Il Soggetto che tace
Qualcosa mi pizzica la pelle, mi prude lo stomaco, una pianta impertinente che risale lungo il petto, arriva alla gola e fa tremolare le labbra. Cerco di tenerle serrate, mordo le guance, stringo i pugni ma è tutto inutile: scoppio a ridere.
Un colpo di diaframma e inizia quella risata brutta, rumorosa: mi obbliga a piegarmi in avanti, non ho più aria. Non smetto, non ci riesco: le mie sorelle mi guardano accigliate, Nina con il volto lavato dalle lacrime, più rido più Claudia se la tiene stretta.
«Scusate, scusate, veramente» continuo a ripeterlo, ma non riesco a smettere.
Ho ancora la giacca sulle spalle, la sciarpa e la valigia in mano: è il contesto che mi fa ridere. Casa, ha senso chiamarla così?
È sempre tutta colpa del contesto, casa: la parola è piccola, due sillabe, si può infilare ovunque.
Allora qualsiasi luogo abbia un tetto diventa casa, non è più un sostantivo ma un aggettivo. Eppure se definissi questa casa casa le mie sorelle mi guarderebbero peggio, dall’alto del loro abbraccio stretto, infilate nel letto matrimoniale della stanza che un tempo era la mia.
Ho suonato al citofono, la porta di casa era già aperta: due alberi di Natale, luci dorate che seguono tutto il perimetro dei mobili del soggiorno e della cucina, le palline riflettono la luce ovunque, scendono persino dal soffitto, e poi i regali. Ci sono cestini, buste con all’interno altre buste, i regali più grandi sono quelli per la famiglia stretta, coperti da carta argentea che riflette la luce delle palline sulle quali rimbalzano le luci dell’albero. È un gioco psichedelico e proporzionale, anzi, indirettamente proporzionale: meno persone saranno presenti più aumenteranno i regali. Corro in cucina per l’odore e il rumore: i fuochi sono accesi, le pentole ribollono, l’acqua continua a scorrere, una delle pentole ha lasciato evaporare tutto il suo contenuto e ora sta lì, si lascia bruciare. Spengo tutto, vorrei farmi un caffè ma anche la macchinetta è stata assalita da ghirlande e lucine. I giochi di mio nipote sono sparsi tra la cucina, il soggiorno e il corridoio.
«Leo è qui?», grido da una stanza all’altra, Claudia dice che il padre l’ha portato fuori. Allora mi accendo una sigaretta e torno da loro: mi concentro, non rido.
«Lo sapevate che i fuochi erano tutti accesi, sì?», mi aggiro per la stanza alla ricerca di un posacenere. Nina singhiozza, si nasconde tra il braccio e il busto di Claudia, sgrana gli occhi per la sigaretta: con uno sguardo mi morde, un piccolo morso, come quelli del suo stupido gatto.
Appoggiata alla finestra chiusa, vedo loro due in pigiami rossi, abbracciate, infilate in una casa piene di luci, colori, riflessi, regali, circondate dall’odore del sugo e del miele dei dolci. Il forno! Corro a spegnere il forno: la sigaretta sembra uno stecchetto di incenso che continuo a spargere per tutta casa. Casa. La benedico, la purifico riportandola alla realtà. Quando torno da loro muovo la sigaretta nella stanza, sopra il letto, sopra le loro teste come se stessi bruciando del palo santo.
«Ti hanno dato alcolici in aereo?», Claudia non molla Nina e non stacca lo sguardo dalla cenere, potrebbe cadere sul piumone.
«Sto spezzando l’incantesimo, la magia delle feste».
Lancio il cappotto ai piedi del letto, levo il cardigan, gli stivali con cui ho viaggiato: ora questa stanza ha un odore reale.
«Dovremmo cucinare noi?», sono le prime parole di Nina, sussurrate a singhiozzi, mentre col dorso del pigiama tenta di pulire lacrime, moccio e un po’ di trucco rimasto ancora sulle guance.
«Perché? Sappiamo cucinare?», cerco di mantenere alto quel filo d’ironia con cui sono entrata in questa casa, lo tengo come uno striscione da stadio, con entrambe le mani, ed è decisamente pesante da reggere solo con due braccia e una sigaretta ormai finita. Prendo uno stivaletto per spegnerla sulla suola.
