Il suo animale

È già una settimana che Elena dice di star poco bene. 

«Ho le tette gonfissime,  non mi hanno mai fatto così male e guarda le dita, le sento calde, sembrano salsicce».

«Fase follicolare, palese» Carla poggia il suo calice fra il posacenere e Il resto del Carlino. Le scocco un’occhiata affilata come un ago. Si mette a digitare sul cellulare. A volte vorrei solo zittirla con un latrato da cane furibondo. 

Come fai a non pensare che ci possa essere altro?

Elena rimane a fissarsi le mani, le stringe e le riapre. È come se non sapesse cosa farci, così come con gli occhi. Non ti guarda, ma sposta lo sguardo ovunque: su Letizia, che non l’ascolta, distratta da un tipo che la impezza su una mostra d’arte, su Carla vicina a lei, troppo vicina. Non su di me, perché io già so. Ho il gomito appoggiato sul bracciolo accanto ad Elena, che mi sfiora prendendo una sigaretta sul bordo del posacenere. L’accende mentre Carla si svuota il bicchiere in bocca. Sbuffa fuori il fumo insieme a uno strano animale spinoso che le sfugge dalle labbra e va a nascondersi sotto il tavolo, guardandola con enormi occhi gialli. Striscia carponi avvicinandosi alle sue caviglie, i piccoli denti snudati e aguzzi. 

«No, è che sono in ritardo di quattro giorni» ripete Elena. 

Unghie color basalto chiuse sul pallore della pelle, divarica le fauci.

«Fa così con il caldo, a volte è solo il cambio di stagione» afferra Il Resto del Carlino e lo sfoglia, i suoi occhi paiono scorrere veloci e concentrati tra le pagine. 

I denti fuoriescono dalle gengive, scatta per mordere. 

«Sarà» Elena accenna un sorriso timido. Lascia andare il fumo in nembi che le circondano il volto, li soffia via. Afferra il suo calice, scuote le spalle e tracanna tutto il vino, l’epiglottide che va su e giù. L’animale si ferma a mezz’aria, si allontana, il pelo ritto sul dorso. 

«A me succede lo stesso» continua Carla senza staccare gli occhi dal giornale. Affogo un’ennesima occhiata truce nel fondo brillante del pignoletto. Quando si tratta di diradare la nebbia dalle nostre preoccupazioni, Carla ha due modi: ignorare tutto o spremere le meningi per risolvere il problema il prima possibile, sia mai che l’argomento della conversazione si fissi su altri anziché su di lei. Scuote la testa, la sezione sportiva a lei che è storica delle religioni forse non interessa più di tanto. Chiude il giornale con un sorriso vacuo, le sfiora la mano. 

«Fa sempre ritardo in questo periodo» 

Non ce la faccio a non sghignazzare, il vino mi va di traverso, tossisco. Elena mi rifila una sonora manata sulla schiena, mi guarda a occhi sbarrati come a dire zitto, zitto! ma poi indugia in un grattino fra le scapole. 

«Tutto okay?» e io ad annuire, ripulendomi la bocca con un’altra sorsata acida.   

«Questo succede quando si beve prima del brindisi» commenta sarcastica Carla.

«La verità è una sola» le faccio io: «ogni giorno cerco di trovare un modo imbarazzante per morire».

Rido, anche Elena ride, ma nei suoi occhi una luce ansiosa. L’animale fa qualche passo, felpato e attento, la lingua penzoloni. «Ridicolo, imbarazzante» fa Carla, versandomi altro vino nel calice. Lo faccio roteare con fare da sommelier, schiocco le labbra, a Elena le si incurva leggero un sorriso. L’animale inarca la schiena, la proboscide tra le zampe anteriori.  
«Sono il mio secondo nome e cognome, come facevi a saperlo?» dico, poi Letizia si riaccomoda sbuffando fra Elena e Carla, afferra la bottiglia e la svuota nel suo bicchiere pieno di piccoli cubetti quasi sciolti. All’improvviso la tensione svanisce.

«Uomini. Beh, che stavamo dicendo?»

« No, voi cosa vi siete detti» chiede ammiccando Carla, un sorriso insinuante. Ad un tratto ho la sensazione di trovarmi in un vuoto pneumatico, una bolla in cui i suoni diventano eco: Carla ed Elena appaiono come macchie lattescenti, indefinite e quando Elena si volta verso di me, il mento sul palmo della mano, le labbra strette, le guance gonfie, gli occhi assenti, sembra pregarmi: no, rispondo telepaticamente alla sua domanda, ovviamente non confesserò nulla, ma non siamo soli. L’animale le lecca la caviglia, la lingua forcuta passa fra i denti, e se quello può essere considerato un sorriso, allora si sta per divertire.. Dall’esofago dell’animale si srotola una proboscide e quando affonda i denti e inizia a soffiare, la pelle si gonfia in un’escrescenza sempre più voluminosa, al cui interno qualcosa batte un minuscolo piede. 

