ONANISMO Y MUERTE

Ascolto consigliato durante la lettura: “Amor Amarillo”, Gustavo Cerati – 1993

1

Cos’è un funerale? Costernazione indotta, una lacrima da consolare, il ripasso della Via Crucis stazione per stazione. È tutto lì. Se è il tuo, di funerale, il discorso cambia. In tal caso non devi fare nulla di particolare se non stare fermo nella cassa e aspettare per l’eternità che succeda qualcosa. Altro non è necessario, a meno che tu non sia uno spogliarellista i cui servizi siano stati richiesti in occasione del porno-party per il compleanno di qualche smandrappona con il gusto del macabro. Allora sì: a un certo punto dovrai saltare fuori dalla bara con abiti appropriati (magari un mini perizoma apribile sul davanti) ed esibirti con la musica adatta. E vada come vada. Oppure sei uno zombie, esci e sbrani gli astanti. 

Funerali, dicevo. È colpa di Alfredo (che con i suoi discorsi seri e inopportuni… ma lui non lo uccido, né prima né poi) che una mattina mi telefona. 

«Che fai oggi pomeriggio?» 

«Do una ripassata a Fondamenti di analisi del testo e poi all’uccello. Tu?» 

«È morto un cugino di secondo grado di mia madre… e mi tocca»

«Cosa?» Alfredo è così, bisogna cavargli le parole dalla bocca. 

«Andare in chiesa. Adesso che lei non c’è più faccio io le veci della famiglia»

«Ho capito. Allora ci vediamo questa sera alle prove»

«Verresti con me?» 

«Al funerale di un tipo che non conosco? E neppure tu, mi pare».

È cominciata così: per colpa di Alfredo, della sua fu mamma e del suo, di lei, defunto cugino di secondo grado. Mi dispiacque più per la sega che per lo studio. Ma tant’è. Fu quello il giorno in cui, da un atto mancato di autoerotismo, prese piede il mio rapporto con la vita dei morti. 

 

2

Non che il funerale fosse granché. Anzi, era uno di quei pomeriggi torbidi e spenti, di un aprile che sembrava novembre, in cui anche le vecchie signore avevano dimenticato di mettere la cipria. Alfredo sedeva con l’aria di chi sta pagando un debito antico, non contratto da lui. Mi annoiavo, ma c’era qualcosa nel silenzio di quella chiesa, qualcosa di trattenuto, come un respiro al primo appuntamento o il gelo improvviso che ti prende quando ti rendi conto di aver dimenticato i documenti a casa ed è il tuo turno a fare il check-in all’aeroporto. O era solo imbarazzo. L’imbarazzo di essere al cospetto di un’esistenza che aveva smesso di esistere. Non saprei dire quando cominciai a pensare a lui. Al morto, intendo. Il cugino di secondo grado della madre di Alfredo. Neanche il nome ricordava bene. Forse Nazareno. Forse Franco. e lo immaginavo minuto, con gli occhiali e una collezione di francobolli nascosta in una scatola di latta sotto il divano. Uno che non aveva mai viaggiato, ma che guardava i documentari con ossessiva intensità. E che ora, in quella bara chiusa, a me sembrava il più presente di tutti i vivi. Mi venne da pensare che, anche lui, forse aveva rinunciato a una sega per votarsi alla morte. E che quello fosse stato un errore. Un crimine contro sé stesso. Il primo passo verso la tomba. 

Quella sera alle prove Alfredo suonava il basso con fare distratto, come se ogni nota fosse lontana, un richiamo a qualcosa che non voleva ricordare. Io lo osservavo. Pensavo a quel funerale, a quella messa stonata, alla bara di legno chiaro, ai volti anonimi che si giravano verso la porta ogni volta che entrava qualcuno, come se aspettassero il vero protagonista della cerimonia. Un po’ come succede alla sposa il giorno del matrimonio.

Sere dopo, a casa, rintanato sotto le coperte, mi resi conto che non pensavo a nulla se non ai morti. Non i miei, che erano ancora tutti vivi (anche se per poco, avrei imparato da lì a qualche anno) ma a quelli degli altri.

Minori. Di passaggio. Comparse in un dramma che nessuno ha più voglia di recitare. Ero ossessionato da loro. Mi sembrava di sentirli parlare mentre mi addormentavo, raccontare barzellette oscene, o le loro giornate d’ufficio, le mattine lente, le sigarette fumate in bagno per non far sentire l’odore ai figli. E fu allora che cominciai a frequentare i funerali. Non per morbosità. Non solo, almeno. Ma per fame. Fame di storie.

