LE REGOLE DELLA PERFEZIONE
Era dalle tende che filtrava la luce bianca della domenica. Era la settimana dei gladioli. «Sono meravigliosi, Eugenio. Vai pure a fumare in balcone, caro. Torno subito» disse mia madre non appena ebbe finito di sistemare i fiori nel vaso. Nel salone l’ordine rispondeva a un odore preciso, una fragranza di pulito aleggiava nell’aria, insieme a una lontana memoria olfattiva di cucinato e languore dovuto all’ora. Le sedie erano al loro posto. Non c’era traccia di polvere sulla cristalliera. In cucina, sull’acquaio, c’erano ancora le forbici e gli steli che aveva scorciato poco prima. Era caldo, era estate, la teglia delle lasagne era già in forno, i piselli nel tegame, l’arrosto e il suo fondo a raffreddare nella casseruola, il pane tagliato, le briciole sparse sul tagliere. Il corridoio era in penombra, dalla camera da letto fuoriusciva uno spiffero di luce che illuminava a stento i miei passi, accompagnati dal noioso ticchettio del timer.
Il pranzo della domenica era ciò che restava di mio padre.
Da quando era morto, era un appuntamento obbligato, anche se adesso che avevo venticinque anni quello non era più il mio posto. Non c’era modo di accampare scuse, ci sarebbe rimasta male, lo sapevo. La porta era accostata, mi avvicinai furtivo. Mi sentivo un ladro, questa era la sensazione che provavo, un ladro in quella che era stata la mia casa. Mia madre era in piedi al centro della stanza, sul letto la solita valigia aperta. Si muoveva veloce dall’armadio al trumeau. La luce anche qui era bianca, ma più densa, pastosa. Con la coda dell’occhio la vidi infilare nella valigia un soprammobile, un rossetto, un foulard, un portacenere di cristallo e un profumo, di sicuro di marca. Era la refurtiva della settimana.
Ogni domenica, seppure di nascosto, mi costringeva ad assistere, a trovare giustificazioni, a fingere di non sapere. Mi obbligava a sopportare il suo rovistare, il frusciare delle stoffe, il rimestare e cozzare degli oggetti. Conoscevo bene i gesti. E i rumori. Ma non riuscivo ancora a dargli un nome. Ogni domenica ripeteva lo stesso rito, come se avesse bisogno di qualcuno che la guardasse. Forse era il tentativo di condividere con me qualcosa di intimo, sentirsi assolta, forse voleva solo essere salvata. Al mio rientro a casa, dopo pranzo, avviai il computer in cerca di una definizione. Mi pacificava il pensiero che in qualche modo fosse ormai poco presente a se stessa, svanita. Era affetta da una lieve forma di demenza senile, il morbo degli anziani dal quale indietro non si torna.
Una sera, dopo la partita, quando la strada si lastricò di silenzio e le ultime insegne si unirono al buio, mi decisi a parlarne con Carlo.
«Cosa vuoi che ti dica? Sarà l’età».
Mi stupì la fretta con cui si era scrollato di dosso la mia rivelazione. Mi era costato non poco parlargliene. Per evitare di entrare in polemica, cambiai argomento. Negli ultimi tempi, tra noi le cose non andavano bene. Era come se anche Carlo, come mia madre, avesse deciso che mentire fosse l’unica strada percorribile.
«Ci sarebbe un posto» dissi a mia madre la domenica successiva, il tono rassicurante di chi ha trovato rimedio a un male incurabile.
«Un posto?»
«Si tratta di una struttura»
«In ospedale? Io?»
«No, mamma. È in campagna, a meno di un’ora da qui. Sarebbe un modo per non stare sola tutto il giorno»
«Io non sono sola, Eugenio. Ci sei tu»
«Lavoro tutta la settimana, starei più tranquillo».
Docile, senza puntare i piedi, aveva acconsentito. Chiesi un permesso il giovedì e la portai in visita, per tranquillizzarla, e la domenica successiva, dopo pranzo, le diedi una mano a preparare le sue cose. La valigia non l’aveva toccata. Era rimasta come una rinuncia nel ripiano basso dell’armadio.
«Insomma, alla fine, hai deciso tu per lei».
Carlo continuava a sorprendermi. Non mi piaceva il tono di rimprovero sotteso, la voce incrinata, come se dietro alle sue parole ci fosse altro.