«Ma ti prego», Claudia mi guarda disgustata, cerca di muoversi ma Nina non glielo permette, «ora che vuoi fare? Lasci il mozzicone sul piumone?»
«Meglio dar fuoco alla camera da letto o alla cucina?», glielo chiedo prendendone subito un’altra dal pacchetto, un po’ per dispetto e un po’ perché la prima non l’ho veramente fumata, «credo sia più facile salvare la stanza che la cucina».
«Dobbiamo solo comporre le lasagne, mamma il sugo l’ha già fatto», Nina ha una spinta di coraggio, si libera dalle braccia di Claudia e non mi va di confessarle quali siano le condizioni del sugo preparato da mamma, «domani cosa mangeranno gli zii? E Leo? Mamma stava facendo il sugo apposta per Leo, quanto può essere complicato? E poi la nonna…», sulla nonna non ce la fa «Dio, la nonna», torna a nascondere il volto tra le mani, piangendo ricade tra le braccia di Claudia.
Dio, la nonna!
Con la sigaretta tra le labbra tiro via il piumone, le lascio scoperte e con la bocca spalancata, non se l’aspettavano.
«La nonna ha novantaquattro anni, non si ricorda nemmeno il motivo per cui domani sarà qui».
«Lara!», Claudia mi riprende a denti stretti, come farebbe con suo figlio, e con lo sguardo indica Nina, lei piange ancora più forte.
«Facciamo così», tento di prendere la situazione in mano, Claudia copre di nuovo entrambe col piumone «chiamo io tutti quanti, dico che abbiamo preso l’influenza. Brutta, una brutta influenza, e il pranzo di Natale non si può fare da noi».
«Ma no», Nina si solleva e finalmente riesco a vedere interamente il suo viso distorto, gli occhi gonfi, le labbra che non smettono di tremare, il volto rosso «è una tradizione, e poi Leo ha tre anni, che ricordi gli lasciamo? E…e questo potrebbe essere l’ultimo anno della nonna, dobbiamo cucinare! E la zia è da sola, che facciamo? La lasciamo così? Poi mamma ha preparato tutto, la cucina è pronta, il sugo…»
«Il sugo è bruciato, Nina!»
Lei mi guarda e perde gli occhi dei suoi ventitré anni: ne ha di nuovo sei, stringe le labbra perché non vuole darmi la soddisfazione di averla ferita. Ha sei anni e le ho appena detto che le sue idee per giocare sono stupide e infantili: se vogliono che giochi con loro comando io, comandano sempre le più grandi.
Le lacrime si impigliano tra le sue lunghissime ciglia, non le fa scendere, acciglia lo sguardo: deve sembrare più arrabbiata che ferita.
Non sa che, dal suo dolore, soddisfazione non ne ho mai preso.
Esce fuori dal piumone per venirmi vicina, per tenermi testa.
«Come fai?», me lo chiede a mezza voce, mentre io ero pronta a sentirla gridare «perché non ti tocca tutto ciò?». «Perché non sono fatti miei», riprendo lo stivaletto per spegnere la seconda sigaretta. Non so quanto sia vero, forse anche questo è l'ennesimo racconto che la casa può trattenere: un elemento così minuto, fatto di sole due sillabe, quante altre parole può contenere all'interno? Le mezze verità, le storie, le narrazioni si infilano sotto le finestre, tentano di scappare dai canali dell'aria condizionata, dai pertugi, sotto la porta, tra gli intercapedini ma non riescono.
Le bugie gonfiano le pareti, sollevano il tetto, si infilano nel camino e tentano di percorrere la canna fumaria inutilmente. Una parola di sole due sillabe non può contenere trent’anni di narrazioni, litigi, soprattutto di grida perché quando si alza la voce anche le parole prendono forme diverse, valgono doppio: mamma è l’unica veramente brava con il sottovuoto, ci riesce solo lei ad aspirare bene l’aria facendo attenzione che non esca da nessuna parte, che tutto rimanga compresso, al suo posto.
Tutto affinché niente esploda.
