Parla
Non mi piace quando A. mi vede così.
È entrata nel mio appartamento con la copia delle chiavi che le ho ceduto e mi guarda con disprezzo. Forse perché non ho risposto a nemmeno uno dei settantaquattro messaggi che mi ha mandato. O forse perché non esco dal letto da cinque giorni se non per andare al cesso. Bidet non sempre incluso. Non sono un percettore di NASpI tra i più profumati, attualmente.
Beninteso, non sono in crisi perché ho perso il lavoro. Lavorare mi fa cagare. Anzi, detesto l’idea di sprecare la mia vacanza forzata e pagata in questo stato. Sto rifiutando un dono gradito e non ho le forze per impedirlo. Ogni tanto mi capita, è un ciclo, tipo una risacca chimica; ma quando funziono, preferisco mille volte sborrare come un cristiano invece di trascinarmi in una vita di anorgasmia farmacologica.
Nemmeno si è tolta il cappotto. Non so dire con certezza se si aspettasse di piazzarci una scopatina amichevole, stasera. Ma non sono proprio per la quale, mi pare evidente.
Indossa dei collant con dei ricami tipo foliage. Non condivido il feticismo delle calze ma lo comprendo.
Spalanca la finestra della camera senza dire una parola e io mi infagotto nel piumone più per sigillare la puzza che per il freddo. Un riflesso per nascondere la colpa. In risposta alla mia richiesta di levarsi dai coglioni, A. mi strappa via il piumone di dosso; mi raggomitolo in posizione fetale e lei comincia a strattonare il coprimaterasso per sfilarmelo da sotto. Ogni suo proposito sessuale si sarà smaterializzato vedendomi col pigiamino di flanella, mettermelo addosso è stato l’ultimo atto di amore verso me stesso prima di lasciarmi decomporre. Le tiro una cuscinata fiacca ma lei si appropria del cuscino e toglie la federa.
Fa un fagotto con tutto ed esce dalla camera. Quando troverà i vestiti che ho lasciato marcire in lavatrice non sarà contenta. Dovrei scusarmi preventivamente.
Mi ricorda molto mia madre in questi frangenti, così sguattera e colpevolizzante. Sento la stessa angoscia nel cercare di prevedere tutta la rosa delle sue reazioni potenziali per essere pronto a difendermi. Lo stesso terrore primordiale che ho fin da bambino e che mi accompagna tutt’ora. Forse Freud non aveva tutti i torti.
Mia mamma però, a differenza di A., non la scoperei mai. Al di là dell’endogamia, non è proprio il mio tipo. Mio fratello invece quand’eravamo ragazzini una volta ha sognato di scoparla. Dev’essere per quello che è lui il figlio preferito, senza neanche troppo mistero sulla questione. Quando me l’ha detto io l’ho picchiato perché in fondo ogni pretesto era buono.
In ogni caso, con A. non ho concorrenza perché lei preferisce sempre ritornare da me. Io sono l’alcova tossica di cui non riesce a liberarsi, e lei è la mia badante occasionale con benefit.
Mi intima con tono minaccioso di raggiungerla in bagno ma io non ho le forze di alzarmi. Lei, giunonica culona – culona in senso tutt’altro che dispregiativo anche perché contestualmente ha delle mega tette, invece le forze le ha. E non ha problemi a tirarmi giù dal letto.
Andare con A. che è sempre stata cicciona mi ha creato dei problemi ai tempi del liceo, più che altro suscitava sgomento generale. Sembrava a tutti stessi facendo un gesto caritatevole, che mi stessi immolando per compassione. Ogni tanto qualcuno mi diceva che quelle grasse erano più porche per compensare. In realtà siamo sempre stati piuttosto noiosetti, più focalizzati sulla motivazione intrinseca rispetto alla performance. Non so se con gli altri sia mai stata particolarmente porca, e la cosa mi interessa poco.
Sono vent’anni che mi faccio vedere nudo da lei, ma quando mi trovo in questo stato mi vergogno sempre. Mostrarmi sporco è un grado di intimità maggiore del mostrarmi nudo e ho dei limiti deontologici sul rendere noto quanto posso arrivare a far cagare nei periodi no.
Mi trascino in bagno mentre A. apre la lavatrice e scopre, bestemmiando, i vestiti lasciati a macerare nel loro acquitrino. Mi asciugo la candela del naso nella manica del pigiama prima di levarmelo. Sto piagnucolando e non ho la dignità sufficiente per cercare un fazzoletto. A farmi vedere piangere da lei non ho nessun fastidio. Mi ha visto milioni di volte.
Vorrei solo dicesse qualcosa rivolto a me invece di smadonnare per dei vestiti che puzzano di umido. Mi sfila i calzini tirando per la punta, uno alla volta, poi li lancia verso la lavatrice come se fossero contaminati. Io barcollo in silenzio. A. si china per prendere la saponetta. La posa sul piattino della doccia, poi apre l’acqua.
Il getto esplode contro le piastrelle beige e un vapore sottile comincia a risalire.
