Lo sfarinamento
Quell’anno chiuse la fabbrica metallurgica dove papà aveva lavorato per quindici anni, lui perse il lavoro e noi fummo costretti a lasciare casa nostra. Ci furono delle proteste fuori alla fabbrica che non servirono a farla riaprire, e proteste dentro alla televisione che servirono solo a riempire gli spazi vuoti del palinsesto di quei giorni. Protestarono tutti, — mamma voleva “parlare con qualcuno”, per dirgli cosa non si sapeva — tranne papà, perché non protestava mai e si decise ad agire di conseguenza. Da certi suoi amici venne a sapere di un posto libero in un’altra fabbrica. L’alternativa era tornare a Napoli, la città in cui erano nati lui e mamma. Ci furono settimane di concitazione, di conversazioni con dentro parole sconosciute per me e mia sorella. Un giorno, mamma e papà si chiusero la porta alle spalle. Dopo un tempo infinito, uscirono dalla tana e ci dissero che avevano scelto la seconda opzione. Così ci ritrovammo a Napoli, a casa della nonna, senza aria e senza spazio. Io e mia sorella fummo obbligate a stare nella stessa stanza dopo esserci abituate a non condividere mai il sonno, e mai niente che non fosse divisibile. Le merendine erano singole, e nel caso in cui erano doppie, come i Kinder Bueno, erano fintamente doppie, e avevano in realtà la misura adatta ad una persona sola. I letti erano separati, i vestiti impossibili da scambiare, le stanze quadrate vicine, comunicanti ma spezzate da una porta sempre chiusa, e i segreti, ognuno i suoi. A Napoli, invece, ci ritrovammo a dividere tutto quello che non credevamo fosse nemmeno possibile fare a metà. Il letto, di notte, era il contrario dei Kinder Bueno: una piazza, pensata unica, ma da dormirci in due.
Non appena tornammo a Napoli presi a svegliarmi ogni notte per un bruciore alle gambe. Aprivo gli occhi nel buio della stanza e mi sembrava di essere in mare e di averci immerso una ferita. Mia sorella si prendeva tre quarti di letto stesa in diagonale e dormiva beata, mentre io, rannicchiata, soffrivo. Cercavo di scalciare, di buttarla giù, ma lei non si muoveva. Dopo numerosi tentativi, mi arrendevo e perdevo conoscenza, poi la riprendevo per il dolore. Continuavo così, per tutta la notte. Di mattina, in bagno, cercavo tracce sulle gambe. Non sembravano aver passato nessuna sventura. Il bruciore spariva col sole.
Quando presi atto del fatto che la cosa non sembrava voler finire, lo dissi a mamma. Lei la prese come una forma di lamentela non poi così velata, e ancora meno velatamente mi disse che con mia sorella dovevo dormirci per forza, e che le lamentele sono come gli ombrelloni sulle spiagge in inverno. Ed era vero che con mia sorella non avrei voluto dormire, ma il bruciore era altrettanto vero, vero e avversario tenace del mio sonno. Così mi arresi ad aspettare che papà tornasse dal lavoro, per parlargli del bruciore, per chiedergli se potevamo andare da un medico — allarmandolo un po’ per avere un pronto intervento —, oppure, semplicemente, trovarmi un altro letto, uno che non fosse un quadrato con i lati corti. Ma ad aspettarlo, si poteva pure diventare vecchi come la nonna o, peggio, morire.
«Tu a Napoli non ci vuoi stare, questo è» me lo disse in cucina. Mi aveva appena dato il piatto brodoso cucinato dalla nonna, che stava di spalle e scavava nel pentolone con un mestolo come dentro a uno strato di fango. Aveva intercettato il mio sguardo disgustato verso il piatto.
«Mamma ma che dici?»
«Vuoi dire che non è così?»
«Ma che c’entra con il letto? Io un letto ti sto chiedendo»
«A me sembra che il problema è sempre Napoli»
«No, ti sbagli. Io solo un letto voglio. Te lo giuro».