Decisi di interrompere la nostra frequentazione. Sarebbe stato meglio evitare altre bugie, recriminazioni, la voce alta, gli insulti. Bisogna capire quando arriva il momento di lasciarsi il passato alle spalle. Lo aveva fatto la mamma, senza battere ciglio, potevo farlo anche io.
Intanto, era già passato un mese da quando si era trasferita.
«Avevi ragione, Eugenio. Mi trovo bene, sono gentili, l’aria è buona, il giardino è sempre fiorito. Mi hanno assegnato una porzione di orto, ciascuno di noi ne ha una. A me, oltre all’insalata, è toccata una pianta di fagiolini – li annaffio, tolgo le erbacce, li raccolgo. Tommaso mi ha anche insegnato a legarli alla cannuccia»
«Domenica ti vengo a trovare, così mi fai vedere»
«Niente pranzo stavolta»
«Non ti preoccupare, mamma. Prenderemo un caffè insieme».
Consumai un tè freddo nel piccolo bar interno alla struttura, mia madre preferì un succo di frutta. Poi, sottovoce, mi confessò che aveva necessità di salire in camera. Era una singola – il letto ortopedico in acciaio, un armadietto per gli effetti personali, il tavolino di formica grigia e un paio di sedie per i visitatori. Affacciava sul parco, dove la regolarità delle siepi di mortella tracciava sentieri ritagliando piccole aree di sosta per i degenti all’ombra dei pini, c’erano sedute in marmo e le panchine erano dipinte di verde. Al centro, proprio davanti all’entrata, sulla spianata di ghiaia, gli zampilli di una grande fontana rilucevano al sole. Incuriosito, mi sporsi a guardare. L’acqua era limpida ma i pesci al suo interno erano malati, la livrea arancione squamata, le caudali come mangiate. Nuotavano pigri, qualcuno boccheggiava, le branchie discoste e arrossate. Alla mia prima visita, un inserviente stava rimuovendo i pesci morti con il retino. «Colpa del caldo. La stessa fine che fanno i nostri ospiti» disse e si portò una mano alla bocca. «Non volevo, mi scusi» aggiunse, senza alzare gli occhi.
La camera di mia madre era al primo piano. Mi prese sottobraccio e mi condusse all’ascensore. Quando si aprirono le porte, ci accorgemmo che era già occupato. Le tre anziane al suo interno non vollero sentire ragioni, sarebbe stata un’offesa non condividere con loro la salita. Io e mia madre accettammo l’invito, nonostante un odore impertinente soffocasse il respiro.
«Quelle fanno su e giù tutto il giorno» disse sottovoce mia madre una volta al piano, mentre percorrevamo il corridoio.
«Perché?»
«E chi lo sa? Clara mi ha detto che suo marito lavorava in un grande albergo, Maria Sofia parla più poco, si annoia, è un modo per occupare il tempo, per stare in compagnia. L’altra non la conosco».
«Mi pare che ti trovi bene».
«Benissimo. Meglio non potrei stare».
Mi rincuorava vederla così, sembrava persino più giovane, pulita, curata. Carlo si sbagliava, quello che lui aveva definito come abbandono si era rivelato un’opportunità. Non avevo più voglia di incontrarlo, anche se mi avrebbe fatto piacere portarlo lì, da mia madre, fargli vedere come avesse, almeno in parte, trovato una sorta di equilibrio.
«Aspetta fuori» mi pregò una volta davanti alla porta.
Forse doveva andare al gabinetto, era sempre stata una persona riservata. Da anni, pur tirando la carretta con la libera professione, rifiutavo le sue mancette, ero stufo di non riuscire a bastare a me stesso. Sperai che non mi allungasse qualche soldo, come ogni volta tentava di fare.
Rimasi sulla soglia, in attesa.
Fu allora che, sbirciando all’interno, vidi che apriva l’armadio. Tirò fuori dal cassetto in basso una sacchetta di stoffa che riconobbi subito. L’aveva cucita lei, era a quadretti bianchi e blu, la stessa che portavo alla scuola elementare con la merenda, la mela, il piatto, il bicchiere e le posate di plastica. Tirò fuori un accendino, uno di quelli vecchia maniera, tipo Ronson, e lo accese, forse per verificare che fosse carico, seguì un mazzo di carte, un paio di calze ricamate, una camicia da notte, un rossetto, una bottiglietta di acqua di colonia, e li depose in ordine sul letto.
«È così che deve andare» la sentii dire, poi allungò il braccio, tese la mano e chiuse la porta.
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