Di dettagli. Di vite spezzate in punti inaspettati. All’inizio mi limitavo a quelli che si tenevano nelle parrocchie di Torino, la mia città. Poi allargai il raggio. Funerali cattolici, protestanti, ortodossi, rom. Una volta anche uno civile, in un capannone industriale riadattato, dove un tipo leggeva frasi di Pessoa con la voce rotta. Ogni funerale era una porta. E dietro la porta, una stanza. E in ogni stanza, un’occasione mancata, un’ultima sigaretta, un appunto lasciato sul tavolo, un’ombra. Quando Alfredo lo seppe, mi guardò come si guarda un insetto che ha preso a parlare. Disse solo: «Sei malato». Risposi: «Forse».

 

3

Il passo successivo fu inevitabile: cominciai a collezionarli. Li appuntavo su un Moleskine che avevo rubato a un tipo al funerale di sua sorella. Scrivevo solo il nome, se lo sapevo, e un dettaglio: Margherita, mani da sarta, Dino, rideva fuori tempo, Ettore, ha pianto solo l’autista del carro funebre. Cose così, piccole, frammenti. Era diventato il mio romanzo. Un romanzo infinito e senza protagonisti. Nessuno ci avrebbe trovato un filo logico, ma io lo sentivo. Una corrente sotterranea. Un disegno. 

Fu in quel periodo che conobbi Rosi. L’avevo vista per la prima volta a un funerale di provincia, dentro una chiesa che odorava di muffa e incenso, e dove il prete parlava come se stesse vendendo qualcosa. Era seduta in fondo, non piangeva. Portava una camicia da uomo, troppo larga, e mangiava un ghiacciolo. Un ghiacciolo. In chiesa. Capii subito che era come me. La rividi il giorno dopo, ad un’altra funzione a Cafasse. Questa volta era vestita da suora. Una suora sexy, tipo Halloween. Dopo averla osservata a distanza, mi sedetti vicino a lei. 

«Anche tu collezioni?»

Mi guardò e sorrise: «Solo i belli»

«I morti belli?» 

«No, i funerali belli».

Poi sparì per un po’. Nessuno la vide partire. Solo un corriere ricordava di aver consegnato un pacco al civico sbagliato, due giorni prima. Dentro, c’erano pagine bruciate e fotografie tagliate.

Riapparve durante il funerale di uno scrittore minore. La sua bara era bianca e qualcuno aveva fatto partire un pezzo dei Joy Division. Rosi stava leggendo La regione più trasparente di Fuentes. Mi disse che era siciliana ma viveva a Mirafiori, dove si manteneva scrivendo epitaffi su commissione per vedove arricchite e figli ingrati. «C’è un mercato, sai?» 

«Come no…» risposi per scherzo.

Lei non scherzava e mi propose di seguirla giù a Barcellona Pozzo di Gotto, il suo paese. Disse che aveva un progetto. Un libro. Atlante sentimentale dei morti sconosciuti, questo era titolo. Una specie di antologia, scritta a quattro mani. Lei ci metteva i nomi, io i dettagli. Ci mettemmo in viaggio, in treno, come due venditori ambulanti di tristezze postume. Attraversammo l’Italia verso sud fino alla Calabria, per scavallare lo stretto e giungere a destinazione. Dormivamo in pensioni con le lenzuola ruvide, mangiavamo in pizzerie tenute da famiglie egiziane, parlavamo di chi non c’era più. C’era una bellezza strana in tutto questo. Qualcosa di perverso e puro. A Calderà assistemmo a un funerale vuoto. Nessuno era venuto. Solo noi e il prete, che lesse tutto comunque, con il fervore di un attore stanco ma deciso. Alla fine, ci avvicinammo alla bara. Il nome sul cartellino era Luigi A. Tremino. Nulla più. Rosi mi guardò. 

«Pensi che sia stato amato?» 

«Almeno una volta» risposi.

«E tu?»

«Io?» 

«Tu sei stato amato?» 

«Non lo so».

