Fantasma

Di solito passo più tardi, per cena. Le parole sono sempre le stesse:

«Ciao pa’ sono io. Sì, c’è anche Chiara. Ho preso la pizza e le birre. Ok saliamo».

La Juve, poi. Un po’ di politica. Un po’ di imbarazzo. In questi anni ho fatto in modo che a mio padre non mancasse mai nulla. Il mio tempo, quando ancora si viveva insieme. In seguito la mia presenza, regolarmente. Non che mi stia prendendo cura di lui. Faccio solo quello che si deve fare, il che significa fermarsi un passo prima dell’amore. Tutto sommato è giusto così.

Sono le cinque e un quarto. Uscito dall’ufficio vado direttamente da lui. Citofono. Nessuno risponde. Poco male, ho le chiavi. Apro, scendo direttamente in garage. Se oggi sono qui è per il mio Phantom F12 Malaguti. Qualche mese fa ho deciso di liberarmene. Stava in un angolo, coperto da un lenzuolo. 

La carena forata, il motore corrotto. Ruggine, come un pizzo scarlatto, delicato e osceno. Mi era sembrato bello, a suo modo. Lo so, è assurdo. Non mi sono più preso cura di molto, a dire il vero, dopo aver smesso con questo scooter. Ma ora è diverso. Accendo la luce. La lampadina nuda del garage lo rivela. Il mio fantasma.

Devo ammetterlo. Il vecchio gli ha reso onore.

Ha sgrassato la carrozzeria, ne ha scartavetrato le parti corrose, ha tappato i buchi con una rete plastica. Poi ha applicato della vetroresina, l’ha carteggiata. Un odore intenso avrà invaso il bugigattolo in cui si rintana a lavorare. Infine l’ha portato da un amico carrozziere per riverniciarlo. Bianco perla, v. 01000/96, il suo colore originale. Il codice l’ho reperito in un forum di mitomani, probabilmente miei coetanei. Me li vedo: un velo di barba ingrigita, gli esordi di un buzzo sodo di una soda nostalgia. Avrei potuto restaurarlo io. Merito di zio Pietro. Ricordo che ai tempi in cui presi questo scooter aveva aumentato le visite a casa, con la scusa di passare a trovare sua sorella e il cognato. Non era credibile. Salutava veloce poi ci fiondavamo in garage. Si lavorava principalmente sul mio, anche se a volte era lui a portare altri motorini, dio solo sa dove li prendesse. Ci smanettavamo per ore. Zio aveva meno di trent’anni, io quattordici. Ne è passato di tempo. Il fantasma mi è stato regalato nel ’98, il premio per gli esami di terza media. Un attestato di amore familiare. Sì, perché avere uno scooter per me significava avere una famiglia. Da cui evadere. Significava avere un padre rompicoglioni, che si opponeva a prescindere. E avere mamma, che pubblicamente lo spalleggiava ma che in fondo mi sosteneva.

«Filippo» mi diceva.

«Sì, mamma?»

«Porta pazienza, ché tuo padre ti vuol bene».

C’è un limite a quello che si può tradire?

Mi pare che ormai ci si fotta di tutto. Anche le cose, e non solo i corpi – dei corpi l’incontro, la fiducia.

Mai stato, io, sentimentale – ma cazzo. Meglio non pensarci, ché uno scooter è come l’acne. Come il primo tiro di sigaretta – una Pall Mall rubata a mamma e condivisa con gli amici, l’ombra di un fico a nasconderci, le bici a terra nella polvere. È come i primi peli il primo bacio con la lingua: se l’hai avuto, uno scooter ti ha scortato via dall’infanzia. Non fuori. Proprio via, più lontano.

Dall’infanzia delle macchinine, del buio e della fantasia. Le mitiche Majorette. Le ho conservate tutte in una scatola delle scarpe, poi le ho regalate al figlio di un’amica di Chiara. Ma il mio fantasma non lo regalo. L’annuncio online recitava così: Vendo fantastico Malaguti Phantom F12 bianco raffreddato a liquido doppio freno a disco in perfette condizioni completamente revisionato. Più la data di immatricolazione, ulteriori specifiche tecniche. Prezzo da trattare privatamente. 

Non ne faccio una questione di soldi, sia chiaro. È per principio. Perché avere uno scooter significa avere il mondo. E il mondo lo devi conquistare, mica te lo può consegnare uno sconosciuto chiavi in mano. Non so quanti anni abbia il tizio a cui sto per portarlo, ma una tale libertà non posso certo regalargliela.

 

Motore. Forcella. Candela. Batteria. Tutto sostituito, su mio ordine.

Sono stato dal vecchio un paio di volte. Lavora in una di quelle officine abusive ricavate nel seminterrato di una palazzina insospettabile. Io che sto lì in piedi a osservarlo, lui ogni tanto si interrompe per parlarmi di Vespe. So cosa fa. Soppesa la mia gioventù, la confronta con la sua. Sul muro un poster degli Immortali di Sacchi, la madonna di Medjugorje, le tette della Marcuzzi. E una foto datata: un ragazzo e una ragazza insieme a due bimbi piccoli. Età che si rifrangono come lampi di luce su una marmitta cromata. Di quel giovane in foto riconosco le mani ampie, le dita ispessite. Oggi sono nere di grasso. Se mi avvicino posso intercettare l’odore di tabacco e dell’alcol. È come tutti i vecchi, un veterano dei propri amori. Mi fa quasi pensare a me, a come vorrei diventare; molto più che mio padre. Così come stare nella sua officina mi riporta a zio Pietro. Con lui la vita aveva istruzioni precise, procedure da seguire. Astuzie, arnesi. Nessun imprevisto. E tutte quelle marche, sgranate come un rosario: Polini, Malossi, Arrow, Fabrizi, NGK, eccetera. Era stato il mio personale rito di iniziazione nel mondo dei grandi. Fino a quando per me non ha avuto più senso scendere in garage, e ha avuto meno senso per zio passare a trovarci. Ricordo che mamma ci portava un panino, ogni volta. Poi meno. Poi ha smesso.