Nel silenzio che segue la mia risposta mi rendo conto: c’è silenzio.
«Ma loro dove sono?», chiedo guardando in alto, come se mi aspettassi qualche rumore provenire dalla soffitta.
«Sono usciti, tutti e due»
«Sono insieme?»
«Non lo sappiamo, sono usciti con due macchine».
Silenzio.
Mi alzo e scosto i regali di Natale più esposti, li metto negli angoli, levo dal corridoio i giochi di Leo, spengo le luci, tiro via le prese delle lucine, tutte. Dettagli inutili che scivoleranno sulla bolletta, non abbiamo bisogno di tutti quei riflessi, spengo la luce della camera da letto, l’abat-jour basterà.
Faccio ammenda, anzi, mi confesso: abitare lontani dalle persone con le quali si è cresciuti, lontani da zii, sorelle, genitori, ti porta via da una spirale di narrazioni ingannevoli.
E più ci si allontana dalle storie raccontate più è possibile vederne i buchi, gli errori, le verità – quelle vere – che si trovano dove i fili delle storie si incastrano, si sovrappongono, lì bisogna scavare, se si vuole. Quando ci si allontana da casa le verità ti rincorrono: raggiungono l’unica persona che non avrebbe voluto scavare.
«Allora, pratiche: chi chiamiamo dei due?»
«Mamma, è lei che deve tornare», Nina non ha nemmeno bisogno di pensarci.
«Lasciala sbollire, tanto non risponde. Tornerà e basta».
«E papà?», mi pento nel momento stesso in cui lo chiedo «forse è meglio chiamare zia, andrà sicuramente da lei»
«Ti stai veramente preoccupando per papà?», Nina mi parla accusatoria, sta per arrivare la terza sigaretta «Lara, non alzare gli occhi al cielo con me». Neanche mi ero resa conto di averlo fatto.
Vado in cucina, strappo via le ghirlande dalla macchina del caffè, butto tutto a terra ma è inutile: mi servono loro, mi serve qualcuno che abiti questa casa. Dove nascondono le cialde? Apro il primo cassetto, il secondo, il terzo, lascio tutto così e torno da loro.
«Il caffè? Le cialde?»
«In alto» m’informa Claudia, attonita, senza neanche guardarmi, «ma c’è solo il decaffeinato».
Tutto inutile, prendo la terza sigaretta e il cellulare.
«Stai chiamando la mamma?» Nina me lo chiede con la speranza nella voce, ma scuoto la testa, «chiami papà?».
«Tanto non risponde», lei si alza dal letto, mi viene contro.
«È la mamma che dobbiamo chiamare!»
Le passo il mio telefono, senza dire una parola: non lo prende.
«Cosa le vuoi dire? “Come stai?”»
«Sì, sì, magari! Iniziamo chiedendole come sta e…»
«Chi gliel’ha detto?»
Mi ero ripromessa di non chiedere, ma più Nina mi si avvicina più voglio sapere, ricostruire. Mi ero ripromessa anche di non ricostruire.
Le ragazze restano in silenzio.
«Ha trovato le foto delle foto da sola?», mi rendo conto troppo tardi di aver alzato la voce, «la mattina della vigilia ha deciso di guardare il cellulare della figlia – cosa proprio tipica della mamma – di sfogliare casualmente nelle sue foto e poi ops, chissà queste chat da dove vengono! Da dove potranno mai venire?»
«Gliel’ho detto io», confessa Nina, tutto d’un fiato. Lo sapevo già: non ha bisogno di mettersi al riparo, indietreggiare e tornare nel letto dalla sorella.
«E se avevamo deciso di farci i fatti nostri, se vi avevo espressamente chiesto di tenervelo per voi, perché – e giuro, sono curiosa – perché hai sentito l’impellente necessità di parlargliene?».
Lei ricomincia a piangere, Claudia l’abbraccia senza neanche guardarla, le carezza il capo ma non bada veramente né a me né a lei. Fissa un punto indistinto della parete che ha davanti: mente immobile, corpo in movimento.
«Perché era giusto, doveva saperlo!».