Quella notte facemmo sesso con la rassegnazione di due sopravvissuti. C’era odore di cera, disinfettante e detersivo per i piatti. E il giorno dopo, lei sparì. Di nuovo. Io restai nei paraggi. Feci altri funerali. Scrissi obituari falsi. Imparai a imitare le calligrafie. Mandavo lettere a famiglie sconosciute fingendomi un amico del loro defunto. Era un modo per aggiungere una riga alla loro storia, una carezza postuma. Ma Rosi non tornava. Fino al giorno in cui, a una cerimonia piccola in un barrio vicino a Acquaficara, la vidi. Era dentro la bara. Non era uno scherzo. Non era una performance. Il nome sul cartellino diceva Rosi Malizia. Nessun dubbio. La camicia larga. Le unghie blu. Le ciglia lunghe come lame. Mi avvicinai. Nessuno piangeva. Nessuno parlava. Solo io, un sacerdote ubriaco e due vecchi che sembravano lì per errore. Mi venne da ridere. E poi da piangere. E poi da ridere di nuovo. Non feci né l’uno né l’altro. Aprii il quaderno e scrissi: Rosi. Unghie blu al suo funerale.

 

4

La sera stessa me ne andai. Avevo ancora troppi nomi da raccogliere. Arrivai in Grecia con uno zaino leggero, due camicie e il quaderno dei morti. Pochi soldi, nessuna vera idea. Solo una cartolina ricevuta da Rosi qualche giorno prima di ritrovarla dentro una cassa da morto, spedita da Terrasini. Diceva: “Cerca il poeta. Quello che ad Atene scrive solo per chi non può più leggere.”

Così cominciai. Chiesi nei caffè del centro, nelle librerie dell’usato, negli ospedali. Un’infermiera mi disse di averlo visto una volta e letto qualcosa su di lui. Si chiamava Aristide o Víctor ma non era sicura. Scriveva poesie per i defunti. A pagamento. Ma non accettava denaro.

«E cosa prende, allora?» 

«Un sogno. O un ricordo. Dipende».

Lo trovai, o mi trovò lui, una sera al Primo Cimitero.

Era seduto su una tomba senza nome, con un flacone di Rakomelo e una pila di fogli. Vestiva come un professore che ha dimenticato di esserlo. Mi guardò come se sapesse già tutto. «Sei il ragazzo delle bare» «E lei il poeta degli invisibili» «Invisibili? No. I morti si vedono benissimo».

Si chiamava Esteban, era originario del Cile. Almeno così si presentò. Mi disse che aveva fondato un circolo clandestino: La Cofradía de la Última Página. Una setta letteraria che scriveva solo per chi era già passato dall’altra parte. «La vera critica è la decomposizione», disse una volta. Rideva sempre con una specie di malinconia appuntita.

Accettai di entrare. Era semplice: dovevi scrivere un racconto al giorno. Ma non dovevi firmarlo. Dovevi lasciarlo in un punto preciso del cimitero, ogni autore, ogni autrice aveva una consegna. Ne conobbi altri. Lilith la Grassa, che scriveva micro-drammi in versi per bambini malati terminali. Jaime, un ex attore che registrava cassette audio di monologhi deliranti e le infilava sotto i cuscini degli hospice. Un tale che faceva chiamare El Mapache che diceva di scrivere romanzi interi dentro le note funebri dei quotidiani. Io ero considerato il meno eccentrico della combriccola.

Una volta Esteban mi portò a vedere un sepolcro particolare, su una collina a ovest del cimitero. Non era segnato sulle mappe. Disse che lì dentro era sepolto uno che si faceva chiamare Il Re senza libro, un autore talmente prolifico che bruciava i suoi manoscritti per non doverli spiegare.

«Quello che facciamo non è scrivere. È impedire l’oblio, dare una carezza con discrezione».

Io quella notte sognai Rosi. Stava in piedi accanto al Re senza libro. Mi guardava come si guarda uno che ha sbagliato binario dentro alla stazione dei treni.

«Stai andando nella direzione giusta» diceva «Ma il treno non arriverà mai».

Poi mi baciò. O forse mi sputò. Il sogno non lo chiarì.

Passai altri due anni in Grecia. Di racconti ne scrissi settecentotrentuno. Ne pubblicai zero. I miei quaderni finirono tutti sotto lapidi, in urne, in scatole di biscotti. La gente cominciò a dimenticarmi. Ero felice. Una felicità ferita, come un coniglio che finalmente ha trovato una tana e ci entra zoppicando.

Poi, un giorno, anche Esteban morì. Lo diceva un foglio lasciato su una tomba: “Mi chiamavo Esteban. Ho scritto finché le parole hanno deciso di morire prima di me. Ora le raggiungo. Non cercatemi. O fatelo, ma senza impegnarvi troppo”.