Me l’ha detto ieri davanti la nuova serra idroponica ai Giardini Margherita. Dopo essere rimasti ipnotizzati da quanta pubblicità da green-washer si potesse fare per un paio di lattughe cresciute in vitro, me l’ha rivelato, anche se non può ancora saperlo con certezza. Pensa che dopotutto è possibile. Sono le probabilità a farla innervosire.

Lui non le è nemmeno venuto dentro. 

«Nemmeno un pochino-ino-ino?» avevo chiesto. 

Parlava nel tono monocorde di chi se lo era già chiesto fino a rischiare di impazzire. «L’abbiamo fatto sì e no per cinque minuti, ho sentito male e gli ho detto di smettere. Senza preservativo, ovviamente, ho controllato solo dopo: c’era solo del pre-cum, quella roba trasparente. Sono stata lì per altri dieci minuti a cercare di farlo venire, quindi pensavo…» si era interrotta.

«Pensavo male» ammette sconfortata.  

Passeggiavamo lungo un filare di radicchi e cetrioli spuntati da enormi tubi di pvc. «Sono stata così stupida, così ingenua. Sai che nel pre cum in certi casi c’è una quantità assurda di spermatozoi?»

Avrebbe voluto sfogarsi di più ma all’improvviso un cavolo violaceo e bulboso ha attirato la sua attenzione. In un attimo, mi era parso che gli occhi di Elena si fossero addentrati nei recessi della sua vita segreta.

 «É un tale coglione, ma almeno ha il cazzo grosso» aveva sbuffato distogliendo lo sguardo «mai vista una roba del genere, ti giuro. Non riuscivo ad afferrarlo con due mani» cerca di farmelo capire con le mani, sbarra gli occhi, apre la bocca «Spaventoso. Dio non dovrebbe dare piselli del genere a chi mi lascia là, abbandonata e stanca come una pezza usata con la scusa del cane». Sembrava tenerci a precisarlo, come se fosse sottilmente gelosa delle attenzioni che Achille riceveva al posto suo, e che lei non era più disposta ad elemosinare. «Ci siamo frequentati, è stato bello, io non voglio più, basta rompermi le scatole no?»

Le ho chiesto se lui si fosse fatto più sentire.
«Sì…beh, non proprio. Ecco, per un attimo gliel’ho voluto dire, ma mi sono chiesta se ne valesse la pena. Non voglio cure da parte sua. Il solo pensiero mi fa rabbrividire. Di lui mi mancherà solo il cazzo». 

Un vecchietto in panciotto e monocolo strappato dai Roaring Twenties ci ha lanciato un’occhiata risentita fra rami di un prezzemolo ipertrofico. 

«Andiamo via» le ho detto e ha infilato un braccio sotto il mio, «disturbiamo la sessione di acquagym dei radicchi».
Aveva riso e per il pomeriggio dorato davanti a noi l’argomento sembrava dimenticato, come nei ricordi di un brutto sogno. Poi le dita avevano iniziato a gonfiarsi tanto quanto l’ansia dei giorni che passano senza il sollievo del sangue. 

 

L’animale spinoso smette di soffiare, la proboscide sparisce e continua a sorridere da sotto al tavolo, lisciandosi la chioma di aculei bianchi. 

Elena mi lascia cadere il braccio sulla pancia, le mie dita camminano sulla sua mano, la toglie subito. Nessuno dei due vuole che le altre si facciano una strana idea. Lo dimentico sempre però lei non fa mai fatica a ricordarmelo. L’animale si aggrappa alla sua gamba e risale con le unghie scure fino alla spalla destra. Mi scrutano entrambi, parliamo telepaticamente. 

«Non è niente» dico. Non posso saperlo con certezza, mi sento un’idiota a ripeterglielo. Sul suo viso, la pennellata di una speranza tramortita dalla paura. 

«Non voglio» mormora.

«Non succederà»

«E se succede?». Dall’orribile sorriso dell’animale si srotola un lembo di proboscide.  

«Vedremo cosa fare». 

Mi accorgo di essere andato in apnea e faccio un respiro. La bolla scoppia. Elena distoglie lo sguardo, prende un sorso dal calice e la seguo; cerco solo di non immedesimarmi troppo in quel che sento e ringrazio di non avere un utero. Il vino freddo mi imporpora le guance e mi pizzica in gola, starnutisco. Lei sorride e le si illumina il volto. C’è qualcosa nella mia faccia che la diverte e non so mai come mi faccia sentire la cosa. 


