DILF

Fuori dal Tile la mia amica Jordan, vent’anni, dice che ha dimenticato la carta d’identità. L’ultima volta che è stata qui il buttafuori, che a me chiama Miss White Claw, guardando la sua carta d’identità ha detto: “Ci sei quasi” e l’ha fatta entrare. Ma non stasera. Senza carta d’identità non si entra. «Mi dispiace,» le dico, «devo rientrare, sto flirtando con un DILF. Ce la fai a tornare a casa?»

Il suddetto DILF è Brian, il cui nome nel corso della serata dimenticherò spesso. Tutto ciò che so di lui è che è alto, che ha dei bei capelli brizzolati e che il suo gruppo preferito sono gli LCD Soundsystem. Io li odio da morire, gli LCD Soundsystem, però mi piace che a lui piacciano. Io e le mie amiche giochiamo a indovinarne l’età. Haley urla «Cinquanta» e io le dico di stare zitta. «Quarantasei» dice Brian. Esattamente il doppio della mia età, una simmetria che mi soddisfa. A novembre ne compie 47. Scorpione, come la maggior parte dei miei ex.

Faccio ascoltare a Brian i primi secondi di Girls dei Dare per fargli capire quanto faccia schifo. «Sì, è terribile» dice lui, per fortuna. Gli dico di prendermi una White Claw e lui sembra un po’ turbato dalla mia schiettezza, ma è l’una di notte: a volte le ragazze devono fare così, e basta. Al Tile una White Claws costa solo cinque dollari, ma se a pagarla è un uomo ha un sapore migliore. Poso la mia sigaretta elettronica sulle sue labbra, su quelle delle mie amiche, sulle labbra di sconosciuti. A volte penso che le sigarette elettroniche siano una delle cose peggiori mai state inventate, che abbiano rimpiazzato l’eleganza di una sigaretta con un odioso dispositivo pacchiano amato per lo più da adolescenti cretine. Condividere una svapata in un bar di New York, però, mi riconcilia con l’umanità: è un momento di intimità, il modo in cui ci dimostriamo affetto e cerchiamo di rendere felice chi ci sta accanto.

Spendo una quantità ridicola di soldi su TouchTunes. Metto gli Smiths, Chappell Roan, Interpol, Charli XCX. Durante This Charming Man, io e Colette urliamo insieme a Morrissey. Poco dopo, Emma se ne va, poi anche Haley, entrambe con aria dispiaciuta, come se temessero che possa sgridarle. Per una volta, non lo faccio, perché voglio restare sola con Brian, vedere cosa succede. L’uomo più grande con cui sono stata aveva 34 anni, ma tutti i trentenni con cui ho scopato erano disoccupati e vivevano con dei coinquilini, quindi non conta. Chiamare papi un uomo di 30 anni, poi, pare un’esagerazione. Brian dice che lavora nel settore tech. Incredibile. Colette dice che deve andarsene presto perché domani lavora. Racconta a Brian del suo lavoro al Guggenheim. Io gli parlo del mio a Stereogum e rimango sorpresa quando scopro che sa cos’è Stereogum. Colette dice che se troviamo della coca rimane, così comincio a chiedere a degli sconosciuti se ce l’hanno, il che mi fa sentire strana perché non l’ho mai provata in vita mia. Gli sconosciuti dicono di non averne, ma chiedono se possono provare la mia sigaretta elettronica, non hanno mai svapato prima. La porgo a una ragazza e lei aspira troppo a lungo, come se fosse erba.

Colette se ne va.

Io e Brian rimaniamo a parlare di cose che il giorno dopo dimenticheremo. Gli racconto del mio libro, di mio padre, che è morto, della mia epilessia quand’ero adolescente, della mia ansia, del mio possibile alcolismo. Scopro che è divorziato. Non ha figli, ma questo non lo squalifica dall’essere un DILF; per essere un DILF, un uomo deve semplicemente avere più di quarant’anni ed essere attraente. Dice che gli piace il modo in cui dico tutto ciò che penso. Le persone così gli piacciono. Gli chiedo se la sua ex moglie era così. Lui ride e dice di no.