«No! Non esiste giusto e sbagliato, Nina! Non abbiamo noi il potere di decidere»
«Tuo padre si scopa una ragazzina della tua età, e io non ho il potere di dire “è sbagliato”?».
Perché “ragazzina della mia età“? A ventisette anni si è donna, magari ragazza, ma perché darle della “ragazzina”? In fondo, sia io che questa ragazza siamo più grandi di lei: è un diminutivo utile solo a rendere nostro padre più colpevole?
«Tu non dici niente?» mi riferisco a Claudia, ancora immobile su quel punto nel muro «questa cosa vi sorprende così tanto?».
«Bah, poteva nasconderla meglio. Se le tue figlie trovano sul computer di casa, neanche quello personale, chat e foto un po’ te la vai a cercare».
Quando mi chiamarono, dicendo di mettermi a sedere, pensavo fosse morta nonna. Invece mi inviarono delle foto fatte al computer: le foto delle foto. Doveva restare tra noi: tutto cancellato dai computer, nessuna prova, nessuna sofferenza.
«È facile per te», così aveva cominciato Nina, già pronta alla battaglia «tu non vivi qui. Io non riesco a guardarlo in faccia, non voglio mentire a mamma mentre lei cucina per lui».
Il Soggetto che tace mantiene la quiete mentre sanguina: io sono rimasta in silenzio, continuando a ripetere che bisognava solo tenere un altro segreto.
«A me fa schifo, ok?», Nina sa di essere andata contro i patti ma non vuole ammettere il suo cedimento: non aver tenuto il segreto è una sconfitta, deve difendersi prima che una delle due possa attaccarla «mi fa schifo saperlo con ragazze della tua età».
È piccola; non glielo dico, si arrabbierebbe. Accetto, però, il dubbio: forse sono io, che di cose del genere ne ho già viste, allora non mi sorprende. Non mi sfiora se non gli strati più superficiali della pelle; mi avrebbe fatto schifo se non ci fosse stato il consenso di quella ragazza, della presunta amante.
«Alla mamma non pensate?», lo chiede con rabbia.
«Certo», parlo e le palpebre si cristallizzano, non riesco a chiudere gli occhi, solo a tenerli fissi in un punto preciso del pavimento in legno «si sentirà vecchia, brutta, avrà paura di dover cambiare casa, macchina, forse lavoro».
Vedo quella donna da sola in cucina: un piatto preparato per lei, la vedo non mangiare più, ormai non fa differenza.
«Penso alla vergogna che proverà nel doverlo ammettere, quanto si vergognerà con i colleghi, anzi, sai che penso? Che hai fatto una cazzata», mi ero promessa di non fargliene una colpa, ma questa casa non regge più bugie, omissioni, segreti. «Ci penso alla mamma, Nina, ed io so che non lo lascerà. Continuerà a cucinare per lui e stirargli le camicie perché ha paura della vecchiaia, pur di non rimanere sola resterà con lui. Allora valeva la pena dirglielo? Dovevamo per forza farla star male?».
«E invece una bugia era migliore? Non hai sempre ragione tu, le cose non girano attorno a te e alle tue convinzioni, magari lo lascia! Trova un altro, può essere felice, no?»
«No»
«Perché?»
«Perché è già successo, Nina!».
A quelle parole, scappate di corsa di bocca, anche Claudia torna presente: entrambe mi schioccano un’occhiata che apre tutte le porte di questa casa, spalanca le finestre, rompe i vetri più duri. Il tetto si allenta, la canna fumaria del camino esplode per la velocità della corrente; guardo il soffitto, spero che regga.
«Tu che ne sai?», Claudia me lo chiede con i denti serrati, le labbra strette, tenendosi con forza alla sorella «perché non ce l’hai detto?».
«Eravate piccole».
Alzo le spalle; è un brivido leggero, parte dall’ultima vertebra e risale fino al collo, mi abbraccia da un orecchio all’altro: abitare una casa senza porte e finestre fa venire freddo, i brividi, fa venire il raffreddore.
Che abbia ragione Nina? Perché tutto dovrebbe ruotare attorno a me, a ciò che io reputo giusto e sbagliato? Allargo la circonferenza che abito, inconsapevole se sia voluto o meno, ma le schegge delle finestre per terra scricchiolano quando ci si cammina sopra, e rumore chiama rumore.