A. infila una mano sotto il getto per regolare la temperatura. Quando si gira verso di me, ha quell’espressione dura che non è rabbia, ma una forma di pietà mascherata: la più intollerabile.
Mi abbassa pantaloni e mutande senza chiedere il permesso. Le mutande sono rigide in punti su cui non vorrei soffermarmi.
«Alza il piede».
Lo alzo.
«L’altro».
Eseguo, goffo.
La tenda della doccia scivola indietro con un fruscio e A. mi dà una spinta leggera, giusto quanto basta a farmi entrare nel box. Il primo impatto dell’acqua sulla pelle è violento: caldo, troppo caldo. Mi scotto, ma non protesto; in un certo senso è giusto così.
La sporcizia accumulata su di me negli ultimi giorni sembra subito ammorbidita, pronta a scivolare via, e mi viene da piangere ancora.
A. tira la tenda e poi entra anche lei, mezza vestita. Si è tolta cappotto e collant, ma il vestito in maglia ce l’ha ancora addosso. In due quasi non ci stiamo.
«Sei stupida?»
La voce esce strozzata. L’acqua le bagna il vestito in maglia, il tessuto le aderisce alle cosce. Lei mi ignora, allunga un braccio e afferra la saponetta. Con l’altra mano mi blocca il polso e comincia a passarmi il sapone sul torace in piccoli cerchi. L’acqua trascina via schiuma grigiastra. Il sapone odora vagamente di foresta. Le sue dita si muovono metodiche: clavicole, spalle, braccia.
Quando arriva al collo, io chiudo gli occhi e respiro a fondo, perché la sensazione di essere accudito mi fa più paura di quando lei mi urla contro. Mi sfiora la mascella e poi la zona dietro l’orecchio.
«Inclina la testa».
La inclino.
Mi insapona la schiena, le mani scivolano sui fianchi, poi risalgono. Non c’è erotismo, piuttosto c’è una sorta di manutenzione affettiva.
«Girati».
Mi giro.
L’acqua mi corre sul viso, negli occhi, sulla bocca, e io resto immobile. A. allunga una mano e mi sistema i capelli, schiacciandoli all’indietro con un gesto duro. «Riesci a stare in piedi?» «Ci provo». Lei si china per prendere lo shampoo. Mi insapona la testa con la mano di una massaia vigorosa, le unghie che mi graffiano leggermente il cuoio capelluto. La schiuma cola giù sulle spalle. «Perché fai così?» mi chiede. La sua voce è bassa, quasi coperta dal rumore dell’acqua. «Così come?» «Così da… da sparire». Sospiro. Mi lavo la faccia con le mani, tentando di nascondere gli occhi. «Scusami».
A. resta immobile. Le scivola un ciuffo di capelli sul viso. Lo sistema dietro l’orecchio con un gesto nervoso.
Poi riprende a strofinarmi, questa volta più piano, come se la mia risposta l’avesse svuotata.
«Finisci tu» dice, arretrando. Intende tutto ciò che c’è sotto l’ombelico.
Prima di uscire dal box mi dà un colpetto sul petto, un gesto a metà tra un incoraggiamento e un rimprovero.
«Cerca di non affogarti. Sarebbe un modo stupido di morire»
«Perfetto per me, allora».
Esce dal bagno. Rimango per un po’ sotto il getto.
Quando spengo l’acqua, ho subito freddo. Sto lì, gocciolante, a tremare con le braccia penzoloni, e non riesco a prendere l’asciugamano. È a mezzo metro da me. A. ritorna con un cambio per me tra le braccia. Lei si è già cambiata i vestiti bagnati, ha addosso una mia felpa e le braghe della tuta.
«Dai, vieni fuori».
Mi tende l’asciugamano, poi vedendo che non reagisco, entra di nuovo nel box doccia e lo appoggia lei stessa sulle mie spalle.
Mi tampona il torace, le braccia, poi la pancia. Mi passa l’asciugamano sui capelli con movimenti rapidi. Mi tira la testa indietro per asciugarmi la nuca.
Quando sembra soddisfatta, mi porge i vestiti puliti uno alla volta, aiutandomi a infilare prima i boxer e i pantaloni, poi la maglietta, poi la felpa nera.
«Lavandino».
Mi avvicino senza fiatare. Ho i capelli ancora umidi che mi gocciolano sulla felpa appena messa. A. apre l’armadietto e prende il dentifricio, il mio spazzolino, e li prepara come si fa con un bambino riluttante.
«Apri».
Apro.
Mi spazzola i denti lei, con un movimento un po’ brusco che mi fa sbattere la lingua contro la plastica. Lavo via il dentifricio sputandolo nel lavandino. Lei mi guarda in silenzio, come se stesse valutando se aggiungere qualcos’altro o se lasciarmi in pace per due minuti.
Poi tira fuori il rasoio. Mi guarda. Guarda il mio viso. Guarda il rasoio di nuovo.
«Lasciamo stare» dice infine.
Mi strofino gli occhi con le dita, esausto da tutto: dall’igiene, dal contatto, dalla mia esistenza.
