La festa

Pure che la sera era calata da almeno un paio d’ore, per i quartieri buoni – Sperlinga, Mondello, Fond’Anfossi – soffiavano folate di quaranta gradi a stampare polveri sulla pelle, e i larghi viali della periferia parevano tremolanti. 

Col compitino di fare entrare solo chi poteva entrare, mi avevano piazzato sulla cancellata d’ingresso, tutta spuntoni quasi avesse dovuto respingere assalti nottetempo. Avrei senz’altro dovuto dire di no al padrone di casa, di villa, appizzandoci i soldi della serata, ma avevo davvero una gran confusione per la testa. Mi ero così ridotto a fare avanti e indietro tra le sbarre senza pace, come anima in pena di carcerato, accompagnando carovane d’invitati fino alla scalinata – puta caso si perdessero – e buonasera dicevo, buonaserata auguravo – puta caso si sciogliessero. 

Varie parole, mi pensavo, in lotta reciproca e tese come spine sulla lingua, mentre ignote famiglie seguitavano ad apparire d’improvviso, vestite di gran gala esigendo portone aperto, che mancavano solo loro, a loro aspettavano: lestissimo dovevo al tempo stesso sorridere, prenderli per mano e rivolgere loro gentili gesti da galateo, obbligato per giunta a nascondere la sigaretta dietro la schiena. Quell’unico passatempo era malafigura, mancanza di professionalità, e in quei sofferti momenti di occultamento il mio corpo reagiva con strani fumi, riemersi ora dal culo, ora dalle orecchie.

Quando la schiera di macchinoni s’impostò per bene nel parcheggio, avevo già perso il conto dei miei giri, d’andata e di ritorno, delle traghettate per il giardino, dei permessi concessi all’entrata. I nomi degli invitati dovevo prima cercarli nella lista, e poi squarciarli d’inchiostro: nomi che alla fine erano sempre gli stessi e che facevano rassomigliare il mio compitino a quello antico del frate cappuccino, il quale tra i corridoi delle Catacombe aveva a cuore quelle pochissime famiglie di mummie dondolanti: medici e notari a mezz’aria, militi e politici dalla stessa faccia – dalla stessa crozza. 

A inizio serata ero già esausto e tanto confuso.

Non ci sono dovevo dire: che fuori si muore assincopati e a voialtri v’interessa la festazza, fatta per soverchieria e arroganza sotto i colpi incessanti, fendenti di quest’afa a tempesta per lo scuro.

Ma mi mancava l’aria.

Io, Zangara, cameriere di sfiducia della Palermo bene, ho tuttora una gran confusione per la testa. Non so perché né come stia parlando. In questo esatto momento so solo che la mia voce sale su a fatica, e sembra acquisire un suo peso specifico: come se, trascinando residui da un fondo – esili scheletrini, monete fuori conio, pezzi di carbone –, fosse qualcosa non tanto da ascoltare, quanto da toccare.

Erano stati fortunati, o meglio ruffiani, gli infami colleghi miei che s’erano piazzati d’arroganza dentro la casa, la villa: se l’erano aggraziato come dio comanda il padrone, e ora giustamente s’arricreavano con l’aria condizionata, coi flussi sparati a refrigerio delle pelli accaldate. Non è che mi dicevano vieni, accomodati, che ci parliamo noi col padrone di casa e di villa, che non ha senso alcuno farti abbruciare sul rogo, da solo in giardino, e le volte in cui per sbaglio mi guardavano, i loro occhi veloci in un tic puntavano prima alla piscina e poi tornavano su di me, come a volere propiziare un vincolo a sfottò, come a dirmi: se senti caldo va’ fatti il bagno.  

Ero stato sicuramente sfortunato, o meglio minchione, quindi in esilio. Un confino penosissimo, il mio, aggravato per giunta dalla mancanza totale di connessione. Rinunciai, così, ai video della polemica di giornata presso la gloriosa Assemblea, spesso comici e rassicuranti, quando i deputati alla sala d’Ercole con un loro peculiare carico di veleno e indignazione si danno – naturalmente – battaglia. La loro falsa fiducia nelle cose e nel futuro mi diverte. Con loro mi passo il tempo, ma purtroppo in quella foresta non avevo manco mezza tacca. 

