Il Jolly Roger della Gen Z
Il genocidio continua.
Autunni ed estati si susseguono in un ritmo vivaldiano da quando le bombe cadono, puntuali come maledizioni, sulla Palestina. Fin dal principio, nell’atrio di Palazzo Nuovo risuona insistente l’avvisaglia del massacro tra sbandierate palestinesi e Jolly Roger, urla e cornificazioni, smadonnate e perfino manganellate, da mattina, quando il cielo è blu azzurrino, fino al tramonto, quando tutto si fa triste e l’androne si svuota. L’intifada dà l’ultimo fouet a questo Gran Teatro con un sonoro Free Palestine, poi tutti alzano i tacchi all’ombra delle montagne lucide, mentre in Palestina corpi e case continuano a scoppiare in aria come castagnole.
E ogni dì si riparte.
Nina arriva sempre di buon’ora e, scalpicciando nel corridoio con le scarpe di cuoio nero, innesca passanti e rivoltanti. Proprio ieri hanno comunicato l’assedio via terra dell’IDF a Gaza City, e allora scalcia più nervosa del solito, spidocchiandosi e aggiustandosi il colletto della kefiah a quadri bianconeri. Capisce che oggi non basterà sventolare pamphlet e avvisi variopinti.
Il suo viso è bello, quasi da scioglimento: occhi verdi e malinconici, capelli neri e ribelli, lentiggini e labbra che aprono i lacrimatoi di tanti spasimanti, ma stamattina ha il volto gonfio di rabbia, nessuno vorrebbe starle accanto. Povera stella, vorrebbe che i giovani della sua tribù venissero presi sul serio. La destra li liquida come residuati della stazione di Porta Nuova, sbandati e ubriachi d’etere, grossi membri di collettivi nei sottoscala lerci dell’Askatasuna, sputasentenze di blasfemie nei microfoni di Radio Nuovo.
Invece loro elaborano soluzioni e disegnini sulle lavagnette dei sottoscala, scrivono versi del Gramsci e del Pavese, e anche quelli della Ginzburg, per squarciare il fascio infame. È tutta una performance e un grande sballo, secondo i ministri di questa italianaccia malconcia, e i giovani non sono che cartastraccia. E Nina, giacché cartastraccia, vorrebbe, all’infuriare della bufera, svolazzare fino agli uffici dei Gran Ministeri e prendere fuoco, così da incendiare i loro parrucchini sozzi.
Passando per l’atrio, distribuisce cenni e saluti e si fa largo tra gli studenti brufolosi svaccati sui muretti a fumare i joint. Si trova davanti Guerrino e Carla, i suoi amici sbandati di sinistra, e porge loro un foglio: «Stampatene trecento». Guerrino sfrega il pollice sul volantino ancora umido d’inchiostro. Per un istante gli appare l’immagine del padre che, tempo addietro, distribuiva volantini con mani proletarie. Si tormenta la barba arruffata che si attorciglia sul petto e risponde con voce gracchiante: «Di nuovo con questa storia?» Carla, partigianina vestita di tutto punto, lo fulmina con lo sguardo e non gliele manda a dire.
Mentre si allontana, Nina si ferma un attimo davanti ai vetri lerci del palazzetto. Vede il suo riflesso sfatto, la kefiah storta, le occhiaie viola. Per un secondo si chiede se tutto 'sto macello serva davvero a qualcosa, o se stiano solo urlando nel vento. Scuote la testa e tira dritto, ma il dubbio le resta di traverso come una mollica in gola.
Il professore Vittorio Lazzarini, mezz’ora dopo, passa nel corridoio con le mani strette sulla valigetta e un’aria tronfia. Al suo passaggio si aprono le acque neanche fosse Mosè, sotto un silenzio pedante che spiega in modo sottile e sottointeso chi è lui, cioè il sommo dell’ora di Filosofia politica che da trent’anni segna la sacrosanta cattedra colla sua firma.
Dal lembo della valigetta spunta una foto in bianco e nero del padre partigiano, ormai sottoterra tra le colonnine e i fiori del cimitero monumentale di Vanchiglia. Gli riaffiora la sua voce rauca che canta La Badoglieide mentre prepara il caffellatte in cucina. Il ricordo però si annebbia quando gli arriva un coro di voci. Il dito tamburella sulla fibbia della cintura Timberland, a scacciare il nervoso.
