sul polpastrello del pollice. Strappo via la pellicola di plastica trasparente alla confezione del macinato: è questo il rumore che raccontava delle bestie scuoiate nelle antiche case contadine. Un suono cruento che adesso si è plastificato. Osservo la carne dentro il perimetro di polistirolo: la sua forma vagamente verminosa, l’alternanza di rosso vivo e grigio quasi cerebrale. Nel mostruoso residuo della carneficina c’è una forma aliena, il nodo di una perturbazione, una cosa pensante dentro la materia morta. Anche per me non sarebbe difficile farcire questa poltiglia di carne con del topicida o della polvere di vetro e farne una polpetta da dare in pasto al cane. Mi basterebbe lanciarla di là dal muro.

 

Su tutta la casa sento lo scrosciare croccante di carta velina. Dalla finestra chiusa, nonostante il lamento dell’aria condizionata, arriva il suono della pioggia sulla terra morbida che l’accoglie. La bufera non è venuta: al suo posto una pioggia purgatoriale: è dappertutto, chiude i pori d’ogni suono disponibile. Le mie piante si stanno bagnando sotto il temporale estivo, quietamente puntato sull’inverno che verrà. 

La festa è cessata, di là. Il cane dorme, sonnecchia anche lui, vinto dall’oblio della pioggia, dalla promessa di una tregua. Trovo un tale conforto nel silenzio annacquato che non riprendo sonno. Continuo a immaginare le ipotetiche vite acquatiche degli zingari. Ho voglia di sentire l’aria raffrescata sul serio, non sterilizzata dal soffio criogenico del motore imbullonato fuori. Mi alzo, percorro il tratto di corridoio fino alla consolle dell’allarme centrale e lo disattivo. Sei cifre, il codice. Disattivo il segnale collegato all’agenzia di polizia privata con la quale ho stipulato un contratto di sorveglianza. Nessuno può sentirmi. Disattivo anche il circuito dell’aria refrigerata. Socchiudo la portafinestra che dà in giardino. La pioggia fa il silenzio. Dallo spiraglio aperto vedo la canna verde della sistola, gettata sull’erba del giardino con una scioltezza rettiliana; minacciosamente fraintesa, eppure immobile. Il capanno degli attrezzi, di legno lucidato a coppale. I lampioni al limite estremo del giardino, spenti per non dare nell’occhio. Le piante che punteggiano il perimetro del verde. Il muro, il gelsomino. Tutto traslucido, tutto che brilla di un neon naturale. Una visione urbana, incongrua. 

Il mio giardino è una delizia di verde. È un rettangolo estratto da un’appendice della casa. Il più grande rettangolo della casa contiene il giardino.

L’erba piantata a suo tempo da mio padre era gramigna: un’erba che poteva crescere a qualunque condizione, che in estate ingiallisce per il sole e in inverno, se piove, rimane di un piacevole verde. Quando mio padre è morto però, ho fatto sventrare il terreno: sono venuti due giardinieri abbronzati, hanno lavorato un pomeriggio intero soltanto per dissodare la terra ed estirpare il vecchio manto erboso. Non volevo utilizzare pesticidi, così c’è voluto un tempo ragionevolmente meditato per portare a compimento l’operazione. Poi, su consiglio dei giardinieri, ho fatto piantare il trifoglio nano. Il giardino è esposto totalmente al sole, dunque il trifoglio può crescere senza affanno, se opportunamente annaffiato nelle ore più fresche della giornata. 

Le piante che curo con sono gardenie, gerani, azalee, gelsomino, vite americana, citronella, salvia, basilico, rosmarino. Alcune di esse sono state piantate direttamente nel terreno, altre crescono in vasi di terracotta o in plastica. Ho anche un mobiletto di assi di plastica intrecciate tra loro con ripiani perlopiù occupati da piante grasse: su tutte un’agave che d’estate fa un bellissimo fiore aranciato.

 

Il giorno dopo l’acquazzone ha una limpidezza enigmatica. Non si vede neanche il sole, perché la luce smalta tutta la volta atmosferica.

Ci sono stati periodi della mia vita nei quali odori improvvisi di epifania mi facevano visita spesso. Avevo la certezza che qualcosa sarebbe accaduta, ma poi non accadeva niente. La stessa certezza ce l’ho adesso. Per tutta la vita ho cercato di far accadere le cose che desideravo.

Il cancello del campo degli zingari è come al solito socchiuso. C’è sempre il cartello di avvertenza del cane. Spio la vita che brulica attraverso l’intervallo di visibile che mi è concesso. Nell’interstizio ci sono grappoli di roulotte bianche e un po’ arrugginite, parcheggiate lungo una via che dev’essere la loro strada principale. Il viale è fangoso: ampie pozzanghere brillano nella terra smossa e carnosa. Ci sono l’uomo col berretto, il maleducato pater familias che sta seduto su una sedia da campeggio, a bere da un bicchiere di plastica. Il figlio giovane è seduto anche lui, ma sul predellino della roulotte. Le donne sono tutte intorno. Fanno via vai con secchi in mano, spariscono dietro le casette mobili, sono indaffarate. L’uomo e il figlio sono seduti perché nel mezzo, proprio in mezzo al cratere solcato dal temporale di stanotte, ci sono i bambini che giocano. Una torma festante di ragazzini saltano a piedi pari nell’acqua fangosa e sollevano schizzi che si nebulizzano e creano un di arcobaleno lercio. Hanno calzoncini corti e canottiere a costine strette, bianche. Uno dei bimbi ha capelli neri foltissimi, tagliati con una frangetta netta. Ha le orecchie a sventola, il naso a patata, sorride sguaiato. È un bimbo che potrebbe frequentare una scuola elementare, che quasi certamente lo fa. Nei colori delle loro canottiere, così bianchi, aggrediti da lavaggi di sola candeggina in secchioni di plastica, c’è la sovraesposizione di un cieco. Sono vestiti da bersaglio: perché la madre li ha vestiti così? Perché le madri li hanno vestiti come se dovessero essere i primi a cadere, come se dovessero inaugurare il massacro? In quest’attimo congelato, che potrebbe durare per sempre, i bambini continuano a saltare nella pozza, il padre e il figlio giovane li guardano e si proteggono dagli schizzi, le donne sono indaffarate e camminano ovunque nel campo. Il cane, da qualche parte, invisibile come al solito, abbaia all’intollerabile splendore della luce.

Immagine generata con Gemini AI