LA TERRA È DEI VIOLENTI
I primi pugni sono al costato, la maglia si piega intorno alle nocche, gli scrocchi si sentono chiari. Crik, crok, è un attimo: quando il ragazzo cade a terra si vede un corpo nel suo insieme, la pretesa di essere già cadavere, di essere carcassa, per evitare altri colpi. Ma a loro non interessa. Gli stivali – Soldini neri in cuoio, punta rafforzata – calpestano la spalla destra, la testa dell’omero sotto la suola. Poi lo colpiscono in viso, non si vede niente, ma si può immaginare un fiotto, una pennellata densa che dalla bocca traccia una linea, un confine d’umanità sul marciapiede dove lasciano il ragazzo. Non smettono di filmare nemmeno quando si stanno allontanando. Visi censurati, carne censurata. Sotto c’è scritto: Se non si comportano bene, vanno educati. Semplice.
Primo commento, uomo con cane: giusto così. Secondo commento, nessuna immagine: ahaha succo di nero. Terzo commento, laurea della nipote, donna: remigrazione per questi schifosi. Quarto commento, foto allo specchio, diciannove anni e capelli riccioli: +1000 aura.
Schiaccio il tasto Segnala, poi Incitamento all’odio. Lo faccio di nuovo, ma scelgo Contenuti violenti. Ci starebbe una terza o quarta volta, ma mi fermo, faccio cadere il telefono nel portaoggetti, accendo la macchina. So che dovrei essere arrabbiato, percepisco l’emozione crescere a lato, mia ma fuori da me, come un arto fantasma, deforme e gigantesco. È lì, ma non esce.
Dovrei essere arrabbiato, ma non sento niente.
«Hai visto cosa ti ho mandato?» mi chiede mio fratello poco dopo essere salito in macchina, mentre mi metto a costeggiare la Dora.
«Mi mandi diecimila cose, Jaco – dici quella della cicciona che si caca addosso?»
Mi muovo tra la calca degli universitari che escono dall’Einaudi, riempiono la strada, e sono appena le undici. Il mattino cala azzurro sul tetto bianco marmo del Campus, rimbalza tra le foglie dei pioppi lungo fiume, ammanta i palazzi con i colori della sera. Torino sanguina di luce, questa mattina.
«No, l’altro, quello dei palestrati».
Nel video ci sono due ragazzi con i bicipiti grandi quanto la mia faccia davanti a uno specchio. Illuminazione di lato per risaltare i lineamenti, bianconero per l’effetto statua greca. In sovraimpressione: Io e il bro non litigheremo mai per la stessa tipa. Stacco. Loro due che si abbracciano, filtri saturati, una cornice rosa. Un’altra frase: Il bro è la mia tipa.
«A me non fa ridere» dico.
«A volte sei pesante» risponde.
«Sarò vecchio e senza senso dell’umorismo, che ti devo dire».
Mi fermo al semaforo prima di entrare in corso Regina, un barbone viene dal mio lato, mostra un bicchiere di carta. Alzo la mano, ma non si sposta; scrollo la testa secco e lo fisso di traverso. Si allontana subito dopo. Jacopo nel mentre risponde: «Verissimo».
Jacopo e io ci diamo cinque anni, venti e venticinque. Quando può rimarcarlo, quando può definire che io sono io, lui è lui, lo fa, rafforzando questa differenza con dati reali e indiscutibili prove empiriche. Così come per l’altezza, per la più o meno profondità della voce e, dal prossimo anno, per il numero di lauree: lui una, io zero.
Jacopo accerta la realtà per confermare se stesso al di fuori di me; altrimenti, come dicono tutti, saremmo praticamente indistinguibili.
«Mi fai la morale, però i ciccioni ti fanno ridere» dice.
«No, Jaco, è diverso – è diverso: io rido della scena, non di loro, della scena, non mi fanno ridere perché grassi. Non rido della persona, ma del contesto – il tuo è perculo»
«È ironia, sei esagerato» dice con piglio annoiato. Poi raggruppa il fiato dietro le labbra, lo fa uscire con uno scoppiettio marcato: «Bah». Pausa. «Bah» ripete. Nella semantica di Jacopo, “Bah” più che esprimere un sentimento – quale, in questo caso, il fastidio – è una dichiarazione d’intenti, una postura con la schiena prima dell’assalto di spada. Peggio se si ripete.
«Jacopo sono in piedi dalle quattro, ho lavorato tutta la mattina: non ho voglia di litigare. Non ho voglia – abbi pazienza»
«Guarda che non ho iniziato io»
«Sì, ma mi mandi ‘ste – ‘ste robe»
Jacopo sbuffa, piega il mento di lato e fissa in basso. Fa ballare il piede, su e giù sulla punta.
«Cioè, il bello è che sai che mi danno fastidio: lo sai» dico.
