L’asta di settembre

Guido è imbambolato a guardare gli aerei che passano nel riquadro della finestra, in attesa che finisca la pubblicità. Potrebbe ripeterla a memoria: è la stessa che l’algoritmo di YouTube gli propina da settimane. Un uomo di mezz’età molto belga e molto pingue, con tanto di marsupio degli attrezzi a cingergli la pancia strabordante, lo incita a vendere la propria auto usata. Vi offriamo il prezzo migliore, dice. Guido non ce l’ha, un’auto, ma l’algoritmo non ha fatto nessun errore di targetizzazione. Maschio etero sud-europeo tra i trenta e i trentacinque anni nonché fruitore, alle undici e mezzo di una sera di giugno, degli highlights di una partita di calcio. Negli ultimi tre giorni li ha rivisti diciassette volte. Passa da quelli, alle dichiarazioni post-partita, alle analisi di tifosi incazzati ed ex-calciatori riusciti nell’impresa di riciclarsi come commentatori su Twitch. Come se sperasse di capire qualcosa.
Quando gli salgono i sensi di colpa si racconta che è tutto normale. Dopotutto, era una finale di Champions. Ma lo sa anche lui che non sono questi tre giorni, che con Youtube ci è finito sotto già da qualche mese. Non ne va particolarmente fiero. È solo che trova rassicurante, alla sera, buttarsi sul divano e ritrovare le solite facce imbolsite, la gravità sermonico-clericale con cui, proiettate contro la parete del salotto, discutono i prodigi del pressing alto, lo scarso livello della Serie A e il mercato ormai alle porte. È un tappeto sonoro confortevole, quasi un mantra, interrotto di tanto in tanto da una pubblicità in fiammingo. Guido non lo capisce, il fiammingo, e quindi finisce spesso per guardare da un’altra parte, verso il bonsai nella teca di vetro o i saggi di politica europea accatastati sullo scaffale o ancora più in là, oltre la grande finestra da cui durante il giorno si intravedono i profili irregolari dei tetti e durante la notte, nel cielo, le luci verdi e rosse degli aerei. Attraversano il buio da destra verso sinistra, tutti con la stessa traiettoria. Ce ne sono due, uno appresso all’altro, quando il telefono squilla da qualche parte tra i cuscini del divano. Ormai è un riflesso incondizionato. Non fa che dimenticarselo in un’altra stanza, o ficcarlo in qualche anfratto dove l’occhio non cade.
   Bellone mio, dice la voce dall’altra parte delle onde radio.
   Ciao, Le’.
   Che stai a fa’?
Guido cerca a tastoni il telecomando e mette i video in muto.
   Stavo qua sul divano, dice poi.       Che succede?
   Ma perché, disturbo?
   Ma no.
   Te stavi a fa ‘na pippa, ve’?
Guido sospira dalle narici.
   Certo, dice. La dedicavo a te.
La risata che rimbomba negli speakers sembra sempre la stessa. Un suono profondo, quasi ctonio, che sovrasta anche quando non vuole. Ricorda ancora il momento in cui l’ha sentita per la prima volta, quella risata, quella voce da gigante-bambino. L’estate a cavallo tra le medie e il ginnasio non si erano visti granché. Si erano salutati una sera di fine giugno alla rotonda di Ostia, quella alla fine della Colombo da cui già si vede il mare, con la fronte arrossata e le schiene tirate dal sale. Leo era salito sul motorino e sul motorino era tornato un paio di mesi dopo, dieci centimetri più alto e con qualche spruzzo di barba che gli scendeva lungo le guance. Quando si erano rivisti in piazzetta si erano abbracciati e dentro l’abbraccio Leo aveva detto Ciao, bellone mio, e ancor prima di percepirlo nella voce Guido se n’era accorto dalla cassa toracica, dal modo diverso in cui si era messa a vibrare contro il suo stomaco.
   Scherzi a parte, dice Leo. Sei solo?
   Sì. Perché?
   Per sapere. Elena come sta?
Il suo sguardo si rivolge istintivamente verso la camera da letto.
   Tutto bene, dai. È di là che dorme. Arriva cotta la sera, co’ ‘sta cosa della capa…
   Quella che chiama durante i vostri weekendini romantici?
   Lei. Ma a parte quello tutto bene, insomma. Tutto nella norma.
   Bene. È sempre innamorata di me?
Guido sorride.
   Naturalmente.
   Non ti ingelosire, però. Non può fare altrimenti, capisci?
   Certo, dice Guido. Capisco.
Per qualche secondo nessuno dei due parla. Sul muro c’è un allenatore di calcio che parla stordito a chissà quale microfono e nel cielo, oltre i vetri, ancora le luci di due aerei che volano. Guido ne segue la scia con gli occhi, e aspetta. Tra di loro il silenzio non è mai stato un problema. Per certi versi è memoria muscolare, un retaggio delle ore passate al telefono a studiare fisica o tradurre dal greco in vivavoce. Ogni tanto Leo ruttava per distrarlo, o voleva una chiacchiera di compagnia durante la pausa sigaretta; altre volte era Guido che si lamentava dei voti o commentava i baci in cortile di Arcudi e Ventura. Ma la maggior parte del tempo restavano in silenzio. Nelle onde radio passavano solo qualche fruscio di pagine e i respiri cavernosi di Leo.
   Senti, Do’…
Guido si tira su, aggiusta le spalle contro lo schienale del divano e rannicchia le gambe. Senza rendersene conto, sta trattenendo il fiato.
   Dimmi.
   Ma che rumba avete preso l’altro giorno?
   Vai a fare in culo, vai.
   Onesto, cinque in finale so’ proprio tanti.
Dal nulla, Guido è furioso. Se lo avesse davanti gli scaraventerebbe il cellulare sul muso.
   Mi ricordi quante volte ci siete stati, voi, in finale di Champions?
   Che c’entra, quella è la macchina del Nord. Lo sanno tutti.
   Quante?
   È molto importante che resti calmo, però. Altrimenti poi uno vuole parlare di calcio e non ci riesce…
   Sono calmissimo.
   È per quello che poi perdi sempre al Fanta, capisci? Perché durante l’asta ti scaldi troppo e quando poi arriva il momento clou mi sei deconcentrato.
Per un attimo non ci sono più né gli aerei né i capelli lucidi dei commentatori-ex-calciatori, certosinamente aggiustati all’indietro per nascondere chieriche e stempiature. C’è solo il punto preciso in cui recapitare lo spigolo del cellulare. Proprio lì, in mezzo alla fronte, tra quei due occhi da paraculo.