Brian è con due suoi amici e, per qualche motivo, quando andiamo a casa sua vengono con noi. Lungo il tragitto metto Brown Paper Bag dei DIIV, una delle mie canzoni shoegaze preferite, e allungo a Brian un auricolare. «È così deprimente che mi fa venire voglia di suicidarmi» dice. L’auricolare cade e ci fermiamo a comprare delle White Claw in un minimarket. Sul suo tetto, gli racconto di un tizio che mi ha scritto su Instagram offrendomi di portarmi nel backstage di un concerto dei Weezer l’11 settembre perché è amico dei Dinosaur Jr. Lui mette su The Blue Album, io fumo una sigaretta e intanto svapo. Una chiamata di mia madre fa vibrare il telefono, lo mostro a Brian. «Vuoi che risponda io?» scherza. Dico a mia madre che dormirò da Colette. Mi accorgo che siamo seduti lontani, così mi avvicino, improvvisamente nervosa perché il mio flirtare ha funzionato e questo è il momento che viene dopo. Aspetto che qualcosa vada storto, che lui si riveli inquietane o strano o fastidioso, ma non succede. I suoi amici se ne vanno e finalmente rimaniamo soli.  Prendo io l’iniziativa di scendere in casa perché trovo carino che non sia lui a farlo.

Ci sediamo sul suo divano e gli faccio mettere il nuovo album di MJ Lenderman, perché non riesco ad ascoltare nient’altro. Distendo le gambe sul suo grembo e lui mi parla del mondo della tecnologia mentre io gli parlo di quello della letteratura. Prendo la mia borsa e gli mostro il libro di Jack Skelley che ho ricevuto per posta oggi. Lo lascio sul suo tavolo, per lui, o forse per avere una scusa per tornare. Butto la busta di plastica con il pluriball sul pavimento e lui ride, dice che gli sto mettendo in disordine l’appartamento, così ci aggiungo anche la ricevuta accartocciata. Brian accende una canna, allora gli chiedo se posso fumare una sigaretta, visto che c’è già fumo ovunque. Ovviamente dice di no. Dice anche che è vicepresidente della sua azienda e che l’appartamento è di proprietà. Io gli rispondo che non so nemmeno cosa sia un mutuo. Non ho nemmeno una carta di credito. Lui la trova una cosa adorabile.

Dice che non vuole essere il mio sugar daddy. Sembra sul punto di sfancularmi, ma non sembrerebbe perché poco dopo ci stiamo baciando e non capisco se è solo l’effetto dell’alcool oppure se è davvero un gran baciatore. Sembra proprio di sì. Mi bacia piano, con dedizione. Dall’altra parte della strada, in una delle finestre, intravedo qualcuno che si muove e glielo indico. Faccio una battuta sul sesso e poi all’improvviso una ragazza si solleva dal pavimento. Ci sfugge un urletto. «Glielo stava succhiando» dice Brian. Restiamo a guardare per qualche secondo, rannicchiati l’uno nell’altra, curiosi e impazienti di vedere cosa succederà dopo. Poi, le luci si spengono.

Brian si rifiuta di scoparmi, dice che al primo appuntamento non lo fa mai. Io prego silenziosamente Dio che non abbia una disfunzione erettile o un micropene. Nel suo letto, le sue dita scivolano dentro e fuori di me, prima con dolcezza, poi con abbastanza forza da farmi sentire come se mi stesse scopando. Urlo e mi avvinghio a lui, gli infilo le dita in bocca, fino in gola, lo ascolto gemere. Me ne vado alle sei del mattino, cercando di non vomitare nel costoso Uber che mi riporta a casa. Lui cerca di fermarmi, inseguendomi giù per le scale e fuori, fino alla macchina, e io gli urlo contro come se fosse uno sconosciuto che sta cercando di violentarmi. 

È domenica. Messaggiamo tutto il giorno.

Il lunedì mi scrive che ha deciso di saltare il servizio in giuria e mi invita al mare. Corre per prendere un treno e ci riesce per un soffio. Mi faccio la doccia e guido mezz’ora verso sud, svapando con la mia sigaretta elettronica anche se avevo detto che l’avrei buttata via, con il braccio fuori dal finestrino mentre ascolto post-punk a tutto volume. Mi fermo al supermercato per prendere delle White Claw e un’Arizona. Parcheggio alla stazione e lui mi scrive che il suo treno sta arrivando.