Tutti stanno accartocciati negli angoletti a bisbigliare pettegolezzi e a passarsi le sigarette, pronti a uscire e a marinare la sua lezione. Quando Lazzarini entra nell’aula ci sono solo le solite facce occhialute sedute ai primi banchi, e il solito fuoricorso barbuto all’ultimo posto che dorme colla bava alla bocca e gli occhiali da aviatore che gli scivolano sul naso. Si guarda intorno con aria perplessa alla ricerca degli scalcagnati, poi abbassa lo sguardo sulla cattedra e vede un biglietto. Lo legge tormentandosi i folti baffi neri infradiciati di Bicerin: «Lezione sospesa, raduno generale alle ore 11 a Palazzo Nuovo».
Trova l’atrio invasato di pidocchiosi, sbandierate, megafoni, canzonacce, urla e bestemmie. E la solita Nina che urla il malaffare: «Blocchiamo tutto!» E lo grida forte anche per la Flottiglia, ora che sta entrando al largo di Gaza e si prevede l’arresto della loro marcia a forza di botte e incarcerazioni, senza cibo né acqua per giorni.
Intanto, tra i manifestanti ci sono anche studenti che stanno col naso appiccicato ai telefonini, guardano il bollettino dei mille miliardi di notizie che sembra una ferita molle sulla carne del mondo. Il guaio, però, è che sono estranei ai fattacci. Le esecuzioni sommarie, i conflitti e le dichiarazioni folli si mescolano alle skincare routine, ai meme, ai reel del cazzo. Orrori e frivolezze si intrecciano al movimento ipnotico dei loro pollici opponibili. Pochi sentono il peso di ciò che accade, ma Nina si sente un macigno nella pancia e deve partorire la rivolta.
Fortuna santa che lei, Guerrino e Carla, si son fatti un bel giro nelle bettole di Santa Giulia e dei Murazzi, dove bazzicano i veterani delle sbandierate, quelli che puzzano di rivolta. Li aiutano a organizzare proteste, or di qua or di là, e a fare girare istruzioni per l’uso sulle manifestazioni per non schiattare.
Nell’androne un giovanotto dell’Aska lega una Jolly Roger alla ringhiera, già gonfia di burrasca. Lazzarini ghigna e sbuffa nervoso, pensando ai suoi anni Sessanta semi-eroici e molto seri, cioè fa la giustapposizione e vede nelle rivolte di questi scannati una scarica di merda e canzonacce mal intonate, solo per apparire, sempre con il telefono in mano e la telecamera pronta. Per un attimo si immagina giovanotto, sui marciapiedi degli anni Sessanta, poi torna alla valigetta, alle carte, a quella lezione che da trent’anni è la sua fiaccola.
Prima di farsi largo tentenna immobile, ma poi, combattuto e sballottato dalla folla, decide di farsi avanti. Trangugia la saliva acida, si fa largo tra la folla nell’odore di checca sfranta e strappa il megafono di mano a Nina. Ci sputa dentro e urla: «Giovanotti! Cercate lo scontro e legittimate la repressione! Così non si conquista niente! Basta con questo teatrino, siete poca cosa! Andate a far danno altrove!»
La sua voce è più stanca che adirata, e il Lazzarini lo sa, in cuor suo, che non sta gridando contro le giovanette, ma contro il tempo che ha perduto. Nessuno tace nemmeno per un secondo, tranne Nina che guarda il Lazzarini schifata e impallidita.
Poi tutti, a mezzodì, scivolano via dall’atrio illuminato cicalando, pieni d’astio per quel bastardo bigotto. «Ma chi cazzo si crede di essere quello lì? Mi ha rotto il bellìn!» grida dalle retrovie Guerrino, cui è andato pure storto il sigarillo che fuma. Intanto, Nina rincorre Lazzarini giù per la via e lo arringa con voce tremolante e il pianto che trabocca: «Lei ci ha insegnato che l’obbedienza è il germe del totalitarismo.» Lui la guarda sfiduciato e altezzoso, e senza scampo le dice: «Abbiamo fallito noi nel sessantotto, figuratevi voi nel duemilaventicinque. Maestri delle apparenze, vi esibite in petulanti confessioni sui social e in piagnistei immotivati e stridulanti». A Nina le si stringe lo stomaco, le tempie si inumidiscono, allarga le braccia, trema e dice: «Glielo faremo vedere noi, vedrà».