Tornai in Italia, mi diedi un nuovo nome e una nuova ossessione. Scrivere romanzi per chi non era ancora nato. E tutto cominciò con il funerale del cugino di secondo grado della mamma di Alfredo. Anzi no. Successi molti anni prima. 

 

5

La mia prima infatuazione aveva trent’anni più di me e una voce che sembrava la versione triste di una canzone di Mina. Margherita, la maestra di sostegno per Federico, il nostro compagno di classe con i problemi, come si diceva a quel tempo. Nessuno usava parole precise. Solo allusioni, mezze diagnosi, soprannomi.

«Ha i ciciu che gli ballano in testa» diceva Ignazio, l’insegnante di ginnastica, che su Federico si sfogava: «Non afferri neanche una palla da basket!» gli urlava addosso. Ma era difficile per tutti. Anche per me. Margherita era l’amante di Ignazio, lo sapevamo tutti, e io la guardavo come si guarda una pertica impossibile da scalare.

Federico non parlava quasi mai. Aveva gli occhi rotondi e azzurri come biglie perse sotto il mobile del salotto. Ignazio lo odiava. Una volta gli sputò nel panino. Invece Margherita gli passava una mano sui capelli, lenta, come se suonasse una tastiera fatta di chioma.

Io, io la guardavo. Io l’adoravo.

Talvolta, la odoravo; almeno ci provavo quando passava vicino al mio banco. Ma non era un amore semplice. Era un amore cattivo. Come quelli che nascono mentre fuori piove e dentro casa qualcuno urla.

Guardavo Margherita e pensavo a cosa sarebbe successo se fossi stato più grande, più forte, più altro. Se fossi stato più Ignazio. Perché Ignazio la toccava. Le parlava come se lei gli appartenesse. E lei rideva. Sempre. Quella risata leggera e distante, come se fosse lì per caso.

Poi un giorno successe. Lo capimmo tutti che erano amanti. Ce lo dissero le mani, gli sguardi, le assenze. E qualcosa in me cambiò. Non divenni geloso. Divenni pericoloso, uno che osservava troppo. Ancora oggi, che di tempo ne è passato davvero tanto, non mi pento di quello che ho fatto. Che abbiamo fatto. A lui, il maestro stronzo di ginnastica. E a lei. Al mio primo amore. Non fu un piano. Non fu vendetta. Non fu neppure giustizia. Fu necessità. Una reazione chimica. Non fu una mia idea. Fu di tutti e di nessuno. Come certe decisioni prese dai branchi, dagli sciami. Solo che noi non eravamo né insetti né lupi. Solo ragazzi troppo stanchi di avere paura o con troppa voglia di amare.

La corda da arrampicata sfilacciata. Una voce anonima alla segreteria telefonica della scuola. Una lettera falsa scritta con la grafia di Margherita trovata nel suo armadietto. E, infine, il corpo perfetto di Ignazio sfracellato nel cortile della scuola una mattina di ottobre. Svuotato da quella caduta senza rimedio. E noi tutti in cerchio a osservare.

Margherita scomparve dopo il funerale. Alcuni dicevano che era stata licenziata. Altri che l’avevano vista in stazione con una valigia viola. Io non la vidi più. Nessuno la vide più. Ma la pensavo seduta in riva al mare. Sempre con gli stessi gesti: si pettinava, accarezzava uno bambino che non era Federico, rideva con uno che non era Ignazio. E a un certo punto si voltava verso di me e diceva: «Tu non ci sei».

 

6

È così che ci si riduce? Rosi, Esteban, il poeta dei morti, la Cofradía de la Última Página, le tombe con le storie mai raccontate. Tutto era già scritto, forse, sotto la pelle della mia infanzia. Io non cercavo i morti. Cercavo Margherita. 

Una volta, in un paese dalle parti di Belluno, trovai una tomba. Il nome era “M. V. C.”, nient’altro. Qualcuno aveva lasciato un rossetto, usato per metà, accanto alla lapide. Chiesi in giro. Nessuno dava spiegazioni plausibili. Ma una vecchia mi disse: «Una signora è morta qui tanti anni fa. Veniva sempre al mercato. Parlava poco ma sorrideva.»

Mi sedetti davanti a quella tomba per ore. Non pregai, non ne ero capace. Non dissi nulla. Scrissi il necrologio più lungo che avessi mai scritto. E lo lasciai lì, dentro un barattolo di vetro.

Immagine generata con AI generativa di Adobe Photoshop

“dipinto ad olio che ritrae una lapide di un cimitero e appoggiato a terra un foglio di carta scritto”