   Sei riuscito a vincere con il quinto attacco del campionato, sei riuscito…
   Horto muso vale uguale, bellone mio.
   … Co’ Dumfries che ti ha fatto la stagione della vita e ‘sto cazzo de Ché Adams che palesemente hai preso a culo.
   Non capisco perché ti fissi sempre co’ ‘sta cosa del culo, dice Leo. L’ultima volta che ho perso un Fanta avevi ancora i capelli.
Nel silenzio della notte, sul suo divano, Guido ride dalle narici. Non vuole dargliela vinta ma lo ha già fatto.
   Sei inqualificabile, questo sei.
   Corradini, ecco, lui sì che è uno che fa le cose a caso.
   Che c’entra Corradini, mo’.
   Arriva secondo con Kean senza manco sape’ che è italiano, dice Leo. Prenditela con lui, no?
Guido sbuffa e riallunga le gambe sul divano. Sente il busto scivolargli verso il basso, e allora decide di stendersi del tutto. Si aggiusta il cuscino sotto la nuca e per un attimo, mentre fissa il lampadario appeso al soffitto, gli scappa un sorriso.
   Va bene. Vorrà dire che all’asta di settembre picchio prima te e poi lui.
C’è di nuovo silenzio sulle onde radio. Solo che è diverso. Guido sente che è diverso. È come stare dentro un aereo che sfonda il muro del suono.
   Senti, Do’.
   Dimmi.
   Io non lo so se partecipo, l’anno prossimo.
   …
   …
È come schiantarsi e non sentire il rumore. Solo che esiste, quel rumore, sta già deflagrando da qualche parte che non è qui.
   …
   …
   Quanto?
   Ieri l’oncologo diceva un mese.
   …
   Però vediamo, ecco. Io punto almeno alle amichevoli precampionato. Più che altro non mi va di fini’ in un letto di mogano senza conosce’ i nuovi acquisti. Pare che i Friedkin vogliono rifa’ la squadra, finalmente, che io gente come Pellegrini e Cristante, capito, tutta sta gente monopasso coi serci al posto dei piedi non la posso più vede’. Se Dybala ce fa ‘sto regalo di restare in piedi può esse’ pure che –
   Stai zitto un attimo, Cristoddio.
   …
   …
   …
   Scusa.
   Non preoccuparti, dice Leo. La sua voce arriva scarica, come se sentisse la fatica di viaggiare da Roma a Bruxelles. O forse sono i timpani di Guido a riceverla così ovattata, senza riverberi, così incapace di far vibrare i corpi che incontra.
   Senti, Do’…
   Dimmi.
   Pensavo ai fiori, no.
   Sì.
   Lo sai che mi fanno schifo.
Guido non risponde. Sta sdraiato sul divano con le costole che gli premono in dentro, a fissare i milleduecento euro di lampadario a fishbowl che pendono sulla sua testa. Pensa a quel pomeriggio lì, l’ultimo prima di trasferirsi a milleduecento chilometri di distanza da Leo. Quanti anni sono passati? Sei, sette? Non riesce a ricordarlo. Ricorda solo che era fine settembre e il sole era caldo, e che avevano camminato senza una direzione, con le mani infognate nelle tasche dei jeans. Avevano parlato anche meno del solito. Tornando a casa avevano svoltato per l’Aventino, su quella via che dal Circo Massimo passa in mezzo al Roseto. Si erano poggiati alle inferriate, ché i cancelli erano già chiusi. L’aria era arancione e inverosimilmente piena di polvere e senza mai guardarlo in faccia, squadrando le rose e solo quelle, Leo aveva detto che non per fare sempre il frocio ma dove altro la fai, una passeggiata così?, e le inferriate avevano vibrato piano sotto il peso della sua voce.
   Ti fanno schifo.
   Sì.
   …
   Fate altro, se proprio dovete. Che ne so, un posto in tribuna Tevere per i miei. Che se poi davvero viene Gasperini, capito, è capace che è l’anno buono.
   Tribuna Tevere, dice Guido. Va bene.
   O magari mettete una quota più alta per il Fanta.
   Certo.
   Così recuperate un po’ dei soldi che avete perso ‘sti anni.
   …
   …
   …
   Oh, ci sei?
   Ci sono.
   Studia, per l’anno prossimo. Mo’ che mi levo di torno è capace che una possibilità ce l’hai persino te.
Guido solleva di nuovo il busto per poggiarlo contro lo schienale. Nel movimento, qualche spezzone di braccia e il suo mezzoprofilo si frappongono fra il proiettore e le immagini che continuano a scorrere sul muro. Rannicchia le gambe, si aggiusta il cuscino. La voce è sempre la stessa, pensa. Vorrebbe fare un respiro profondo, svuotare i polmoni, e invece. Si sforza di controllare il diaframma.
   Ti ringrazio per la fiducia.
   Figurati.
   Magari hai anche già qualche consiglio da darmi?
   È ancora presto, lo sai. Però occhio al Como.
   Chi?
   Aho, mo’ non è che posso fa’ proprio tutto io.
   Hai ragione anche tu, dice. Perdonami.
Per diversi secondi, sulle onde elettromagnetiche non passa alcun suono umano. Solo quel ronzio alluminico, come di acufene, che si intuisce in sottofondo quando resta solo il silenzio.
   Bene, dice Leo quando poi è il momento. Allora mi sembra che ci siamo detti tutto.
Guido lascia andare il respiro imbottigliato nella trachea.
   Ci vediamo presto, dice. Provo a scendere questo weekend.
   Per carità, senza fretta.
   Sei un coglione, questo sei.
Le frequenze alte e basse di un rutto prolungato, sontuoso, gli rimbombano negli speaker del cellulare.
   Cristo santo.
Leo ride forte, come fanno i giganti.
   Buonanotte Do’.
   Buonanotte, dice Guido. Rimane col cellulare contro l’orecchio finché il ronzio non si interrompe. Poi lo guarda, se lo rigira nelle mani. Lo ficca tra le pieghe del divano. Sulla parete bianca, uno Youtuber si agita contro un grosso microfono professionale. Ha i capelli brizzolati e indossa la tuta acetata di un club sconosciuto. Nel momento in cui Guido alza il volume si sta lamentando del riscatto di Zalewski. Il ragazzo ha dimostrato, sei milioni e mezzo non sono eccessivi coi prezzi che girano. Ma a cosa serve se, come pare, Inzaghi andrà via? E poi forse ci sono acquisti più urgenti. In attacco, ad esempio: se manca uno tra Lautaro e Thuram non segni mai. Arnautovic e Correa andranno via, ma chi li sostituisce?