A. prende un pettine e cerca almeno di ordinare i capelli, poi lo lascia sul bordo del lavandino. Mi spruzza il deodorante sotto le ascelle.
«Andiamo in cucina»
«Non ho fame»
«Non mi interessa».
La cucina è triste, troppo bianca, con tre bicchieri sporchi nel lavandino e un odore di frigorifero che non viene aperto da giorni. Io mi appoggio al tavolo ricoperto da una coltre di Abbracci sbriciolati.
Lei apre il frigo e fa la faccia che prevedevo: metà disgusto, metà incredulità.
A. sospira. Poi richiude il frigo e mi guarda.
«Siediti».
Mi siedo. Lei prende due bicchieri puliti dalla credenza e li posa davanti a me.
Poi inspira.
«Ora parliamo».
A. si appoggia al lavandino. Io abbasso lo sguardo sulle mie mani, che tremano un po’.
«Non puoi andare avanti così».
Io non rispondo. Non ne ho voglia. E già questo la manda ai matti.
«Diocane».
Io guardo il tavolo. Lei sbuffa così forte che sembra un colpo di tosse. Prende il pacchetto di sigarette dal ripiano della cucina e me ne porge una. Ne accende una per sé, mi avvicina l’accendino.
Tira una boccata lunga, teatrale.
«Reagisci almeno un po’» dice. La sua voce ha un tremito quasi impercettibile.
Io appoggio il gomito sul tavolo e guardo il fumo salire.
«Meglio di no». La mia voce è un sussurro umido. Mi odio per come suona.
«Ogni volta che apro quella porta non so se ti troverò vivo o morto. Ti rendi conto?»
Le trema la mano che regge la sigaretta. Tira una boccata così forte che le fremono le narici.
«Mi dispiace» dico piano.
Sbatte la sigaretta nel portacenere con una violenza inutile.
«Voglio che almeno mi parli».
«Ti sto parlando».
«No». La sua voce si incrina. «Stai solo rispondendo. Parla» ripete, più stanca che arrabbiata.
Sembra quasi stia aspettando che da me esca una frase sensata, qualcosa che le giustifichi tutto lo sforzo, tutta la fatica che porta addosso.
Invece, io faccio la cosa peggiore.
«A te piace» dico.
Lei corruga la fronte come se la frase le fosse arrivata scomposta, pezzo per pezzo, e ora stesse cercando di assemblarla.
«Cosa?»
«Che io stia così». Deglutisco. «Che io abbia bisogno di te. Che tu debba venire qui, come se ti desse uno scopo».
La sua espressione cambia a scatti. Prima incredulità. Poi irritazione. Poi disprezzo. Voleva che le parlassi, pensavo volesse la mia sincerità. Forse ho centrato il punto o forse l’ho mancato di brutto.
«Sei una merda» dice.
Io non distolgo lo sguardo. Non per spavalderia o sfida, ma perché non ne ho la forza.
Silenzio.
Pesante.
Mi sento sporco e nudo di nuovo.
«Non sto dicendo che lo fai apposta. Solo che forse ti serve. Quanto serve a me che qualcuno mi raccolga». Si passa un pollice tra le labbra con un gesto nervoso, quasi infantile. Poi scuote la testa. Si appoggia al ripiano con entrambe le mani, la sigaretta tra le dita che lascia cadere la cenere. Si volta di nuovo verso di me. Ha gli occhi lucidi, forse per rabbia, amore, o autodifesa. Non so se a lei piace davvero farmi del bene ma ho paura che a me piaccia farle del male. Vederla tornare sempre anche se non ho nulla da offrire. Tira un’altra boccata, espira verso il soffitto. Non so dove guardare. «Ok» dice. Solo quello.
Potrei chiederle se vuole un ditalino, dovrei farcela. Sono molto bravo, soprattutto con lei che si è presa la briga di spiegarmi come le piace. Sarei utile a qualcosa.
Si stacca dal ripiano, prende il pacchetto di sigarette e lo infila in tasca. Non me la sento di dirle che sarebbe mio. Lo fa lentamente, come se avesse tutto il tempo del mondo. Io la guardo.
A. si avvicina alla porta d’ingresso, prende il cappotto che aveva lasciato appeso alla maniglia. Se lo infila sulle spalle in un movimento fluido ed elegante. Le dita scorrono sulla cerniera, tirandola su a metà. Ha gli occhi lucidi, ma non piange. Infila gli scarponcini. Li tira su, li sistema. Si alza.
Mi guarda con uno sguardo che è una punizione e un saluto insieme, apre la porta e poi esce.
La chiude piano, con una delicatezza quasi crudele. Il rumore dello scatto della serratura mi attraversa tutto.
Resto seduto nel silenzio e nell’odore di fumo. Ma tanto tornerà. Torna sempre.
Per un attimo mi sembra che la cucina si stia inclinando leggermente. Forse sono io che sto cadendo. Forse sono sempre stato storto così, e non me ne ero ancora accorto.
Immagine generata con Gemini AI