In realtà, non lo sapevo nemmeno io. Il problema erano le gambe che bruciavano, la sensazione di spilli nella pelle, mia sorella, mio padre che non c’era, mia madre che c’era. Napoli mi faceva venire la nausea, e con Napoli, tutto quello che la riguardava. La casa della nonna era una baracca. Nei corridoi si inciampava tra i mobili, la luce ci metteva troppo ad accendersi e tanto valeva fare senza. Le mensole con le foto in bianco e nero erano degli altari per evocare i fantasmi, le pareti erano sottili al punto che sentivo la nonna russare, di notte, mentre ero sveglia per il bruciore. Mi aveva fatto schifo la folla della stazione, quando eravamo arrivati con le valigie. Davanti agli occhi ci era comparsa una piazza e un’aria giallognola, uno strato di polvere e sabbia che si posava sulle cose, trasportato dal vento. C’erano i piccioni intenti a fare il nido tra i palazzi, le bottiglie di vetro abbandonate per terra, i cartoni stesi.
«Che bella. Finalmente» aveva detto mamma, papà aveva annuito, mia sorella pure. Io li avevo guardati, uno a uno sulle facce dritte, senza nessuna piegatura. Non scherzavano affatto, erano più seri che mai.
Di giorno, mi arrabbiavo. Facevo il paragone tra i viali alberati di casa nostra e i tronchi stecchiti e morti che stavano sulle strade di Napoli. C’erano, un po’ ovunque, carte appallottolate, buste di plastica, resti di animali, palazzi scrostati, e un’aria di sabbia irrespirabile. A scuola proiettavo sulla facciata crepata quella dipinta di fresco della vecchia scuola, e mi giravo a cercare, inutilmente, i miei amici. E volevo distruggere tutto. Di notte, invece, sognavo casa nostra, quella che avevamo lasciato e non avremmo rivisto più. Non credo mi aiutasse, di mattina, a fingere che non odiassi Napoli, la casa della nonna, e tutto il mondo che le stava attorno, o mi aiutasse, in generale, a stare meglio, in quei giorni concitati. Ma quando, a fianco a mia sorella, mi sentivo più sola di quando dormivo davvero sola, rivederla mi confortava. Immaginare il giorno in cui saremmo tornati mi faceva persino scordare la rabbia, il dolore alle gambe, quasi prendere sonno coccolata dal buio. E in quello stato di leggerezza, riuscivo a vedere il carpino bianco che avevamo in giardino, sotto cui mi sedevo con papà d’estate, e le finestre grandi da cui il sole si gettava dentro casa come un innamorato che si arrampica sul muro per entrare in casa di nascosto.
Il giorno in cui avevamo attraversato il vialetto per l’ultima volta mi era sembrato che il carpino soffrisse per l’addio, e poi, rimpicciolito, sparisse diventando sabbia.
Avevamo camminato per le strade piccole del paese, i viali alberati, dicendo ciao ai cancelletti aperti di chi conoscevamo. C’era silenzio, eccetto per il suono delle ruote delle valigie che correvano sulle rotaie dell’asfalto. Poi eravamo arrivati alla piccola stazione vuota, dove c’erano i miei amici che avevano detto ciao, come se ci fossimo visti il giorno successivo, mentre io li abbracciavo uno ad uno.
«Non fare che poi sparisci» fu l’ultima cosa che gli sentii dire. Ripensare a loro, come se il letto stretto fosse il vagone del treno su cui ero salita per andarmene, mi dava la falsa impressione che loro fossero ancora lì, che il viaggio di andata fosse finito e io stessi facendo quello di ritorno, per ritrovarli sulla banchina dove li avevo lasciati.
Quando papà tornò da una delle sue trasferte, e questo delle trasferte era il problema che si aggiungeva agli altri, rendendo più pesante il mucchio, gli dissi del letto. Prima, per la fabbrica metallurgica, non si era mai spostato. Per il lavoro nuovo andava via per giorni, e quando tornava, mi accorsi, non aveva voglia di scherzare, e nemmeno di parlare. Si chiudeva nella stanza da letto all’ombra e non voleva sapere più niente di niente. Lo capivo e lo giustificavo. Ma del letto avevo bisogno e lo tartassai finché non si arrese per lo sfinimento. Mi prese una brandina bassa e scomoda, non tanto diversa dal letto che prima dividevamo io e mia sorella. Per le prime notti andò tutto come doveva andare, cioè riuscii a dormire senza bruciore, e pensai che almeno una cosa l’avessi risolta.