Si parla di Jonathan David, che però forse ha un pre-accordo con la Juve, e si parla di Abraham, e si parla e si parla e si parla, anche quando non serve più a niente. Nel riquadro della finestra continuano a passare gli aerei e le parole riempiono il salotto e Guido pensa che non hanno alcun senso, le parole, che non ce l’hanno mai avuto.

 È stravaccato sul divano e osserva le immagini scorrere e pensa a tutte le parole distorte e metalliche che in questi anni si sono scambiati dentro un telefono, ai vuoti tra una visita e l’altra che non sono state in grado di riempire. Pensa a quel caffè preso di corsa la mattina di Natale, al barbecue finito come ogni Pasquetta sotto a un acquazzone, a quella notte di agosto che avevano passato in macchina, guidando per strade deserte di Roma, che l’asfalto si squagliava e dai finestrini abbassati entrava il vento caldo e non sapevano che dirsi ma parlavano, parlavano, riempivano l’abitacolo di parole per convincersi che non fosse successo niente. Pensa alla sua voce che non è mai cambiata e all’ultima volta che lo ha abbracciato, fuori dall’ospedale. Sono mesi che non pensa ad altro.

Al disgusto che ha provato sentendo la pelle di Leo premere contro la sua. A quell’istinto vigliacco di fuga, a quell’odore. Come quando apri la busta dell’insalata e ti accorgi subito che è andata a male.

Immagine generata con Gemini AI