«Ma un’altra boccia?» afferra la bottiglia vuota per il collo. 

«Perché no?» Letizia le rivolge un applauso, Carla alza il bicchiere in un brindisi alla perseveranza ed Elena sparisce nella folla assiepata davanti alla vetrina del bar. Intravedo solo l’animale sulla spalla. 

Mentre Carla continua a parlare con un ragazzo con baffetti e basco apparso da chissà dove, Letizia mi fa un cenno, la fronte aggrottata. Scherziamo sull’essere empatici, ma Letizia sembra effettivamente dotata di una capacità preternaturale di capire cosa prova una persona a un primo sguardo disinteressato.

Figuriamoci se non capisce la sua migliore amica. Socchiudo gli occhi, scuoto la testa e lei alza le spalle a dire va bene, ne parliamo dopo. Quando ritorna Elena stiamo parlando di astrologia, campi magnetici e karma, applaudiamo al suo ritorno e nella ventata di allegria ubriaca che la segue Elena s’inchina un paio di volte come un direttore d’orchestra prima di poggiare la bottiglia sul tavolo. L’animale allunga le zampe e si cala nell’orecchio, suscitandole un brivido prima di sedersi.

La serata continua come al solito; il nostro tavolo diventa una lampada per falene. Qualcuno si siede, qualcun altro lascia il posto, rimaniamo granitici noi quattro mentre conoscenti, saluti lanciati di sfuggita e brezze di vento ci sfarfallano intorno, ogni volta che mi giro verso Elena ho la sensazione di spiarla, di vederne l’assenza, i pensieri rosicchiati dall’animale spinoso; l’ansia le cola sulla fronte.

«Che caldo che fa, ma non si potrebbe chiedere un ventilatore?» si condensa in risatine assenti. Ci scambiamo degli sguardi rapidi, dopo i quali simula la consueta noncurante amabilità, ride fino a diventare rossa, flirta con un pizzico di malizia in più, inscena la grazia frizzante che tutti si aspettano da lei, si fa vento con la mano lamentandosi a gran voce. Alla quarta bottiglia sorride compiaciuta, quasi strafottente, ma quando si siede di nuovo cerca la mia mano, la stringe e più il sudore lubrifica i solchi e le linee sui palmi, più sento la sua temperatura alzarsi. Mi lascia la mano e riprendo il bicchiere pieno di ghiaccio, si porta i capelli dietro l’orecchio e sorride ancora, trasformandosi in una bambina pestifera a cui non si può non voler bene. La sua espressione sognante e allegra si mischia così bene alla mia più seria, svagata. Capisco perché quelli che ci incontrano dicono di vederci bene insieme, anche se noi commentiamo dicendo: solo amici. Certo, credo di non aver mai incontrato una ragazza di cui mi piace tutto ciò che odia di sé stessa; il collo dove vede un doppio mento, i nei sulla schiena, la cicatrice sul petto, le mani a suo dire troppo grosse; la sua risata innesca naturalmente la mia, ci tocchiamo e abbracciamo, con una forza minore di quanta servirebbe a far detonare un amore. Ma io, alla fine, che ne so dell’amore? È forse per codardia, per autoconservazione che la penso così. Per un attimo i suoi occhi seguono le mie dita. Un attimo solo. Non ci penso più quando una tipa con i rasta comparsa alla mia destra mi chiede cosa faccio nella vita, imbastire una supercazzola mi tiene impegnato e anche se Elena mi guarda non mi giro mai. 

Alle dieci il bar chiude, le sedie vengono impilate, i tavoli messi uno sopra all’altro, ci salutiamo con abbracci, baci schioccanti. Letizia va in San Petronio Vecchio, ha detto che siamo delle mezze checche e che continuerà a bere. Carla annuncia che se ne andrà a letto e ci fa ciao ciao mentre sbadiglia. Io e Elena ci incamminiamo sulla strada che passa in piazza Santo Stefano e mentre i discorsi si sfilacciano avverto la presenza dell’animale spinoso. Ora sporge dalle labbra di Elena, minuscolo e dagli occhi ancora più enormi, lei sa che renderebbe la paura più solida se la confessasse ancora. Apre e chiude le mani, l’anello le stringe ancora, non mi stupirei se il dito le diventasse viola; allora le parlo della tipa con i rasta.
«Non era male, sai» e della mostra di Ligabue che ho visto.
«Ma dai ci volevo andare anche io». Fa lei. Cambio discorso. Le dico che tutti dovremmo avere un orto. 

