Blessed
«Quello che è successo quella notte se lo ricorda bene Ousmane», attacca Johannes, «ma adesso lui non ci può sentire, direi». Getto uno sguardo al tavolino di fronte all’ingresso della dancehall e capisco il riferimento al volo. Infastidito dalla selezione del dj, anche stasera Ousmane ha deciso di calarsi i cuffioni sulle orecchie e gestire da sé il proprio intrattenimento musicale.
«Che grande. Ousmane è stato il primo a consigliarmi di accompagnare le canne col prosecco», dico io per commentare il quadretto. Johannes si smorfia in un sorriso obliquo. Riprende subito a fissare la fiamma del falò che esce dalla ferraglia e con intenzione prosegue: «Quella notte è stato proprio Ousmane ad avvertirci, Paso. Ti giuro che non l’avevo mai visto cagarsi addosso a quel modo. Anche perché, lo vedi, Ousmane è sempre fatto. È un tipo molto timido, in realtà. Gli altri dicono che fuma così per trovare il coraggio di uscire di casa la mattina». Questa volta sono io a non rispondere. È arrivato il momento di far girare la canna. Nel momento in cui la cedo, però, noto che nelle pupille dilatate di Johannes balla il riflesso della scintilla che crepita nel falò. È la stessa scintilla che gli ho visto brillare negli occhi altre volte. Poco prima della partenza delle manifestazioni, ad esempio. Avete presente il momento in cui si cazzeggia fusi persi alla testa del corteo? Quella fase in cui si cerca di trarre dalla musica della camionetta la forza che serve a spaccare tutto? Io e Johannes ci siamo conosciuti così. Ricordo di essermelo trovato a ballare sotto il soundsystem, un bel giorno, con la fotta a duemila:
Abbiamo avuto il piombo, il fango ed ogni giorno / Abbiamo avuto il piombo, il fango ed ogni giorno / (sì, sì, sì, sì) La dose quotidiana di merda che ci cade addosso!
Ora ricordo: le prime cose che ci siamo detti sono state proprio le barre di Piombo & Fango, che entrambi sapevamo a memoria. Come entrambi sapevamo bene – manco a dirlo – che quando è il momento è il momento, e non resta che colpire.
«Certo, che a un poveraccio come lui non venga voglia di uscire di casa, è una cosa che posso anche arrivare a capire», va avanti Johannes, «se però condividi la camera con altri cinque stronzi e fai il pusher la cosa può diventare un limite, non trovi?». Lì per lì annuisco ridacchiando, aspetto di vedere se l’aneddoto riprende. Nell’aria, intanto, si sente odore di pioggia; nel cielo, rumore di tuoni in lontananza.
«La notte della jam, comunque, Ousmane girava in zona col suo cazzo di monopattino, quello che gli ha regalato Papìs. Smazzava la roba a fighetti del centro, niente di che. Noi, nel frattempo, ci eravamo già trovati in Largo Giulio intorno alle dieci per mangiare il pesce che aveva cucinato mio fratello. Ed era pure una bella serata. Era davvero una bella serata prima che arrivassero quelle merde, Paso. Il gruppo dei nigeriani più grandi aveva addirittura portato qualche tamburo alle panche, e anche Papìs si era dato da fare: aveva montato una bella cassa per mettere su un po’ di reggae. Una cassa alta così, figurati. Una cazzata».
Non becco Johannes al Jigeenyi da poco più di un mese, ma ora che lo guardo emettere il fumo della ganja dalle narici mi sembra di osservare qualcosa di diverso nel suo profilo. Si percepisce che la faccenda dei lavori socialmente utili l’ha cambiato. Non mi riferisco solo al fatto che il dilatatore al lobo destro ha lasciato il posto ad un orecchino più educato. Man mano che il suo volto emerge dalle volute di fumo verde mi accorgo che le occhiaie che lo segnano si sono fatte più pesanti. Da sempre quelle occhiaie rendono trasparente la sproporzione innaturale che c’è tra il suo aspetto esteriore e la sua età interiore, in qualche modo consacrandola. Adesso, però, mi pare di sapere che la sproporzione del suo sguardo rimarrà definitiva, che lui non potrà dimenticarsi in alcun modo di quella cazzo di jam. Che potrà solamente procedere in avanti.
La coppia di piercing alle sopracciglia non basterà più a mitigarla, quest’impressione. Come ad Ousmane, anche a Johannes non rimane che fumare l’erba della giovinezza per continuare ad avere il coraggio di uscire allo scoperto. Forse è per questo motivo che il fuoco del falò di fronte al quale stiamo fumando conferisce ad entrambi un plus di cazzimma. Può darsi che mi sbagli, può darsi che a fottermi sia solamente l’effetto del THC che piano piano sta salendo, ma davvero mi sembra che io e Johannes ci stiamo parlando per davvero, questa sera.