Non avendo altro da fare – una volta domato il passìo –, continuai a smaniare sul confine della cancellata, contando uno per uno gli spuntoni d’accampamento, sia all’andata che al ritorno. E ogni qualvolta finivo la contata dei picchi ramati e delle ferraglie, avvicinandomi alla villa lanciavo rapida occhiata all’interno e sempre scorgevo il festeggiato, come se lui solo fosse in grado di magnetizzarmi lo sguardo: restava sprofondato sulla sua poltrona, appeso fortunosamente allo schienale e come in equilibrio sul vuoto della seduta. Per avanzata età rimaneva a guardare la sua festa con certo distacco, limitandosi ad aggredire a vista i corpi ballerini, scrutandoli testapiedi come se gli nascondessero qualcosa. E più li scrutava, più aveva come l’impressione di poterli toccare con mano, che li voleva spensierati tra i buffet dolci e salati della festa, lì dove non arrivava manco il fischio, manco il sibilo delle correnti tra le imposte.

Anch’io, in un modo tutto mio, partecipai da esiliato alla festa, alla discussione del momento in cui ogni invitato diceva la sua, perché di quei discorsi intuivo appena il labiale tra i denti bianchissimi degli uomini, le labbra rossissime delle donne, e congetturandoli a mente annuivo, facevo sìsì con la testa, avanti e indietro col collo che ragione, ragione hanno. 

«Ma come fanno? Avranno una pelle speciale, che con queste temperature non è mica normale non morirci in mezzo alle baracche. Mica è normale…»

E l’invitato invece nono faceva, con l’indice alzato e agitato, sbalordito nono, che non si capacitava di quel prodigio, di quel commovente fenomeno di natura.

«Pocanzi ci siamo passati, pocanzi. Noi abbiamo fatto fatica solo solo per salire in macchina, che il vento è come se ti portasse via il fiato, se t’affaticasse ad ogni colpo, e quelli giravano tranquilli in mezzo alle lamiere. Ma che sono fatti d’acciaio ‘sti zingari della Favorita?»

Oltre l’antico ingresso al parco, avevano intravisto coi loro occhi gli zingari aggirarsi beati tra le lunghe file di vestiti stesi, i prefabbricati e le roulotte. 

«Vi ripeto che erano a loro agio: si stavano facendo la carne alla griglia, come a dire ancora fresco sentiamo, per noi questo è tale e quale al maestrale. Cose da pazzi: a loro la pioggia li bagna e il vento li asciuga…»

E lo Scirocco li delizia, avrei aggiunto, se solo mi avessero dato la possibilità. Dalla baraccopoli ci passavo per andare a lavorare: cogli zingari non ci avevo mai parlato, ma era come se li conoscessi, che ci passavo quotidianamente, mica una volta ogni tanto, e quindi l’opinione riportata dagli invitati non era certo cosa campata per aria. Ed ebbi conferma incontrovertibile quando m’accorsi che perfino il festeggiato, uomo d’esperienza e grande amministratore, annuiva, sìsì faceva a quei discorsi. Buttato sul fondo della poltrona convalidava, convalidava esausto con tanto di bollo, perché ballare sicuramente non poteva, e a modo suo partecipava anche lui, tale e quale a me, avanti e indietro col collo.

Che tenerezza. L’avrei sistemato sulla poltrona quel grandissimo amministratore del tempo passato e presente, quel gran politico cognome da tutti rispettato, cercandogli sollievo: gli avrei riposto con cura le mani sui braccioli, alzato con dolcezza la testa calata di manichino: in religioso silenzio e riverente, come maneggiando qualcosa di prezioso. E non riuscivo a immaginare nemmanco sul vago quali parole, quali paroline avrei dovuto a lui rivolgere: d’astio o riconoscenza? Augurio di salute o malattia? – Minaccia? Preghiera?

«A me lo dovete dire? Sono abituati: non gli fa né caldo né caldissimo, che nascono, campano e muoiono in quelle specie di case. E se qualcuno gli dice vieni, vieni che te ne do una sistemata di casa, di villa, loro magari s’incazzano. Nomadi sono, e c’è vero cosa di fargli l’applauso, complimentarsi per la loro fede e la loro tenacia. Chissà se lo sono già da bambini, o lo imparano».

«Noialtri ad arrostire con ‘sti quaranta gradi avremmo preso fuoco!»

E tutti quanti risero di cuore, anch’io risi di cuore, ma la mia risata crollò all’istante tra i cespugli riarsi, come carbonizzata, e la mia gran confusione si espanse per la testa. Era tutta una febbre, un’insolazione notturna. Qualcuno parlò anche di bonifiche, come se il parco fosse una palude; ma non riuscii a capire.