«Allora non ti mando più niente»
«Non ho detto questo» e accelero per sorpassare una vecchia in bicicletta, una gamba più lunga dell’altra, che sbanda tra la strada e i binari del tram. «Signora, però, mannaggia a cristo». Avrei l’impulso di urlarle “stronza”, ma mi trattengo.
Jacopo abbassa il parasole, si sistema i capelli con precisione, passa il dito sotto gli occhi verdi, verdissimi come quelli di mamma, fino a schiacciare un brufolo sulla guancia. Ogni volta che lo guardo di sfuggita, lì nella mia visione periferica questo Jacopo di venti non si distingue da quello di sedici, tredici o nove anni. Mi riporta sotto il sole della spiaggia, dove siamo cresciuti, quando lo scirocco prendeva il mare per la cresta e lo lanciava sulla battigia, e noi a rincorrerlo per tuffarci nelle onde. Lo tenevo per mano, gli occhietti verdi mi cercavano per soffiare via ogni paura.
A volte, con un’occhiata rapida, mi dimentico di tutto il resto, se non dell’amore che ho per lui.
«Comunque,» dice dopo un po’ con una durezza astratta, tono profondo ma distante, «hai visto il video del nero che hanno picchiato a Parco Dora?».
Arriviamo a Porta Palazzo. Non c’è coda, proseguiamo spediti. Non rispondo, non subito; vorrei evitare questa discussione.
«Fra, hai visto?»
«L’ho visto»
«E?»
«E cosa?»
«Niente, chiedevo».
Uscendo dal sottopasso il cielo è grigio, e pare ingrigirsi ancor di più in contrasto con i rami secchi, linee tracciate dagli alberi. Le foglie giallastre cadono a pioggia tra le macchine.
«Trovo sia molto grave» dico.
«No, sì, sì, lo è – cioè, l’hanno quasi ammazzato».
«E la gente che ci va pure dietro, capito? Mi fa impazzire».
Jacopo si volta verso il finestrino, appoggia la fronte al vetro. Deglutisce. «Dicono che stava spaccando degli specchietti» «Come? Alza la voce» «Che l’hanno visto rompere gli specchietti, con – con questo» si indica il gomito, poi imita il gesto. «Pam, colpo secco» «Dove l’hai letto?» «Non lo so. In giro, sui social» «E perché?» «Non s’è capito. Sarà uno di quei pazzi che dorme sotto al cavalcavia, o un tossico dello skatepark. Un po’ se la sarà cercata».
La voce trema appena sul finire, come stesse calibrando il peso, capire se regge, se esprime esattamente quello che pensa. Deglutisce di nuovo.
«Ma che cazzo dici» chiedo per certezza.
«È vero».
Accosto superato il McDonald di via Livorno, davanti alla struttura modernissima, americana, dell’Environment Park. Sento la stanchezza ostruire le tempie, calcificarle. Le occhiaie bruciano come ferite aperte. La Dora esplode in fragore sotto al ponte davanti a noi, l’acqua alta ribolle per le correnti – da qualche parte, verso le montagne, sta piovendo. Non spengo la macchina, quasi mi spezzo nel girarmi verso Jacopo.
«Ora stai davvero superando il limite»
«Cos’ho fatto?» chiede con voce minuscola ma affilata, affondando nel sedile come un animale preso di sorpresa, indeciso se nascondersi o reagire. Anche se, dall’espressione di Jacopo, non sembra molto chiara l’origine del pericolo.
«Provocare, mi stai provocando, tu mi provochi; t’ho detto che sono stanco, che è dalle quattro – Jaco, dalle quattro – che sono in piedi, e sai che queste frasi del cazzo mi mandano in bestia»
«E calmati, madonna santa, si stava parlando»
«Va bene, d’accordo, parliamone: uno che spacca degli specchietti va menato a morte?»
«Non ho detto questo»
«Va lasciato sul marciapiede a vomitare sangue»
«Continuo a non aver detto questo – non mettermi parole in bocca»
«Allora cosa vuoi dire, eh?»
«Che lì ci parcheggi pure tu. E se era la tua macchina? E se stamattina o stanotte te lo trovavi addosso e, bo’, ti spaccava una bottiglia addosso? Meglio lui gonfio di botte che te, capito? Diecimila volte meglio»
«Puoi usare il cervello?» tronco la frase. Mi sento dissipare, cerco di tenere i miei pezzi insieme.
Diverse ore prima, prima ancora che Jacopo si svegliasse, sono passato di lì andando a lavoro.
C’era ancora odore di ferro. Il corpo l’avevano già portato via, ma a terra si disegnava in schizzi quello che gli avevano fatto. Un arabesco di sangue, carne e resti di cibo, schegge di denti che, come vetro lanciato a terra, si allungavano in tutte le direzioni, anche per alcuni metri. Il ragazzo doveva aver strisciato verso l’erba delle aiuole, verso il fiume, poi rotolato di lato, prima a destra poi a sinistra, perché la figura impressa sembrava la sagoma di un angelo – o di un crocifisso, un crocifisso spesso e storto, non più rosso come la notte precedente, ma nero, quasi indelebile, una bruciatura sull’asfalto. Di specchietti rotti, stamattina, non ce n’erano.