Poi, però, ci fu il tracollo. Poche notti dopo essermi sistemata sulla brandina, il sonno si guastò di nuovo. Il bruciore si era incattivito, in particolare sulle caviglie. Tenni gli occhi chiusi al buio nell’attesa di addormentarmi di nuovo. Quando non ce la feci più, mi alzai. Prima di chiudere la porta, vidi mia sorella immobile sotto le sue lenzuola miracolose, le rapprendevano il sonno senza farlo sgusciare via. La invidiai e andai verso il bagno con passi lenti. Si sentiva il russare della nonna. Accesi la luce, e mentre aspettavo comparisse, toccai l’origine del dolore con le dita. Sentii una sostanza granulosa, come se stessi su una spiaggia. Ci furono due scatti, comparve la luce e guardai verso il basso. Sulla pelle delle caviglie c’era uno strato di sabbia bianca come farina. Toccato con le dita, bruciava di più e non veniva via. Ripensai subito a quando da piccola utilizzavo una polvere colorata, insieme con la colla, per dare su un foglio bianco l’idea di una spiaggia. Quella tecnica, di cui non mi servivo più e che invece usava mia sorella, di pomeriggio dopo scuola, e con cui si otteneva una resa migliore di quella che si sarebbe avuta con il pastello e l’abilità della mano, e con uno sforzo di gran lunga minore, sembrava essere stata applicata sulla mia caviglia allo stesso modo. La colla, spalmata fitta, riusciva a tenere insieme lo strato sabbioso tanto da farlo aderire alla perfezione alle caviglie, che, alla luce scarsa del bagno, nemmeno si vedevano. Sembrava che la pelle avesse avuto necessità, a differenza del foglio, di un passaggio ulteriore all’inizio. Come se ci fosse stata passata sopra, visti gli spigoli e le zone curve, un po’ di carta vetrata. Cercai di scavare, ma l’unica cosa che succedeva era un’esplosione del dolore. Dopo alcuni minuti di contemplazione, pensai che la colpevole potesse essere solo una. La rividi chiaramente nella mia testa, mentre passava la carta vetro, la colla in orizzontale e in verticale sulla mia caviglia e ci spalmava la sabbia che teneva nella mano chiusa, rivolta verso l’alto. Dal bagno tornai alla stanzetta, lasciando la luce accesa per vedere meglio. Mia sorella, rimasta nella posizione di prima, mi dava le spalle. Distolsi lo sguardo e lo feci vagare per la stanza. Sopra al mobiletto sulla destra, vidi un barattolo di colla abbandonato senza tappo. Mi gettai su mia sorella e la picchiai finché potevo, dicendole:
«Sei stata tu, sei stata tu!»
Poi vennero mamma, la nonna, e papà che mi tirò via. Mi guardarono con gli occhi straniti, chiedendomi, senza chiedermelo, che ne avevo fatto di quella divisione assoluta prevista, tra me e mia sorella, da quando eravamo venuti a Napoli. Mamma carezzava mia sorella che piangeva e le si strusciava addosso come una gatta, mentre io che non avevo colpe fronteggiavo papà e la nonna, che sotto alla luce artificiale della stanzetta erano più cattivi del dolore alla caviglia, e più cattivi di quanto fosse stata mia sorella a colpirmi a tradimento.
«Guardate che mi ha fatto»
«Cosa?»
Mostrai loro la caviglia.
«Io non vedo niente. Tu vedi qualcosa?»
«No, niente».
Cercai con gli occhi il tubetto di colla. Ma non lo trovai. Era sparito.
«La vuoi finire tu e Napoli?» disse mamma.
«Voglio tornare a casa mia»
«Questa è casa tua, facci pace».