«Quindi vi hanno fatto dei problemi per la musica delle casse?», lo incalzo.
«Diciamo che è partita così, bro. Ousmane arriva di corsa in Largo Giulio, scende dal monopattino e corre da Papìs. Gli dice che la pattuglia degli sbirri sta per svoltare. All’inizio non si prende male nessuno, ti dirò. Perché, perlomeno in Barriera, i poliziotti che girano sono sempre gli stessi. Per farti capire: è gente che conosciamo. É gente che spesso viene apposta per fumarsi qualche canna coi nigeriani. Il problema, però, è che questi non li aveva mai visti nessuno. Anzi, si è poi capito che li aveva mandati direttamente la questura. Fatto sta che Papìs molla tutto e gli va incontro per fare lo sciallone. Chi state cercando, qua è tutto tranquillo, è solo il compleanno di uno dei ragazzi. Prima cosa abbassiamo e poi, tra non molto, tra poco più di un’oretta, spegniamo tutto. Capito? Minchiate di questo genere». È venuto il mio turno di fumare. Sto già stonato il giusto e prendo comunque a guardare l’oggetto con insistenza. Anche Johannes è più di là che di qua, ma il messaggio gli arriva. Nel momento del passaggio di mano, però, la bomba cade per terra. La raccolgo subito, in modo da salvarla. Faccio in un baleno, ma ho comunque tempo di intravvedere per terra il titolo di uno stralcio di giornale dedicato ai problemi della siccità estiva. Non vi sto a dire che risata mi sono fatto quando, appena dopo aver tirato su la canna, ho sentito rimbombare il rumore di un altro tuono nel cielo. A Torino non piove e stasera le risolvo tutte io, mi son detto. Afferro un pezzo di bancale dalla pila della legna e lo getto nel falò. Incrocio lo sguardo di Ousmane, che interrompe la sua serata al tavolino per indirizzarmi un cenno di ringraziamento fin troppo cordiale. Lo vedo più felice del solito, si starà facendo un dj-set memorabile.
Ma Johannes non pare disposto a compiacere la nostra ilarità drogata: «Sai cos’è che mi ha fatto più incazzare, Paso? Non è tanto che Papìs abbia fatto la figura del coglione o che ci abbiano staccato le casse di netto. Sono robe da regolamento, queste. Quello che mi ha letteralmente mandato fuori è stato veder trattare di merda la madre di Papìs che aveva invitato gli sbirri a mangiare un po’ del pesce che era avanzato. Perché a me va bene tutto. Tu di mestiere fai il poliziotto e noi i pusher che fanno bordello. Ti mandano dalla questura a far finire la festa? Mi va benissimo che tu arrivi e stacchi le casse. Ma fare il grosso con una che ha cresciuto quattro figli da sola non è una cosa da poliziotti. È veramente una cosa da sbirri. Da sbirri di merda. Paso, questi si sono messi a tirare fuori i teaser perché la madre di Papìs aveva preso i coltelli dal sacco delle posate, renditi conto. È a quel punto che sono arrivati i capi dei nigeriani e la situazione si è fatta tesa. È lì che mi è scattato qualcosa, che mi sono sentito che quella notte avrei fatto una cazzata di qualche tipo. Me lo sono sentito dentro, capisci?». Per un attimo, il racconto si sospende. Sentiamo delle grida arrivare dalla sala in cui c’è la musica. Ci rassicura il ciccione del Pam, un tipo sudamericano che fa il cassiere. Durante le serate, gli ho visto far fare alle tipe cose che, credetemi, sarebbe riduttivo definire folli. Lo vediamo uscire dalla dancehall con un sorriso così, tenendosi a braccetto con due cinquantenni italiane dall’aria spenta. Il ciccione va poi a sedersi al tavolo di Ousmane, non si capisce se per fargli un favore o per provocare. Johannes prosegue: «I capi dei nigeriani, figurati, sono riusciti a riportare la calma quasi subito. Io però ero ancora incazzato. E non ero l’unico: non appena le volanti hanno fatto dietrofront, quelli che avevano portato i tamburi hanno ripreso a spingere. Non hai idea del casino. Hanno attaccato a suonare ritmi di guerra dei Bobo Ashanti, roba che poi ti faccio ascoltare. I più grandi, così, hanno iniziato a ballare, e poco dopo si sono aggiunti pure i capi, che a quel punto si sono fermati lì nella piazzetta insieme a noi. Sembrava uno di quei riti che facevamo nei villaggi quand’ero piccolo, sai? Sul serio, il sound era vecchio stile. Ma a me, comunque, la musica non bastava. Te l’ho detto, Paso, continuavo a sentirmi qualcosa dentro. Quand’è il momento è il momento, ricordi?».
