CORSICO MON AMOUR
Quando dico che devo andare a Corsico il tassista rimane un attimo in silenzio. «Via Corsico?» chiede, «la traversa di via Vigevano?» Io rispondo: «Magari» e lui si volta appena, la giacca di pelle che sfrega contro il sedile. «Come?» vorrei dirgli che una casa in via Vigevano non potrò permettermela nemmeno fra vent’anni, che tra via Vigevano e casa mia ci sono solo sette chilometri, ma che dopo una certa ora rientrare con i mezzi pubblici è un’odissea, che detesto spendere 36 euro per fare sette chilometri in taxi forse più di quanto detesti i mezzi pubblici interurbani, che tanto diventerà inaccessibile pure Corsico perché ci apriranno uno spazio o una casa per studenti internazionali di qualche università privata per cui Milano è il più economico dei sogni. Chiara mi ha detto che da quando sono tornata a vivere a Milano parlo solo di soldi, che sono noiosa, «una serpe», che non è educato, parlare di soldi, che «le persone potrei metterle a disagio»,. Come se mi importasse qualcosa del disagio che i ricchi provano per il fatto di essere ricchi. Rimango zitta. È vero che parlo sempre di soldi, che sono una serpe, una serpe noiosa, e quindi rispondo al tassista «no,» che «abito a Corsico» e lui sbuffa. Dice: «Mi fai andare fin là?!» e io ribatto «dai, sono solo sette chilometri». Lui fa una risata, ne faccio una anch’io. Mi fanno male i piedi perché a Garibaldi ho preso l’uscita sbagliata e ho camminato venti minuti con i tacchi sull’asfalto rotto del cavalcavia. A diciassette anni, camminare con i tacchi a Milano sembrava più facile. Il tassista mi chiede che ho fatto stasera. Gli rispondo che «ho ascoltato jazz dal vivo», il che suona molto pretenzioso. Dirlo mi fa sentire cretina e felice insieme. Gli dico che il locale era pieno di gente e che ho bevuto un martini, che amo la vodka ghiacciata e bere la salamoia delle olive sottaceto direttamente dal barattolo, ma non la vodka ghiacciata e la salamoia delle olive sottaceto mescolate insieme, il che è strano. Lui fa: «È mica il drink di 007, il martini?» e poi mi chiede se non è che il problema è il Vermouth. «Magari non ti piace il Vermouth». Del martini ho postato una foto su Twitter. Chiara ha detto qualcosa tipo: «Ma come?! Hai passato mezz’ora a dire che ti faceva cagare. Che fake. E poi, chi cazzo lo usa Twitter?!». Il tassista dice che forse era il barman che non era capace di farlo, il martini, e io sbadiglio. Mi chiede se ho sonno e io rispondo di sì, che per fortuna domani è sabato. Gli dico anche di non seguire il navigatore perché è pieno di sensi unici e stop, di andare dritto e girare a sinistra al prossimo semaforo, quello prima del benzinaio e lui fa sì con la testa. Il Naviglio è tutto sfocato perché ho messo gli occhiali di cinque anni fa. Sono più belli, con la montatura spessa, ma è come stare sott’acqua. Col tassista parliamo di Sanremo – lui spera vinca Giorgia, che è la cantante preferita di sua moglie – di miopia, di jazz – «che due coglioni», dice – e di quanto costa vivere a Milano, dei biglietti dell’ATM che sono saliti a 2 euro e 20, ma solo perché il discorso lo comincia lui.
Conclude un monologo sugli affitti dicendo: «Che poi anche un mutuo… Bella inculata. Indebitato per trent’anni». Dico qualcosa tipo: «Eh, già» e poi rimaniamo un istante in silenzio ad ascoltare Mahmood finché non mi chiede se non ho paura, a vivere in un posto come Corsico. Faccio per dirgli che a me piace tantissimo, che nelle mattine d’autunno è il mio posto preferito, che dovrebbe venirci una domenica a fare colazione, ma parla prima lui. «È piena di stranieri,» dice. E io sono una ragazza giovane. Una ragazza «bella».
Gli dico che degli uomini quando giro da sola ho paura a prescindere che siano stranieri o meno, che un po’ mi dispiace che mi abbia fatto una domanda così perché mi stava simpatico. Lui sbuffa, io sbadiglio. Ascoltiamo la radio in silenzio perché stanno parlando di Sanremo. Al terzo stop dice: «ma dove cazzo abiti?!» e io gli dico che gliel’avevo detto, di non seguire il navigatore. Lui sorride nello specchietto e sotto casa mi allunga il suo biglietto da visita. Dice che ce l’hanno pochissime persone, che se mai avrò bisogno posso chiamarlo e ci pensa lui a portarmi a Corsico, anche se poi deve tornarsene a Lampugnano. Tranne durante la settimana della moda. «Durante la settimana della moda non chiamarmi» dice, poi mi guarda entrare in casa e ci salutiamo con la mano.
Marco aveva detto che mi avrebbe aspettato sveglio e invece sta già dormendo. Russa sul divano con le braccia conserte, seduto e imbronciato. Sembra un papà. Nel lavandino ci sono i piatti sporchi di ieri. Sul tavolo, i fiori che mi ha regalato e il suo mazzo di chiavi. Mi sdraio su di lui con ancora addosso le scarpe e lui mi posa una mano sulla testa. Ha l’odore buono e caldo di quando dorme da un po'. Il soggiorno è pieno di scatoloni e sacchetti e borse. La libreria è vuota. Nella mia testa, tra dieci anni staremo ancora vivendo qui.
