LA PELLE NEGLI ANGOLI

Quando mi alzerò domani mattina non avrò più vergogna. 

Quando mi alzerò domani mattina non avrò più vergogna. Lo penso, lo dico, lo ribadisco, lo dico ancora, lo penso ripetutamente, lo penso più forte e ad alta voce. Grido nella mia testa, lo ripeto e mi guardo allo specchio: quando mi alzerò domani mattina non avrò più vergogna. 

Pessima idea guardarsi allo specchio. Lo penso abbassando lo sguardo, guardandomi la pancia, mi siedo sul pavimento, lo penso guardandomi le ginocchia, così meglio, lo penso guardando i prodotti per pulire il bagno nascosti sotto il lavandino. Pessima idea sedersi per terra, non si deve mai guardare negli angoli, è pieno di cose nascoste e di polvere.

Mi pento e mi dolgo dei miei peccati, perché peccando stamattina ho deciso che non avrei pulito il bagno, che avrei avuto tempo e invece il tempo finisce sempre negli angoli sotto il lavandino. Accetto la mia sorte, la legge divina per cui mi ritrovo incastrata qui, in un bagno pieno di polvere e ora anche di peli. 

Mannaggia.

Non posso parlare, così è molto peggio. Quando mi guardo allo specchio e parlo con me stessa, ad alta voce, l’immagine che vedo riflessa mi consola: quando mi alzerò domani mattina non avrò più vergogna. È un incantesimo che qualcuno pronuncia insieme a me: parlare occupa un tempo ma anche uno spazio.

Parlare è un atto e io non posso agire.

Nella mia testa sono chi voglio: potrei pensare e assumere la voce di un’altra persona, potrei camminare nella mia testa con una voce più suadente, più acuta e melodiosa. Potrei essere bella. 

Ma sarebbe solo la narrazione di una storia: quella voce non è la mia, quella storia non è mia. Nel solo atto di pensare mi starei raccontando una bugia: anche nell’immaginario non posso essere altro.

Sposto i capelli ma è memoria muscolare: capelli non ne ho più. Mi sono graffiata la testa, mi sono tagliata, non vedo il sangue ma questa durissima pelle me lo fa sentire: brucia di più, pizzica e del sangue sento l’odore.

Vorrei tagliarmi le unghie, mangiarle, è un vizio orribile ma mi distrae, è un vizio orribile ma tirare via la pelle senza sentire dolore è quasi più soddisfacente che parlare ad alta voce.

Invece, in queste unghie del mio Corpo-Altro, ci passano i nervi. 

Perlomeno così abbiamo letto, non le posso tagliare e sì, c’ho provato. 

Sì, ha fatto male.

La chiave gira nella serratura, la porta di casa viene aperta lentamente ma fallisce il tentativo di chiuderla con la stessa delicatezza, sbatte e non nasconde l’orario. Saranno le tre, forse le quattro del mattino, mia sorella rientra tardi e il rumore la tradisce. Quando accende la luce del bagno mi guarda immobile, è sorpresa ma si sforza di non darlo a vedere, ha le calze strappate ma si sforza di non darlo a vedere.

«Sei di nuovo così?», me lo chiede come se non lo vedesse, sa che non riceverà risposta. Se dovessi parlare uscirebbe un grugnito, un ruggito che somiglia più a un lamento, sveglierei tutti. Rimango in silenzio e mi sdraio sulla pancia, odio le mattonelle rosa del bagno.

«Domani papà dovrà di nuovo scardinare la porta», lo dice e cerca di farsi spazio nel bagno, di passarmi attorno senza sfiorarmi o guardarmi. I nostri corpi insieme in questa stanza non ci entrano. 

Entrambe sappiamo che sarà tutto inutile: anche senza porta non riuscirò a uscire, dovranno di nuovo buttare giù una parete per tirarmi fuori. 

«Io l’avevo detto che qui non ci potevi stare, che sarebbe di nuovo andata così». Quando dice “qui” intende casa nostra, casa loro.

L’ultima volta che ho abitato il mio Corpo-Altro è successo in camera sua: la dovettero buttare giù tutta per farmi uscire, probabilmente non me l’ha perdonato.