E urlammo ancora, poi mamma e papà negoziarono per decidere chi dovesse darmi le mazzate e dirmi di non farlo più, per chiudere il giro delle mazzate e fare in modo che io e mia sorella le prendessimo più o meno uguali, in nome di quella stessa divisione assoluta prevista. Mentre si decidevano e nonna mi diceva che ero una selvaggia, io guardavo la caviglia.
«Tu sei cattiva perché prima l’hai pensato e poi l’hai fatto» disse mia sorella. E tutti fecero sì con la testa.
Mi sentii disorientata, in quei giorni. Se inizialmente andare a scuola a Napoli era stata una noia e un problema — non avere amici e dormire poco mi rendeva ancora meno propensa — dopo quella notte diventò una preoccupazione peggiore di tutto il resto.
La sabbia che mi era comparsa sulla caviglia iniziò a sconfinare, ad aumentare il proprio dominio.
La crescita era lenta ma costante, e per monitorarla mi servivo di un pennarello. Prima di mettermi a letto, facevo delle strisce orizzontali che, dopo ogni notte, venivano lasciate indietro. Quello che cominciai a chiamare l’infarinamento sembrava una corsa che non vincevo mai. E ogni volta che aprivo gli occhi, la speranza che la crescita si fermasse e la sabbia venisse via, si spezzava contro l’evidenza della pelle invisibile. Un’evidenza che generò e fece crescere con sé un terrore che smarginava e non riuscivo a comprimere. Camminavo guardandomi attorno, chiedendomi se gli altri vedessero quello che sapevo c’era sotto i pantaloni, sotto ai calzini o alle scarpe. Mi fermavo spesso per controllare la caviglia. Temevo che per il vento, o per uno scossone, il mio stato diventasse visibile al mondo. Mi chiedevo che cosa sarebbe successo, se la polvere che si depositava ogni sera sul mio corpo avesse continuato a sconfinare fino a coprirmi tutta. Che avrebbero pensato i compagni che non mi parlavano mai, se mi avessero visto la faccia priva di pelle. E se essere scoperta sarebbe servito a fare in modo che mamma e papà mi credessero, riaprissero il circolo delle mazzate per restituire a mia sorella quello che si meritava. Così, avrei potuto smettere di torturarla personalmente per il fatto che fingesse così bene — non cedeva mai, anche quando eravamo sole, e faceva la faccia sconvolta se la accusavo — di non aver fatto niente. Quando andavo a scuola, invece, non potevo torturare nessuno se non me stessa.
Per mettere fine al viaggio dell’infarinamento usai le salviette. Fu una soluzione naturale e sensata, da farmi pensare di essere stata una stupida a non trovarla e averla tentata prima. Le salviette erano un’alternativa intelligente all’acqua, d’estate, quando la sabbia si attaccava alla pelle e non veniva via. Allo stesso modo, pensai potessero riuscire come non era riuscita l’acqua del bagno di casa della nonna, che, mi ero convinta, avesse qualcosa che non andava. Ci provai un pomeriggio, appena tornata da scuola. Raggiunsi il bagno in fretta, tolsi il pantalone e, presa la salvietta, strofinai forte contro la pelle. La tirai e la girai verso gli occhi. La sabbia veniva via e così continuai fino a che la pelle non fu completamente visibile. Uscii dalla stanza trionfante. Mia sorella stava facendo a mamma uno dei suoi racconti dettagliati di come le era andata bene benissimo a scuola. Feci vedere loro e alla nonna, voltata verso il pentolone dell’ennesima brodaglia, che la gamba era libera, non c’era più sabbia, e nel frattempo urlavo e saltavo. Tutte e tre mi guardarono e poi risero con me, tenendo però negli occhi un po’ di senso di estraneità, perché proprio non capivano di che stessi parlando, e perché continuassi con quella storia.
«Basta tu e sta benedetta Napoli» disse mamma.
Mia sorella mi indicò: «Belle mutande, pure io le voglio così!»