Dopo aver buttato alcune cose sul sedile posteriore, entra in macchina e mi bacia, è un gesto affettuoso, ma troppo disinvolto, come se fossimo sposati e lo facessimo da sempre. Torniamo al supermercato cosicché possa prendere del ghiaccio per la borsa frigo e del cibo. Io insisto che non voglio mangiare. Aspetto in macchina perché per un istante mi travolge un’intensa ondata di ansia, mi sento come se volessi scappare. L’attimo dopo vorrei essere entrata con lui, anche solo per vedere la gente che ci guarda domandarsi che rapporto abbiamo, se siamo una coppia oppure padre e figlia.

Parcheggiamo vicino alla spiaggia e prendiamo tra le braccia asciugamani e coperte. Mi torna in mente quando andavo in skate sul lungomare con un’amica, qualche anno fa. Indico una bandiera israeliana e mi assicuro che non sia sionista. Per impressionarmi, Brian schiaccia una cicala, ma era già morta. Mi tolgo le scarpe e lo seguo sulla sabbia, verso l’acqua.

Stendiamo la nostra coperta vicino alle onde, accanto a una coppia gay e a un sacco di gabbiani invadenti. Brian inizia a montare una tenda, non ne capisco il motivo, ma lo aiuto, reggo un’estremità del palo e lo spingo nella sabbia. Vedo la gente che ci guarda incuriosita, ma sono troppo felice per sentirmi in imbarazzo. Indosso solo un bikini e degli shorts succinti, i piedi nudi nella sabbia morbida. C’è un po’ d’ombra, ma una volta finito di montare la tenda ci sdraiamo comunque al sole perché il vento è fresco. «Gli uomini devono sempre montare qualcosa» dico. «Ovvio, scherzi? In che altro modo potrei dar prova del mio valore?» risponde lui.

Al centro della coperta c’è un buco che Brian chiama gloryhole. Mi passa una White Claw e collega il telefono a una cassa. Metto su Cody dei Joyce Manor, Manning Fireworks di MJ Lenderman, il primo album dei Ramones, Brat di Charli XCX. Mi ringrazia per essere venuta e io gli dico che con lui devo per forza fare cose spontanee, non posso essere la noiosa ventitreenne con cui esce.

Parliamo dei nostri lavori, degli appuntamenti più strani che abbiamo avuto, delle cose illegali che abbiamo fatto, di trasferirci in Europa. Gli dico che mi sento noiosa perché non mi sono mai tagliata né ho avuto un disturbo alimentare; raccolgo una conchiglia rotta e minaccio di tagliarmici i polsi. Brian dice che la sua ex moglie era bulimica e allora mi sento una stronza. Mi chiede se dovrebbe aver paura di leggere il mio libro e gli rispondo di sì, anche se non credo davvero che lo leggerà. Provo a baciarlo sul collo ma lui urla di non lasciargli un succhiotto. Non mi importa se ha 46 anni, tratto tutti i miei amanti allo stesso modo. Sorseggiamo White Claw, ci baciamo, lui fa pipì nell’oceano, io vado in bagno. A un certo punto, un bambino urla dietro alla madre, rompendo il nostro idillio. Scherzo dicendo che sto per urlare “papà” a squarciagola. La battuta gli è piaciuta, ride e mi stringe tra le braccia.

Alle cinque smontiamo tutto perché devo lavorare. Questa fantasia deve finire al più presto, ovviamente. Mentre torniamo alla macchina gli racconto del mio vecchio stalker. Per qualche ragione, la cosa lo eccita: il fatto che lui abbia ciò che altri desiderano disperatamente. Faccio una battuta sulla guida in stato di ebbrezza. Lui dice che in effetti è ubriaco. Io sono brilla e mi sento invincibile, come se la mia vita fosse appena cominciata. 

Alla stazione sbaglio parcheggio e finisco nell’area dei taxi. Mentre mi saluta con un bacio, i tassisti ci suonano e ci urlano contro, e la sensazione delle sue labbra indugiano a lungo sulle mie, nonostante tutto.

Immagine generata con Gemini AI