«Senti», mi mette in guardia puntandomi l’indice contro, portandosi via asciugamani e saponi, non ce la fa a guardarmi così «non svegliare mamma, tra qualche ora sarà mattina, se ne renderanno conto da soli. Tu puoi dormire qui».

Dormire nel bagno che non ho pulito.

Non dice altro, va via: quando mi alzerò domani mattina non proverò più vergogna.

È una bugia: se non si va a dormire non ci si può alzare.

Anni fa lessi le lettere di un partigiano: diceva che la mattina spostava le coperte dal suo corpo, ancora caldo dalla notte, e si ritrovava in pezzi. Diceva che la mattina serve per guardare i propri pezzi e per raccogliersi.

La notte bisogna dormire per non sentirci mentre ci scomponiamo, dobbiamo chiudere gli occhi e ritrovarci a pezzi solo al mattino; ma quando cambio Corpo io non dormo, e anche gli orsi scompongono il loro corpo durante la notte. 

Quando il Corpo mi lascia per il Corpo-Altro mi prude tutto: ha una pelle dura che pizzica, sono i peli che crescono. Il Corpo-Altro prude, io mi gratto e questo sanguina, sembra un dispetto.

Mi alzo di scatto, cerco di aprire l’acqua ma le zampe non riescono ad afferrare il rubinetto, non ci sono dita, butto giù tutti i flaconi poggiati lì accanto, butto per terra anche tre spazzolini elettrici, ma non volevo, giuro che non volevo. 

Non posso parlare, non posso sistemare, non mi posso grattare. La notte i corpi che non dormono hanno una forza diversa: i dormienti galleggiano in un liquido lento che li trascina verso il giorno, e chi non dorme deve trattenere il fiato. Muoversi in punta di piedi per non svegliare gli altri.

Come può un orso stare in punta di piedi?

Mi volto verso la porta e mia madre è lì, in piedi, osserva sua figlia: un'orsa che si gira e si rigira in un minuscolo spazio, un corpo immenso e pesante in uno spazio di vetro. Va via, quando torna ha tra le mani un pentolino di camomilla e un panno di stoffa morbida.

Non dovevi svegliarti, o perlomeno non dovevi alzarti.

Lei si siede per terra con me, con fatica, si piega lentamente per posare a terra il pentolino, poi piega le ginocchia, si regge al lavandino, rilascia a poco a poco il suo peso sul pavimento. Mi fa cenno di appoggiare la testa sulle sue gambe, io mi sdraio di nuovo.

Non arrivo a toccarmi le gambe, non posso sfregarmi gli occhi, grattarmi la testa, aprire la bocca, parlare, non posso alzarmi, parlare, non posso grattarmi, sono piena di volontà e incapace di qualsiasi atto.

Lei imbeve lo straccio nella camomilla e me lo passa sulla pelle dura, sulla pelle che prude, che sanguina: con quello straccio un po’ mi accarezza e un po’ mi cura.

Sa di sandalo e di lacca per capelli. Mi passa lo straccio alla camomilla sugli occhi, perché quando piango le lacrime induriscono il pelo, pulisce bene le croste vicino alle orecchie, individua con estrema precisione i punti in cui mi sono tagliata.

Mamma, voglio smettere di essere tua figlia. Se smettessi di essere tua figlia tu non dovresti più controllare ogni giorno quale Corpo io stia abitando, se smettessi di essere tua figlia non passeresti le notti seduta sul pavimento freddo con un'orsa nel bagno.

Dieci anni fa era più facile: tu eri più giovane e dormivi con me in giardino, io ero più piccola e speravo che non sarei cambiata più, che sarei tornata al mio Corpo senza più mutare. 

Se il corpo dell’orsa fosse stata una condizione permanente sarei scappata, un animale più grosso mi avrebbe presa, forse ammazzata.

Invece ora io muto forma e a te fanno male i polsi.

«È di nuovo così?», mio padre assonnato si affaccia dalla porta del bagno, non entra, non parla con me, si rivolge solo a mia madre.