«Ho messo una piantina di basilico sul balcone, speriamo non muoia»le chiedo se ha messo del fertilizzante o se l’ha trapiantato, la sua fronte si stringe all’improvviso, l’animale srotola la sua proboscide, che viscida penzola sulle sue labbra.
«Non iniziare a fare mansplaining» digrigna denti. «Ma volevo solo chiedere…». Nel silenzio risponde solo con i suoi occhi acquatici, frementi, come dopo uno sbadiglio o come se stessero per lacrimare e mi viene da chiedergli se sta bene, anche se so già la risposta; mi fermo.

«Scusami, non fa niente, ho la testa altrove. Che poi non mi stai facendo mansplaining».

«Figurati» rispondo cercando di apparire di supporto. Mi frugo in tasca frettolosamente e le porgo una cuffia. Siamo nel mezzo della piazza. 

«Vuoi?» e lei la mette in fretta nell’orecchio, l’animale salta dalle labbra e  le si aggrappa alle caviglie. 

Passiamo in mezzo ai tavoli fitti di turisti, di calici di spritz, cestini di patatine, arachidi, mentre lei mi suggerisce qualche pezzo da ascoltare, mentre noi commentiamo questa è incredibile, loro sono tipo una delle mie band preferite e non verranno mai a suonare qui, no, no togli questa, malinconia pura, beh ma proprio per questo lasciala cazzo e la folla stravaccata ci segue con la testa, parliamo ad alta voce, ci sentiamo gli occhi addosso, ci piace, a lei forse di più, un innocente segreto nel pugno. 

A volte stiamo in silenzio, quando una melodia ci afferra da dentro. Aspettiamo il semaforo verde, attraversiamo in ascolto.
«Penso che sia l’arte suprema».

Dirlo mi piace, mi dà un’aria bohémien che non ha capito ancora dove dirigere i suoi sforzi d’artista, e Elena che suona, canta e scrive canzoni che ti rimangono in testa mi scruta un po’ risentita: «ma non era la scrittura?»

«No, per me è solo la più difficile. Penso che la musica sia superiore. Non saprei spiegartelo, chiedilo a un vero romantico». 


Ridacchia sommessa, e quando arriviamo in Piazza Maggiore mi restituisce a occhi bassi la cuffia. Nella luce terra rossa e lampioni come arance brillanti, sullo scrosciare delicato della fontana incombe Nettuno.

Per un po’ rimaniamo a guardarci dopo l’abbraccio. È un corpo che guardo con reverenza l’affetto che provo, ma senza volerlo toccare davvero. Sembriamo farfalle capitate per caso su uno stesso fiore. 

«Domani vado a comprare un test. Per essere sicura». 

«È solo una settimana».

Lei guarda per terra, muove il piede ad angolo.

«Due settimane».

«Merda» riesco solo a dire, sentendomi indelicato e stupido, distante dalla sua ansia. La vorrei rimproverare. Tira su il naso e scuote la testa. 

«Fammi sapere, poi». 

«Certo, e a chi altri sennò?»

L’abbraccio forte, lei china la testa sul mio petto, le accarezzo i capelli. Trema ma non singhiozza, mi afferra il polso, mi bacia il palmo della mano, la lascia cadere e intreccia le dita dietro la mia schiena. Mi tiene stretto a sé e avverto un singolo nodo caldo come mi fosse spuntato un cuore pulsante sulla spina dorsale, ma non mi stacco. Bacio la riga dei capelli, le passo dita fra le ciocche color caramello. Noto che una coppia si gira a guardarci, lei si copre la faccia con una mano per dire qualcosa e li vedo allontanarsi, più veloci, ridacchiando. Faccio pressione e mi distacco da lei, mettendo una mano sulla sua pancia. 

«Lo sento già scalciare». 

«Coglione» ride.

«Dai, è che mi pare assurdo».

«Anche a me» dice con una nota di risentimento.

«Se anche fosse, e speriamo di no, una soluzione si trova, ok?» 

Mi riabbraccia, la pelle umida di sudore. 

«Ok» dice togliendosi una lacrima.

Cerco di trattenere il sospiro di sollievo anche se le sue mani sono ancora bollenti. È difficile decifrare ciò che prova nel buio che le taglia il volto. Sorrido e lei mi imita di rimando. 

«Ci vediamo domani, no?» le chiedo.

«Domani no, che poi stacco tardissimo, una roba nauseante ‘sto lavoro del cazzo».
Ha di nuovo un altro tono, si è rivestita della sua pelle. Dopo esserci salutati camminiamo in direzioni opposte e l’avverto, la mole dell’animale è cresciuta, le sue zampe coprono le automobili. La seguirà fino a casa e nei sogni e mi chiedo se non sia una forma di amore quella che provo per lei, più onesta anche se crudele. Non mi volto per vedere; non sta a me uccidere l’animale.

Immagine generata con Gemini AI