Allora glielo racconto: papà ha già tradito la mamma, una decina di anni fa. Non è più importante, no?
«Come hai fatto a far finta di niente?» Nina mi fa sorridere, ha uno sguardo romantico sul mondo, sulle relazioni, in parte vorrei lo conservasse.
«Così, come faccio ora», mento, dieci anni fa ero piccola anche io, e non me lo ricordo.
Anche mamma ha tradito papà, ma non è del tutto vero: aveva un corteggiatore, però a loro parlo di tradimento. Voglio mentire a loro e a me stessa: conservare nella bugia la speranza di un evento.
Il sesso è tradimento? Un bacio? Fidarsi e affidarsi più a un'altra persona, piuttosto che a quella che hai sposato, non è peggio?
Cerco l’appoggio di Claudia, lei non ce la fa, continua a rimanere immobile.
Claudia ha partorito Leo tre anni fa, il padre – ormai compagno – è il vicino di casa, adesso è lei che, con compagno e figlio, è la vicina di casa. Stanno insieme ma quando vogliono, se vogliono, vedono altre persone. Si scelgono ogni giorno, immersi tra centinaia di persone che occasionalmente possono entrare nelle loro vite, nei loro letti, e comunque loro si scelgono.
«Claudia», la riprendo, sottovoce. Lei sembra risvegliarsi da un sonno profondo, dal tepore del piumone che non si è mai levata di dosso.
«Nina», cerca di richiamarla, con dolcezza «Nina, vieni qui».
Nina torna tra le braccia della sorella, è il momento della quarta sigaretta.
Sotto quel piumone, se Nina ha sei anni Claudia ne ha nove.
Ridacchiano in silenzio, è tarda notte e se mamma e papà ci sentono ci spediscono a dormire. Vogliamo dormire, in segreto, tutte nello stesso letto. Nella mia cameretta c’è una lunga lampada, con dei gatti disegnati sopra, la sposto per proiettare delle ombre sulla finestra, sulle tende chiuse. Le ombre non hanno nessuna forma, ho le mani piccole di una bambina di dieci anni, ma qualsiasi corpo prenda quell’orma alle ragazze va bene: arrivano i pirati, le streghe, vorticano nella stanza uno sciame di piccole fate che si riposano sui nostri giocattoli, sul tappeto, ma loro non devono avere paura. Sono coperte dal magico piumone blu, sono salve.
La sigaretta finisce e la spengo sotto la scarpa, senza pensare, io le scarpe non le ho addosso: buco il calzino, mi brucio la pianta del piede.
«È colpa mia?», Nina singhiozza, Claudia le carezza i capelli lunghi, dice che non deve farsene una colpa, allora la più piccola annuisce.
Casa dei miei genitori è piena di storie, di più narrazioni diverse della stessa identica storia, e quando i fili si intrecciano, si sovrappongono, scavare lascia fuoriuscire la colpa. È un’eredità, tramandata da generazione in generazione: non sono mai solo due fili della stessa storia ad essersi sovrapposti. Si trova il terzo, il quarto, il quinto, narrazioni spalmate su narrazioni nate da piccole e innocenti bugie, desiderate e concepite per la spasmodica ricerca di un equilibrio, di una felicità che tutti hanno in bocca e nessuno sa spiegare. Partire è tirarsi fuori da queste storie, anche come spettatrice, ma è un’eredità: guardarle da lontano mi ha solo reso autrice, quanta verità svelare ai personaggi che guardavo e quanto invece conservare.
«Mamma!» è un gridolino che viene dal soggiorno, il compagno di Claudia ha le chiavi di casa.
Un bambino corre nella stanza, Valerio cerca di fermarlo: la mamma sta facendo cose da grandi. Leo corre più veloce, allora Nina si asciuga il volto ed entrambe aprono le braccia. Io non lo ricordavo così grande quel bambino, con capelli così scuri e ricci, con un naso così simile a quello di Nina.
Valerio viene a salutarmi, dice che non ci vediamo da un po’, chiede come sto, apre la finestra: c’è puzza di fumo e per il bambino non va bene.