In seguito gli invitati, provati dalla pesantezza dei discorsi, ritornarono di fretta a ballare. Il padrone di casa, di villa continuava a fare sìsì con la testa, avanti e indietro col collo come se approvasse il nuovo corso della festa, ch’era importante fare conversazione e scambiarsi le idee in nome della cultura (sebbene quelle bocche tonde tonde fossero per giunta preoccupate di chiudere le vocali, quella parola mi ostinavo a tradurla per capriccio con cottura, perdendo sistematicamente il filo del discorso tra i bollori, come se la parola medesima evaporasse) ma era senz’altro più importante scaricare, fare arieggiare spirito e cervello prima che s’affliggessero. E sìsì faceva, sìsì a magnete di vista, sìsì d’ipnosi a pendolo, con la testa e con il collo mezzo paralizzato, quando d’improvviso lo persi di vista, giacché strane luci, caldi riflessi s’infransero in massa sulle larghe vetrate, continue finestre a nastro, e a mente non potei più indovinare né i passi di ballo né le gradevoli conversazioni. 

 

Scendeva sul residence la cenere, quasi fosse neve. Il profilo del Pellegrino aveva preso fuoco per intero e pareva chinarsi sulle periferie, seguendo i movimenti sinuosi e alternati delle fiamme. Mi feci un altro tiro di sigaretta: inspirai espirai, con serenità ritrovata dinanzi al ciclo della vita. Misi come tra parentesi la mia gran confusione.

Quando soffiava subdolo lo Scirocco ormai il comportamento naturale quello era, che i monti intorno alla città – Altofonte, Biliemi, Giacalone – rispondevano fisiologicamente a quelle insopportabili temperature accendendosi alla notte, a mo’ di fuochi fatui. Ero solito osservare quei frequenti fenomeni come si osserva traboccare la lava da un vulcano o il fango da una maccaluba, per cui passeggiavo impassibile in mezzo al giardino, tale e quale al fenicottero di plastica strisciante sui bordi della piscina.

Conoscevo per esperienza i passaggi e i ritardi, le attese e gli scatti, e con sana curiosità attendevo l’immensa nube di fumo dalla discarica, l’immancabile incendio della vasca a Bellolampo: quell’abbraccio di veleni guidato dalla sapienza della Natura.

E non più i rombi dei macchinoni mi facevano compagnia, ma squarci per l’aria che fendevano, a lunghissimi intervalli, una notte privata del cielo. I rari canadair parevano infatti muoversi su un’immensa piastra di metallo: disorientati e senza meta, che i focolai esplosi già lumeggiavano ogni monte o colle della piana, quasi si consumasse intorno alla città un segreto incrocio di fari e lanterne.

«Conca abbruciata, Conca cremata…»

Bisbigliavo serenissimo, quando sulla larga vetrata le alte fiamme invasero interamente i corpi ballerini, sovrapponendosi via via alle vesti, alle risate, agli urletti, quasi da sentirne lo sfrigolio. 

«… Conca infuocata, Conca incenerata».

 

Un ultimo tiro di sigaretta. Nessuno mi guarda.

Anche il convento di Santa Maria di Gesù fu devastato dagli incendi. I video che ricevetti sui social il giorno dopo, a raffica, più che il fuoco mostravano un denso fumo nero, come trattenuto ed esalato dalla stessa chiesa.

I frati e alcuni volontari recuperarono solo in parte le spoglie abbrustolite del compatrono – Benedetto il Moro. La sfilza di emoticon in apprensione per le sorti del santo – cuori rossi e mani giunte in preghiera –, pareva non finire mai, e allungarsi di secondo in secondo. Tuttora mi chiedo se qualche vertebra, in realtà, non sia un pezzetto di legno dalla forma curiosa.

Sono solito ormai recarmi in Cattedrale, ma non ho interesse alcuno a contemplare l’immensa urna della santuzza, né i sarcofagi dei re e delle regine. L’unica attrazione che giustifica questa mia visita quotidiana, questo mio nervoso pellegrinaggio sono le ossa annerite del santo, lì traslate. O meglio, quel che ne rimane. 

La teca che le contiene occupa il centro di una cappella, in buona compagnia con altri rimasugli impolverati. Un’enorme cancellata vieta l’ingresso e tra le grate intuisco l’apparato solo a fatica. I piedi sembrano veramente due pezzi di carbone. Il femore un ramo secco tra le sterpaglie. Poi la spina dorsale, come una curva lavica. Tutto qui.

 

Questo santo incendiato, quest’oscuro, informe mucchietto di ossa rappresenta, per me, una possibilità.

Non esistono – non devono esistere – corpi inviolabili.

Immagine generata con AI generativa di Adobe Photoshop

“dipinto ad olio che ritrae un cameriere che fuma una sigaretta davanti al cancello di una villa dove si sta svolgendo una festa”