Anche lui non riesce a guardarmi, ha paura dei miei occhi che diventano completamente neri, della mia faccia pelosa, del muso allungato, degli artigli. Lui conserva sul braccio una cicatrice, quattro dei miei artigli stampati sulla sua pelle, ma non volevo, giuro che non volevo. Lui lo sa, io lo so, ma quando abito il mio Corpo-Altro non mi guarda negli occhi.

Non dice altro, torna a letto e lo capisco, fa più freddo se ci si scopre in pezzi prima ancora dell’alba.

Dovrei essere un’adulta, mamma posso smettere di essere figlia? Posso tenermi i graffi? Che prima o poi faranno le cicatrici anche senza la camomilla, posso restare sola sulle mattonelle del bagno? Giuro che appena avrò di nuovo delle dita pulirò, sposterò le cose che abbiamo nascosto negli angoli sotto il lavandino, spazzerò via tutto. Posso smettere di essere figlia?

Inizio a tremare e un’orsa che trema fa più rumore. I denti battono con più forza, il tremore fa cadere i peli e le zampe urtano le pareti. Quando il mio Corpo cambia, il Corpo-Altro prude e ha freddo. Mia madre se ne rende conto prima ancora di me, lo capisce da come respiro. Prende una coperta, ne prende due che il Corpo-Altro è troppo grosso, ne prende tre così magari si copre anche lei.

Infine recupera una vecchia stufa e con fatica torna a sedersi sul pavimento. Siamo io e lei, due animali con lo stesso odore, un pentolino di camomilla, e il calore della stufa. 

Sa d’inverno, di Natale, della nostalgia di cose che non ci sono mai state.

Ho smesso di dare colpe. Se il nostro corpo conserva tracce della storia di chi ci ha preceduto, ho smesso di incolpare l’eredità che mi è stata consegnata. Mia sorella sbuccia le castagne e si muove come fa mio padre, mio padre si accorcia la barba e lo fa come lo faceva mio nonno: il movimento di una vita nuova che conserva lo stesso ritmo di una vita vecchia sembra un regalo, la promessa di qualcosa che non andrà mai via. Per anni ho voluto sapere da chi venisse la mia pelle, a chi poter dare la colpa di questo: chi, posando le sue dita su di me, mi ha attraversato i tessuti consegnandomi una rabbia tramutata in artigli, una frustrazione che mi ha tolto la parola. 

Da chi ho ereditato la paura che si è trasformata nel peso del corpo di un orso. 

Ho smesso di cercare le colpe; smetto di tremare, mia madre spegne la stufa, spegne la nostalgia.

Mamma io vorrei farti un regalo: capire come dormire da sola la notte per far dormire anche te, smettere di grattare via questa mia pelle, vorrei arrendermi al mio Linguaggio-Altro, sapermi spostare dagli sguardi spaventati, non arrabbiarmi con chi – per paura – sceglie di andare via. Sarebbe più semplice per te, sarebbe più vivibile. Sarebbe più vivibile se smettessi di essere tua figlia?

Lei con due dita preme leggermente nello spazio tra i miei occhi, con due colpetti dolci richiama la mia attenzione.

Se potessi scrivere la storia della sua prossima vita vorrei che fosse lei a nascere orsa, non io, ma vorrei che fosse solo orsa. Ti andrebbe, mamma?

Di non nascere donna ma piena di peli, nascere veloce, di essere tu la più forte? Ti va di sentire l’odore dei pini, quelli veri, e non di quelli del bagnoschiuma di papà? Perché se ti andasse ti presterei il mio di corpo, anzi, te lo regalerei.

Lei mi guarda. Occhi neri in occhi neri, sta spuntando l’alba.

«Quando mi alzerò domani mattina non avrò più questo senso di colpa» lo dice, lo ripete, lo ribadisce.

Allora la copio: lo penso, lo penso più forte, lo ribadisco.

Quando mi alzerò domani mattina non avrò più questo senso di colpa.

Immagine generata con AI generativa di Adobe Photoshop

“dipinto in sile surrealista di un bagno distorto e sotto al lavandino una massa di capelli”