Riprendo: «Oltre che non lo sai cos’è successo, come non lo so io, o come non lo sanno i tre cretini invasati incel-del-cazzo che si segano su ‘ste cose sotto ai commenti»
«Per favore non gridare».
«Ma sai che sto qua è in ospedale, rianimazione intensiva, Jaco… anche se fosse, ti pare andare bene? ‘Sto poveraccio avrà un tubo dalla gola al culo, un sondino infilato nel naso per mangiare».
A Jacopo sfugge una risata.
«Porcoddue» dico e butto fuori rabbia. Inspiro e riprendo: «Cosa cazzo ti ridi».
«“Il sondino nel naso”, come l’hai detto» dice.
«Ce l’hai un minimo di rispetto? È un essere umano, te ne rendi conto o no?»
«Francesco» sbuffa e fa ballare le gambe, le ginocchia toccano il cruscotto. «Non mi fare ‘sti discorsi, Francesco, tu sai come la penso, sai che non me ne frega niente di niente, che queste cose mi scivolano addosso perché è un mondo di merda eccetera eccetera – ma adesso stai davvero diventando ridicolo, sembri una quarantenne su Facebook. Smettila di fare il buonista di ‘sta minchia, “è un essere umano”» mi fa il verso, «Che pagliaccio».
Sputo il disgusto che ho nello stomaco: «Jacopo scendi».
«Ma veramente?» tentenna, lo dice spezzando il fiato, con la voce di chi manca d’equilibrio, sente il tallone cadere nel vuoto. C’è una punta acida, difensiva, pronta alla stoccata. Mi sembra di sentire solo quello, e preferisco litigare.
«Veramente: scendi»
«Ma per un negro, tossico di merda che non conosci, che non hai mai visto, che non è davvero niente, n-i-e-n-t-e per te» dice. Ha la faccia gonfia, le iridi sono strozzate da reticoli spinati, sembrano affossate di qualche centimetro, due buchi senza luce. Riprende: «Tu sei fuori Francesco – sei proprio uno di quei coglioni che hanno la testa nel culo; uno scemo di merda che va bene solo per starsene in fabbrica, va bene solo per quello».
Cado in un buio che mi fa uscire dalla macchina. È una dimensione del tempo totale, i gesti sono simmetrici e concatenati; mi vedo attraverso l’occhio di una telecamera che non può essere spenta.
Apro la portiera passeggero premendo tutta la ferocia nella maniglia, poi mi piego su di lui. Gli levo la cintura, come da piccoli, solo che questa volta non mi abbraccia, ma mi scansa, mi spinge via mettendomi le mani in faccia, sulla pancia, sulle cosce. Urla, urla, ma non lo sento, le parole sono cenere in tutta questa fiamma, quest’incendio che da me, da lui, s’allunga al cielo tingendolo di fuoco.
Lo scaravento a terra tirandolo per la giacca. Prendo lo zaino e glielo lancio dietro, non m’importa se c’ha il computer dietro, tanto era il mio – mi apparteneva. Si rialza e grida, ma stavolta si accumulano le lacrime negli occhi cavi, le lacrime dei bambini che sembrano più limpide. Gli grido: «Sei una persona di merda, Jacopo, sei una persona di merda» o qualcosa di simile.
Lui scatta in avanti, posa la fronte sulla mia, come nelle nottate scure in cui gli incubi risalivano dal cuore della terra, di questa terra avvelenata, per entrargli nell’orecchio.
Gli do uno schiaffo. La mano è intorpidita. Si tiene la faccia come se potesse sbriciolarsi, arretra e mi guarda. Non ricordo se l’ho mai picchiato prima con l’intenzione di fargli male, di farlo soffrire. Dalla sua paura, direi di no.
«Vattene a casa» sentenzio, ma non serve, lui ha già raccolto le sue cose e si allontana con la testa bassa. Intorno a noi la gente cammina; qualcuno si era interessato prima, si è voltato distratto giusto il tempo di capire la scena, poi ha proseguito nella propria vita. La Dora scorre, e un attimo dopo sembra non essere successo niente.
Jacopo supera il fiume facendosi piccolo, sempre più piccolo. Lo seguo con la coda dell’occhio. Per un attimo rivedo il mare, gli occhi verdi che mi cercano. Gli occhi che ho sfregiato. Sento il petto aprirsi in crepature, svuotarmi di tutto, mi accascio sul sedile con le mani che tremano.
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Quinto commento, foto di famiglia: questi bravi ragazzi.
Sesto commento, foto in maglione bianco, ragazzino: uno in meno.
Settimo: La terra è dei violenti. Stacce.
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“dipinto ad olio di un marciapiede con una macchia di sangue”