Marco mi respira nei capelli. Mi chiede com’è andata la serata e io gli rispondo che è andata bene, che il martini non mi piace. La vicina guarda la televisione a volume alto, fuori suona un antifurto. Ci laviamo i denti guardandoci in silenzio nello specchio e a letto mi addormento accarezzandogli la schiena. Cosa sogno, non me lo ricordo. Ci alziamo tardi e facciamo colazione in piazza, al sole. Anche se è mezzogiorno e mezzo. I vecchi leggono il giornale seduti sulle panchine e sul bordo della fontana e nei bar, i bambini giocano sui gonfiabili, gridano. Marco dice che vorrebbe un cane e poi mi chiede ancora di ieri sera, dice che ha voglia di ascoltarmi, così gli racconto della band che suonava Be my baby e dello stronzo coi baffi che ha cominciato a dire: «ma… credevo fosse una serata jazz», l’espressione altezzosa. Gli racconto delle ragazze americane che sono salite sul tavolo a ballare, delle loro gonne di paillettes. Gli racconto del tassista, del suo biglietto da visita. Lui mi ascolta con gli occhi socchiusi, il sole in faccia. Con una mano mi accarezza il ginocchio. Gli dico che sul tavolo ci siamo salite anche noi, che non ci avevo mai ballato, su un tavolo. Che dopo un po’ sono scesa e ho guardato Chiara e Ludovica ballare perché avevo voglia di rimanere «fuori dall’inquadratura» e lui annuisce serio come se non avessi appena detto una minchiata.
Mi chiede se Milano mi mancherà come se fossi io quella che se ne sta andando e io gli rispondo che Milano è come una promessa non mantenuta, che mi sembra un’amante che non mi vuole e quindi perché dovrei volerla io?
Lui ride. Dice: «che melodrammatica». Dice anche che gli sembra un modo «molto passivo» di vivere il desiderio, quello del: “se X non mi vuole allora io non voglio X”. Io gli rispondo che il desiderio non c’entra niente e lui ribatte che il desiderio c’entra sempre, che il cinismo non mi si addice, e allora ripenso a Chiara che sulle note di I’d rather go blind dice «Da quando sei tornata a vivere a Milano parli solo di soldi» e poi torna a bere il suo negroni, al mio sentirmi noiosa. A Marco racconto che l’abbiamo ballata come un lento, la canzone. Abbracciate sul tavolo, mentre Ludovica flirtava con il barman. Che abbiamo brindato alla sua nuova casa, al mio lasciare casa. Alle sue nuove responsabilità – infinite, soffocanti, necessarie – ai prossimi trent’anni, ai divani nuovi e alle camerette d’infanzia, ai mutui e ai depositi cauzionali restituiti a metà. Marco mi chiede se lasciare casa mi fa sentire libera e io gli rispondo «non proprio», che forse mi fa sentire solo «svincolata», che non mi sembra esattamente l’equivalente di «libera». Dico: «Forse la libertà è uno stato mentale» e lui dice: «La libertà è un dato di fatto». Rimaniamo in silenzio, poi gli racconto del brindisi per l’ottantesimo di una delle pensionate del tavolo accanto – capelli melanzana, due divorzi e due infarti, ombretto azzurro – del bacio di Ludo con il barman, dello champagne scadente e delle luci fluorescenti nel bagno, di tutte le foto che ci siamo fatte allo specchio e di quant’è stato bello tornare a casa dopo una serata così, sentire la musica spagnola di quelli del pianoterra ancora svegli a fumare, intravedere la partita di carte notturna e silenziosa al bar dei cinesi vicino alla biblioteca. Marco mi guarda, mi chiede se sono felice. Gli rispondo di sì. Dovevamo sbrinare il freezer, e invece passiamo il pomeriggio a letto. Ascoltiamo la musica, facciamo sesso, finiamo due sacchetti di popcorn. Marco prova a farmi piacere Bolaño, io gli leggo le carte. Iniziamo una serie tv, lui si addormenta. Ceniamo con un kebab di fronte al Naviglio e poi entriamo in un bar semivuoto. C’è una serata karaoke, ma non canta nessuno. Dalla parete, la scritta al neon AMORE illumina la stanza buia di fucsia. Beviamo due long island ascoltando la base di Se telefonando. La barista messaggia appoggiata al bancone, due anziani giocano a briscola, ridono. Sui tavoli ci sono dei fiori rossi di plastica, qualche giornale vecchio. Marco canta, sbaglia tutte le parole. Dico «che romantico, questo posto» e lui dice che era sicuro che l’avrei detto, perché è un posto un po’ squallido. Nel bar entrano tre ragazze e la barista corre ad abbracciarle. Ordiniamo un secondo giro di long island, ma la barista si mette a cantare Mina con le sue amiche e ai long island non ci pensa più. Rimaniamo seduti a parlarci all’orecchio e masticare ghiaccio finché il bar non chiude, poi camminiamo lungo il Naviglio fino al parco. Domani c’è una serata con dj set che si chiama Amnesia Urbana. Marco mi guarda con un mezzo sorriso. Mi fa: «non dici niente?» e io alzo le spalle. «Che cazzo ti devo dire.» Sotto un tendone bianco, uomini e donne con camice a quadri e cappelli da cowboy stanno provando una coreografia country, le mani sui fianchi. La serata country la fanno domenica sera. Rimaniamo a guardarli dall’alto, i ballerini, appoggiati sul cornicione del ponte. Sembrano aver tutti superato i cinquanta e sono concentratissimi, felici. Le luci sono arancioni e fucsia e blu elettrico. Balliamo anche noi, scoordinati, brilli e assonnati.
Immagine generata con AI generativa di Adobe Photoshop
“dipinto ad olio che ritrae una zona periferica di Milano in una mattinata soleggiata di autunno”