Il bambino mi guarda senza capire.
«Te la ricordi zia Lara?», glielo chiede la mamma, mentre questo bambino con gli occhi di mia sorella mi guarda indagatore, non si fida. Non c’è solo la zia Nina?
Quelle due bambine salvate dal piumone diventano donne, in pochi secondi, è bastato l’arrivo di Leo per farle crescere entrambe, per non piangere più.
«Laretta, stai invecchiando», dice Valerio mentre mi abbraccia «quando ce lo porti a tavola un uomo?».
Chiudo gli occhi, respiro profondamente: cerca di sdrammatizzare, non è sicuramente la persona più intelligente che conosca. Sposto le sue braccia dalle mie spalle e tiro fuori dalla borsa un peluche: un orso.
«Questo è per te. Era in una libreria, continuava a chiamarmi, diceva di volere un amico. Ho pensato che Leo sarebbe stato un perfetto migliore amico, tu che dici?». Leo prende l'orso, lo scruta, annuisce. «Io so essere un amico», ha la s debole, esattamente come la madre quando era piccola.
«Ne ero proprio certa», gli rispondo, toccandogli con la punta dell’indice il naso. Parlo e ho la voce più bassa, è quasi un sussurro. Ma non l’ho deciso: mi si blocca in gola, mi stringe. Lui abbraccia il peluche.
«Come si dice alla zia?»
«Grassie, zia».
Mi sfugge una lacrima, una piccola, la recupero al volo: quando si guarda da lontano, se non si usano gli occhiali giusti, le cose più piccole si perdono.
Valerio lo porta di là, per giocare, accende di nuovo tutte le luci del soggiorno e della cucina, dice che così è troppo buio, troppo triste.
«È cresciuto», sussurro.
«Sì».
«Somiglia a Nina, ma ha i tuoi occhi».
Ci guardiamo, senza dire niente: loro due sotto il piumone, con i loro pigiami natalizi, io seduta sul bordo del letto.
Claudia si schiarisce la voce, ora anche lei inizia a trattenere le lacrime: sembra una staffetta, finisce Nina e inizia lei.
«Torneranno? Mamma e papà, dico», me lo chiede e di colpo anche lei ha sei anni, io ne ho sette e Nina tre, è troppo piccola per stare con noi, non capisce i nostri giochi.
Le accarezzo una guancia.
«C’è altro, oltre l’equilibrio o la paura, c’è…», non mi vengono più le parole, l’aria in questa città è più pesante, ha un’altitudine diversa, porta via il fiato «c’è l’affetto, sì, ecco cosa c’è. E ogni relazione vive di regole proprie e…».
«Non mi hai risposto», Claudia non torna adulta, e neanche Nina. Non capisco cosa mi stiano chiedendo: vorrei infilarmi sotto quel piumone con loro, ma non mi sono cambiata, ho i vestiti del viaggio, e se mi metto nel letto chi proietterà le ombre davanti alla lampada? Da dove entreranno le fate e i pirati?
«Certo che tornano», rispondo sicura. Valerio ha riacceso i fornelli, lo sento mentre lava i piatti, anzi, mentre cerca di salvare la padella bruciata «tornano, non è successo niente».
«Infatti», Nina si solleva dalle braccia di Claudia «non è successo niente».
Claudia annuisce, Leo la chiama dalla cucina: devono tornare grandi.
Nina si alza per prima, dice che Valerio non sa fare il sugo, bisogna preparare le lasagne, è tardi. Prima di seguirla, Claudia mi poggia una mano sulla spalla, poi li raggiunge.
Dal soggiorno arriva di nuovo un luccichio riflesso dai vetri delle credenze, dalle palline di natale, dagli addobbi, è stata persino messa della musica.
Chiudo la porta, mi levo i vestiti, apro la tenda e la finestra, anche se fa freddo.
Da qui si vedono le stelle, da qui entravano le fate e le favole; spogliata di tutto mi infilo nel letto, nel mio letto, perché c’è stato un tempo in cui era mio.
Porto il piumone fin sotto il naso: si vedono tante stelle.
Suona il citofono, qualcuno è tornato.
Immagine generata con Gemini AI