Cattivo

I.

Ti svegli sul pavimento. Non è il pavimento di casa tua. 

Quello è linoleum e questo invece è marmo e tu ci stai incollato con la guancia destra su una macchia che speri sia bourbon. Dalle tende aperte vedi le luci capovolte di grattacieli. Potrebbe essere un’ora qualunque della notte ma da lì non hai nessun modo di saperlo e in realtà non è questo il problema.

Il problema è la porta.

La porta è aperta. Non socchiusa — spalancata sul corridoio, e dal corridoio riesci a sentire il tintinnare lontano di un carrello del room service e nient’altro.

Ti alzi con fatica e ti appoggi al divano. Non è bourbon purtroppo, è il residuo liquefatto di una cena a base di manzo. Il minibar è vuoto. Ti giri. Bubbles lo scimpanzé è seduto sul davanzale della finestra del sedicesimo piano. Lo sguardo è perso sulla fila di taxi là sotto e sembra non abbia alcuna intenzione di girarsi verso di te e guardarti.

 

II.

Trentasei ore prima il manager ti ha fermato nel parcheggio con l’aria di uno che sta per chiederti un favore di quelli grossi. È lui il coordinatore di quella serie di concerti. È lui che deve risolvere i problemi prima che diventino problemi. Ed è ancora lui che ha pagato il tuo stipendio ogni mese negli ultimi tre anni.
«Mi serve che tu sia lì solo per sei ore» ti dice «Lo staff dell’artista parte per l’arena dell’evento alle cinque, conta di rientrare in hotel al più tardi per l’una. Tu stai nella suite, ordini quello che vuoi dal room service, guardi la televisione. L’unica cosa è che Bubbles non deve assolutamente sfiorare una goccia di alcol.»

Il manager si sta rivolgendo a te col tuo nome di battesimo quindi sai che si tratta di una questione importante. Ha avuto dei problemi, dice. Problemi seri. È stato in clinica per disintossicarsi due volte e la seconda volta è stata brutta e Michael ne era rimasto molto turbato ed è l'ultima cosa di cui hanno bisogno in quello stramaledetto tour che si sta rivelando una infinita sequela di imprevisti e stronzate assortite.

Annuisci.

Ti mette in mano una chiave e si allontana ma prima di girare l’angolo si ricorda di qualcosa, si volta e te la dice: «Non bere con lui.»

III.

Alle cinque e dodici sei in suite. Bubbles è sul divano e guarda l’hockey in televisione. Ogni tanto con la coda dell’occhio studia il tuo profilo. 

Indossa una tuta di acetato viola della Adidas che lo fa sembrare un impresario sportivo in pensione. Alle cinque e quaranta ordini una bistecca e una Coca-Cola.

Lo sguardo di Bubbles continua a indugiare sul minibar. Riesci quasi a sentire lo schiocco delle sue fauci mentre pregusta la dolce dolce schiuma di quella prima Budweiser fredda gelata.

Gli fai ampi cenni che no, non è il caso.

Si volta dall’altra parte ma si capisce che sta sanguinando dentro.
Alle sei e ventidue fai la cosa che il manager ti ha detto di non fare.

Sei andato in bagno quando ti era sembrato che Bubbles si fosse assopito. Invece al tuo ritorno ha già aperto il minibar e ha in mano due bottigliette di Jack Daniel’s e sul muso quel sorriso esagerato e infantile che hanno tutti i primati quando sono davvero contenti. È felice in maniera tanto pura e violenta che ti sei fatto travolgere, risucchiare dall’entusiasmo di quei canini bianchi e di quelle pupille nerissime. Le ultime parole che ricordi di aver pensato: sono solo due bottigliette.

 

IV.

Sei in piedi nel bagno e ti sciacqui la faccia.

Bubbles è sceso dal davanzale. È seduto sul pavimento vicino al letto e davanti a lui c’è una custodia di plastica nera. Una custodia che evidentemente conteneva un nastro, vuota.

La raccogli. Sul retro, scritti a biro, ci sono dei titoli. Potrebbero essere titoli di canzoni. Nomi provvisori, forse, o idee.

Hot Fever
Chicago 1945
Who’s Bad
Song Groove

Ti volti verso Bubbles. 
«Cos’è successo?» 
Silenzio. 
«Mi dici, per favore, cosa è successo?» 
Ancora niente. 
«BUBBLES COSA DIAVOLO È SUCCESSO?»

Bubbles ti guarda. Poi appoggia la punta delle dita della mano destra sulle labbra e muove la mano lontano dal viso con il palmo rivolto verso il basso. È come se si stesse togliendo qualcosa di sgradevole dalla bocca e lo stesse gettando via. Non conosci il linguaggio dei segni. Se lo conoscessi, sapresti che Bubbles ha appena ammesso di essere stato cattivo.

V.

In una stanza al settimo piano di un lussuoso hotel, quella stessa notte, il principe non dorme e non è solo. Russell sfoglia un manuale di scacchi con una lente ad alto ingrandimento. Harold mette a punto un’antenna direttiva per ricetrasmettitore, mentre la croce a otto punte che porta al collo batte di tanto in tanto contro il banco. 

Ingo fuma e lavora a una tela surrealista in cui si intuiscono sagome di oranghi, gorilla e gibboni. Ciò che li accomuna è l’ossessione per le sfide della mente e i primati assoluti.
Sul tavolo c’è un registratore con dentro un nastro.

Il principe preme play e la musica invade la stanza. Solo allora si rilassa dentro il completo viola e chiude gli occhi.

VI.

È il 1987 e sei in auto con la radio accesa. Non stai davvero ascoltando la musica, finché attacca un brano. Il basso è potente. La voce incisiva. Le onde corte trasmettono una sfida.

♪ you know I’m bad, I’m bad (really really bad)  ♫

Le mani sul volante ti riportano a un gesto che hai visto fare una volta sola in una stanza di hotel nell’estate del 1984. Dita alle labbra. Palmo verso il basso. Ti piomba addosso il ricordo di una custodia vuota che hai lanciato dalla finestra del sedicesimo piano e una disperata fuga nella notte col tasso alcolemico fuori controllo. Controlli nel retrovisore che nessuno ti segua. Stai sudando.

Esiste davvero una polaroid di te e Bubbles abbracciati con l’espressione devastata e allegra che accomuna tutti gli ubriachi del mondo o te la sei solo sognata? 

Senti un colpo sordo provenire dal bagagliaio. Certe cose non scompaiono mai del tutto: trovano solo un posto diverso dove nascondersi e aspettare.

Immagine generata con Gemini AI