Alla sera la città smette di urlare, ma non di fumare. Dietro Palazzo Nuovo, Carla, Guerrino e Nina fanno svaporare lo scazzo su una panchina rotta, nella luce tremolante del neon del Verdi, tra bidoni ammaccati e cartoni bagnati. Si passano una birra sfiatata e due spini, parlando a mezza voce. Guerrino, seduto su un gradino, ha ancora le mani nere d’inchiostro per i volantini della protesta. Fuma, poi dice: «Mio padre ne distribuiva a migliaia, di volantini come questi… per la CGIL, le fabbriche, i sindacati… Poi s’è messo a guardare la tivù e ha smesso di crederci, quel povero Cristo». Carla sorride appena. Si tocca il fazzoletto rosso al polso. «Mio nonno era alla Benedicta» dice. «Credeva che la guerra si perde se la racconti male. Questo fazzoletto era suo». Nina, che fin lì era rimasta zitta, si lascia andare e sorride per la prima volta. «Allora siamo tre generazioni figlie della stessa lotta». Tacciono. Si sente solo l’urlo di qualche clochard in lontananza. Guerrino getta la cicca e la schiaccia col tallone. «Domani non ne stampo trecento» dice. «Ne stampo tremila».
Giorni dopo la rivolta si schianta dura come un fulmine per mano dei rappresentanti del comitato di Unito e Polito, e la notizia sfavilla e scoppietta pure tra i partiti e i sindacati, tra gli operai e i disoccupati. E bòja, finalmente si è risvegliata la Torino grigia e molto operaia di questo gran fàuss. Si capisce allora che i vigilantes e gli sbirri avranno da menare forte per far evaporare le piazze dei centomila fottutissimi rivoltati, cioè è come se s’aprisse l’inferno.
Dunque, Nina si dimena per Piazza Carlina col megafono in mano, colla folla dietro che echeggia e rumoreggia come una fiumana. Ma a lei, che è la capofila e deve sbraitare in faccia ai porci, arriva una spinta da dietro da parte dei compagni che scalciano troppo, cioè la rabbia avanza come un convoglio mentre urlano: «Palestina libera! Giù le mani dalla Flottiglia!» Nina cade a terra, trattiene il fiato e si tiene la caviglia dolorante tra le mani. «È caduta, è caduta, fermi tutti!» urla Guerrino mentre bestemmia, e Carla si abbassa su di lei per soccorrerla. Ma gli sbirri avanzano comunque e si gettano su Nina, che le piglia, mentre tutto viene ripreso dalla tivù. Prima scazzottate con lo scudo, poi manganellate alle tibie e all’addome. Nina, indifesa e strizzata, urla come un’indiana e poi sviene come un cane bastonato, caput.
Quando si risveglia, si ritrova allettata al Regina Margherita, cogli occhi viola. Affonda il viso tra le ginocchia e piange lacrime salate che si mischiano al sangue rancido. Il coro, che si sente dalla strada, la fa rinvenire, le dice che l’oceano umano è ancora lì a protestare contro il regime. Nina si chiede se tutto quel casino nelle piazze, quel farsi il fegato marcio, non sia stato solo un modo per non sentire il silenzio della sua stanza. Forse la rivolta è solo un rumore bianco per coprire la paura di non contare un cazzo. «Forse il Lazzarini c’aveva ragione», bofonchia livida e malmessa tra sé e sé, «magari siamo solo teatro».
Poi, più tardi, arriva la notizia dell’arresto dei membri della Flottiglia capitanata dalla ragazzina svedese, che Nina pensa sia una figlia di papà, quello sì, ma almeno li spende bene i soldi accartocciati nella sacca svedese. Cambia canale alla tivù alla ricerca di altre malesorti e scopre le buone notizie, per così dire. A Genova i portuali hanno bloccato il carico di armi diretto in Israele. «Il Lazzarini deve vederlo» sussurra Nina, stupita.
E il Lazzarini lo vede, altroché. Seduto nel suo attico in centro, da borghese accademico con il naso incollato al televisore e gli occhiali riflettenti, vede l’assalto infame a Nina, cioè gli sbirri che manganellano la sua giugulare. Lazzarini, che è un disilluso e un cinico, quello sì, ma non di certo un fascista, appena vede l’assalto gli va di traverso il Fernet. Gli si gonfia una vena blu nel collo, bestemmia e gli torna l’eco partigiana.