«Quand’è il momento è il momento, e non resta che colpire», faccio io a memoria.
«Esatto. Allora sai cosa ho fatto? Ho ciulato il monopattino di Ousmane e sono andato a cercarli, quegli stronzi. Con la madre di Papìs che mi urlava dietro come una pazza. Ci ho messo un attimo per trovarli, non li ho mica sgamati subito. Perché sbirri come quelli non stanno mai fermi con la pattuglia. Era già un miracolo che prima avessero avuto le palle di scendere dall’auto in Largo Giulio. In ogni caso, giro e rigiro fino a che all’incrocio di via Baltea non li becco. Li vedo arrivare su Corso Palermo dall’altro lato del controviale. Quindi prendo il monopattino ed entro nella via in contromano, per trovarmeli bene di fronte. Così, senza pensarci. E nel momento in cui a metà della via ci incrociamo, lo faccio: carico la saliva nella bocca e lascio uno scracio di due metri sul parabrezza della prima volante».
Dal cielo viene il rumore di un terzo tuono. Per un attimo, io e Johannes restiamo a guardare il fuoco del falò incantati.
«Questi erano quattro contro uno e sono scesi subito, Paso. Non hanno nemmeno cercato un pretesto per iniziare a darmele. E dopo trenta secondi io già non ci capivo più un cazzo. Mi ricordo solo due cose: Che in quel momento potevo ancora sentire il rumore dei tamburi che veniva dalla piazzetta e che sul muro opposto a quello in cui mi stavano pestando c’era il graffito di Thomas Sankara che ti ho mandato su instagram».
«Quindi è per questo motivo che ti hanno dato i lavori socialmente utili, perché gli hai sputato sul parabrezza?»
«Sul verbale questo non c’è scritto, ovviamente. Si sono inventati che avevo un botto di erba nello zaino. Ma il vero motivo è lo sputo, sì. Si può essere così figli di puttana, secondo te? È passato più un mese e Papìs, come tutti, è ancora sconvolto. Semplicemente non ci crede. Il problema comunque è l’Italia, Paso. In Francia, tipo, queste cose non succedono. Gli africani sono lì da talmente tanto tempo che i francesi, almeno, hanno smesso di trattarci come delle bestie. È per questo che, finiti questi due mesi al Jigeniy, ad agosto me ne vado a fare la stagione ad Arles. Sì, mi pare che sia vicino ad Arles. Ho trovato una bella situazione: raccolgo pesche in cascina per quattro settimane. Inizio ad impararmi la lingua e, intanto, mi pagano pure».
La canna mi si è spenta in mano già da un pezzo:
«Be’, ma tanto in Francia ci vieni pure tu, no? Non dovevi andarci per qualche mese, per il tuo dottorando?».
L’idea di correggere il termine non mi passa nemmeno per la testa. Non ne ho il tempo. Io e Johannes torniamo a sentire delle grida dallo stanzone della dancehall. Sovrastano nettamente i bassi della canzone di Buju Banton, questa volta. Questa volta il ciccione del Pam spiega a tutti che dei tizi che erano andati in bagno a pippare avevano pensato bene di spaccare il lavandino. L’unico che non fa una piega è Ousmane. Poco prima che ci cacciassero definitivamente dal locale, infatti, l’ho visto alzarsi dal tavolino tipo al rallentatore. L’ho poi visto avvicinarsi con calma al falò e sputare per terra un po’ di prosecco. L’ultima cosa che posso dirvi, di lui è che ricordo di avergli sentito pronunciare queste poche parole rivolto al fuoco che saliva dalla lamiera: «Dem a pass thru di valley of desolation and mek it a fount; di rain too a go give dem blessings». Subito dopo, ricordo solamente di aver sentito cadere sulla mia pelle le prime gocce di pioggia del temporale. Le prime gocce di una pioggia davvero benedetta. Le prime gocce di una pioggia ‘benedetta’ come benedetto era e sarà per sempre lo sputo di Johannes. Lo sputo del giovane leone d’Etiopia sempre pronto a colpire. Lo sputo del mio eterno gemello francese. Bless up, mi bredren.
Immagine generata con Gemini AI