 

Le chiavi del Phantom sono nel quadro. Il portachiavi è sempre lo stesso: un toro stilizzato che si impenna.

La memoria è bella se è una fitta, un abbaglio. Arriviamo perfino ad accettarne il peso, quando ci strugge di notte prima di dormire, al posto di dormire. Ma che fatica, quando la memoria passa dalle cose, si incarna. Il tempo non procede più. Si inceppa si grippa si arresta. Impugno il casco. Ne ho acquistato uno nuovo: aperto, con visiera, omologato ECE. È compreso nel prezzo, mi sento generoso. Ho fatto addirittura il pieno. Manca poco all’appuntamento. Mi guardo riflesso nello specchietto. Alla consegna il vecchio mi aveva incalzato: «Beh, che te ne fai adesso di questo?» Ero rimasto in silenzio. Ci ho pensato a lungo. Ora saprei cosa rispondergli: che non me ne faccio un cazzo, me ne libero. Pensa che stronzo: una volta lo usavo per scappare, adesso sono io a scappare dal mio Phantom. Ma non si scappa dai fantasmi.

Perché i fantasmi siamo noi, di garage in garage, di ricambio in ricambio, di indirizzo in indirizzo. Noi, con i nostri ricordi. E da quelli è impossibile fuggire. Così mi appoggio alla sella, accendo una sigaretta, ricordo.

 

Quel giorno rientro da scuola. Terzo anno di perito aziendale. Zaino Invicta abbandonato all’ingresso, Adidas Gazelle scalcagnate. Mamma che ascolta De Gregori, la cassetta nello stereo. Di spalle, sul piano della cucina. Solare, meticolosa. Come sempre, come la ricordo. Il grembiule, un grande turbante in testa.

«Non mi ci porti a fare un giro?» mi chiede. Si volta. 

Le rispondo di sì, senza parlare. Più tardi mamma mi abbraccia o meglio, è dietro di me e le sue mani passano intorno al mio ventre. Mani già ossute, la presa debole.

«Aggrappati» le dico.

Non so quanto abbia sentito, tra il ronzio del motore e il casco integrale troppo largo sulla sua testa,
i capelli allora già caduti. Il resto è guidare fuori città fino al mare, ma senza fermarci. Di fronte alla spiaggia appoggiare un piede a terra, fare inversione, ritornare. Abbiamo volato così, quell’ultima volta.
In controluce nel cielo assolato. Nessun commento, arrivati a casa. Solo un sussurro:

«Grazie Filippo. Grazie», la sua voce ormai opaca.

Me lo ricordo quel giro con mamma, il magone e il bellissimo frastuono che fa il vento, quando corri su uno scooter. Era vestita di bianco. Come un fantasma, avevo pensato.

Ma più guidato, dopo, il mio Phantom. L’ho condannato a marcire in garage, dove le cose vanno a spegnersi; pallide falíe come di cicche schiacciate nel posacenere del tempo. Questo sarà l’ultimo viaggio. Tutto sommato è giusto così. Lo spingo fuori dal garage. Indosso il casco. Avvio, monto in sella. Parto.

 

Le indicazioni lasciate dall’acquirente mi portano in un quartiere popolare. Cerco il civico – trentasette. Ingresso di destra, ha specificato. Abdallah il suo cognome. Scorro tra la lunghissima fila sul citofono. Suono. Esce un ragazzino smilzo, in tuta e ciabatte e calzini di spugna. Lo sguardo ansioso ma solenne. Dilatato da qualcosa che riesco a comprendere. Subito dietro suo padre, un uomo minuto dalle braccia pelose, jeans e sandali. Non è per niente come mio padre, tranne che per l’anonimato, la dignità. Forse è così che ogni padre si assomiglia. Il mio è sempre uguale. Mi vuol bene, lo so. Infine, per ultima, esce quella che immagino essere la madre. Accorta, a passi lenti. Velata, e fasciata in un lungo vestito opalino. Mi presento. La conversazione dura poco, nonostante lo sforzo di parlare una lingua comune. Hanno preparato i soldi. Sono in una busta che il padre tiene nella tasca posteriore dei jeans; mentre il figlio, nervoso, continua a spostare il peso da una gamba all’altra. Chissà da dove arriva. Chissà dove andrà. «Eccolo» dico «il mio fantasma».

Indico il Phantom. L’ho parcheggiato poco distante, accanto a una fila di secchioni stracolmi. Il casco appoggiato alla sella. Provo a spiegare che quello è un regalo. L’emozione del ragazzo si apre in un sorriso tutto denti. Conto il denaro. Consegno le chiavi all’uomo. Padre e figlio si avvicinano allo scooter, gli zampettano intorno come due uccelli, si consultano con parole che non mi sono più chiare. È bello assistere alla loro complicità. Solo la madre resta, mi scruta un momento. Si avvicina, mi sussurra: 

«Grazie Filippo. Grazie». 

Poi li raggiunge.

Immagine generata con Gemini AI