Il suo occhio giallo cade poi sulla sua tesi di laurea del Novanta intitolata Etica e rivolta nel XXI secolo e allora gli è tutto chiaro. Guarda fuori dalla vetrata la città stretta nella sera, ingurgita una pillola di Ansiolin, stacca la tivù, scivola giù per le scale rivestite di leoni di marmo e sputa per terra. Si dirige con la sua motoretta anni Ottanta al ponte Umberto I, pensando di essere il primo bigotto a recitare il suo mea culpa, ma trova i pompieri che, invece di eseguire l’ordine di togliere le bandiere, le sventolano e urlano a coro: «Palestina libera!» E quelli, gli sbirri scassati, perfino alcuni di loro si tolgono gli elmetti.
La folla ondeggia sotto la pioggia, i cori si spezzano nel rumore dei tamburi improvvisati. Guerrino ha il megafono in mano, Carla ha i capelli fradici e il fazzoletto rosso del nonno legato al polso. Il Lazzarini si fa largo tra la folla con una Jolly Roger, e chiede con complicità a Guerrino e a Carla se gli passano il megafono. «Nina aveva ragione» gli dice. «E chiedo scusa». E Guerrino, che ormai conosce i galli nel serraglio e sa chi è pronto a far la guerra e chi no, non dice parole né sorride, ma gli passa il megafono. E allora inizia il suo discorso: «Per anni li abbiamo chiamati apatici e scansafatiche. Stanno cercando di cambiare il mondo. L’ho visto con i miei occhi! Noi, che dovevamo insegnare, abbiamo dimenticato come si impara. Stop al genocidio!»
Al ponte Umberto I ci sono anche gli inviati di Rai Due e Italia Uno, perché questa volta non sono solo mareggiate ma interi oceani, ed è una bomba mediatica che farà il giro del mondo. Piove a dirotto, cioè acqua piovana su un oceano umano che si riversa sul ponte, e l’acqua trabocca, e poi saette e fulmini, lampi zaaac, tuoni e tempeste.
Tutto viene ripreso, e Nina piange dal lettuccio. Le lacrime finiscono nei labbroni screpolati, ma le nasce un mezzo sorriso quando si accorge del Lazzarini che intona il canto dei rivoltati, sbandierando la Jolly Roger su un tramonto di fuoco e lampi, accompagnato da un respiro collettivo. Vede dalla tivù il suo volto da intellettuale corrugato e il collo pieno di vene, le sue braccia secche e piene di croste gialle che sembrano i rami della croce di Gesù. Lo vede ululare come un lupo in luna piena, coi capelli unti e dorati illuminati dai lampioni imperiali, e Nina sorride perché lo vede nudo, spumeggiante, e sa che non si calmerà finché non avrà sfiatato tutto il brio sessantottino che si portava dentro da trent’anni. Finalmente si è assestato una sciabolata al suo collo longobardo ed è uscito tutto un seme caldo e appiccicoso che si attacca ai vestiti della folla. In quell’urlo sguaiato, Nina riconosce che ha smesso di studiare la storia per provare, per una volta, a sanguinarci dentro. Capisce allora che Lazzarini è carne che scotta, la voce che si ribella ai collusi.
Le Alpi sullo sfondo lacrimano neve e si riversano nel paesaggio in questo autunno malandato e sfortunato. Nina vede tutto e sente tutto. È questa la sua colpa più grande. Ci ha un cuore grande così, povera stella. Si sente tanta tristezza nella stanza del Regina Margherita, che sembra un lacrimatoio, e se Nina aprisse solo una finestra le sue lacrime travolgerebbero le montagne del Piemonte e si riverserebbero nei fiumi fino al mare, passando per tutti i canneti e le bonifiche, per lavare la Palestina da quel sangue rancido e putrefatto.
Questa storia della menata sembra quasi averle fatto passare la ciucca dell’attivismo e delle scazzate, perché dice a se stessa che non ce la fa più. Ma quando la città è sul punto di addormentarsi, alla soglia delle Alpi, spettatrice di uno spettacolo macabro eppure umano, nota una Jolly Roger appesa alla Mole, un puntino nero contro il cielo di Torino che si gonfia sotto la pioggia. Nina scorge nella bandiera i segni di chi l’ha issata, le macchie di sangue e di sudore, la stoffa imbevuta di speranza e di attivismo collettivo.
Si rende conto che è lì da molti giorni e nessuno l’ha tolta. Ma domani? Dopodomani? Nina chiude gli occhi mentre il riflesso della Mole trema sui vetri bagnati. La tivù intanto vomita le ultime notizie. Altre bombe, altri morti. Si addormenta in quel silenzio d’ospedale senza sapere se la bandiera resisterà al vento di domani o se sarà un altro straccio bagnato ai piedi della città.
Il genocidio continua.
Immagine generata con Gemini AI