Il giorno successivo però, il nastro si riavvolse. Mi svegliai pensando che il tracollo fosse venuto, mi avesse torturata per un po’, e se ne fosse andato chissà dove, a torturare chissà chi di cui non mi importava. Sognai immagini di sabbia bianca trasportata dal vento, sognai il carpino quando era più forte degli ombrelloni d’estate. Non appena fui sotto alla luce giallastra del bagno, nemmeno controllai, come facevo ogni mattina, fin dove si fosse spinta la distesa di sabbia, fin dove fosse arrivato il capolavoro che mia sorella aveva iniziato. Poi però, tolsi il pigiama per vestirmi e mi accorsi che la sabbia era tornata, moltiplicata oltre l’eccesso. La gamba era infarinata del tutto, e mi dava, a guardarla, un senso di estraneità, come non fosse la mia. Provai a scrollarla con la mano, poi di nuovo con le salviette, ma non si mosse. Accovacciata sulle piastrelle del bagno, mi tirai forte i capelli.
Piansi perché non sapevo come liberarmi della sabbia, non avevo qualcuno a cui dirlo, non avevo qualcuno, eccetto i miei amici lontani, che avrebbe potuto credermi.
Quel giorno non mi restò altro che andare a scuola. Qualunque mia sensata protesta e richiesta supplichevole a mamma non avrebbe passato la frontiera e sarebbe stata bollata e rispedita al mittente come insensata. Uscii di casa. Un vento forte soffiava sulla città sporca e morta, dando l’impressione che tutto potesse volare via, scardinato con uno strappo forte. Camminai con la paura, a ogni passo, che per colpa del vento si fosse spalancato lo spazio tra i calzini e le gambe, e qualcuno si fosse accorto dell’infarinamento e, dopo averlo visto, stesse andando a dirlo a tutti. Nel tragitto pensai di nuovo ai miei amici, a quello che avrebbero detto, come avremmo riso della sabbia che sembrava farina, come avremmo pensato di vendicarci di mia sorella. Poi mi chiesi se non avrei dovuto coprirmi la faccia con delle sciarpe, quando la sabbia sarebbe arrivata al collo e al volto, e come lo avrei giustificato quando avrebbe fatto caldo. Presi il tram, entrai a scuola, mi sedetti e, con le orecchie tappate dai pensieri, aspettai la fine della giornata. Tornare a casa mi avrebbe permesso di smettere di vivere in quello stato perenne di allarme e tentare di trovare, sola, altre soluzioni. Uscii da scuola di fretta, andai alla fermata del tram, aspettai sotto alla pensilina vuota. Le strade si desertificavano per il pranzo. Una folata forte di vento mi colpì, e mi finì qualcosa nell’occhio. Mentre lo strofinavo con la mano destra, mi sentii mancare. Era come se mi fosse stato portato via qualcosa, come se mi stessi sollevando da terra. Riaprii gli occhi, il vento infuriava e i palazzi, la pensilina, la piazza e gli alberi stecchiti, tutto sembrava ondeggiare, fino a quando non mi fu davanti agli occhi una coltre di sabbia bianca che si allontanava dandomi le spalle. Mi piegai verso il basso, tesi le mani verso la caviglia per tirare su il pantalone e giù il calzino. Il blocco di sabbia si stava scomponendo, disperdeva pelle, sangue, ossa. Le scarpe si afflosciarono, vuote, mentre si librava in aria altra sabbia Mi guardai attorno, alla ricerca di qualcuno che vedesse quello che vedevo io, ma non c’era nessuno. Mi chiesi, per un attimo, se a quel punto mamma e papà mi avrebbero creduto. Poi tentai di rimettere le scarpe, usarle come tappo, di coprirmi, per fare in modo che la sabbia non portasse via con sé, nelle scariche di vento, quello che restava.
Ma per quanto tentassi, sembrava impossibile fermare il vento e la sabbia, come è impossibile fermare il gelo che spoglia gli alberi pezzo per pezzo.
Mi guardai per un ultima volta intorno, poi guardai le gambe svanire. Stavo inerme mentre l’infarinamento si trasformava in sfarinamento. Ma prima di urlare, prima di chiedere aiuto con tutta la gola, la prima cosa che mi chiesi fu come avrei fatto, in quello stato, a tornare a casa mia.
Immagine generata con Gemini AI