Blackout
Da bambino adoravo l’estate. Si gioca facile, perché le mie estati sono state piene di immagini banali, identiche a qualsiasi bambino medio borghese di fine secolo. Le solite cose: non si andava a scuola, si passavano interi pomeriggi a costruire castelli storti in riva al mare, ogni sera cena con la pasta di nonna e gelato sul lungomare. Settimane lente al fresco della Riviera di Ponente, cosparse di crema solare mista a sabbia e ricche di amichetti di cui ora non so più nemmeno il nome.
Oggi, vent’anni dopo, le mie giornate si ripetono sempre uguali a se stesse, e non ne serbo alcun ricordo preciso. Rimango imprigionato in un ufficio con l’aria condizionata fissa a venti gradi, quando esco l’asfalto pulsa e rilascia un calore asfissiante, la sera bruco insalate scondite preparate da Elisa. Ieri sera avrà guardato venti volte di fila il nuovo reel del mercoledì della solita fit influencer, in cui viene promosso ogni settimana un piatto a prova di prova costume.
Ripete ingredienti sconosciuti dai nomi anglofoni a una velocità spropositata, quindi si finisce a guardare il video in loop per cercare di appuntarsi cosa acquistare al supermercato. E no, gli ingredienti non sono inseriti in una lista in descrizione, sarebbe troppo scontato e sicuramente ridurrebbe il numero delle views.
“Ehi ragazze!
Novità meal prep: insalata PERFETTA per le vostre cene estive. Quick and dirty, pronte, ecco gli ingredienti”.
Mi risuona ancora nella testa l’attacco della clip mentre apro la porta dell’ufficio a fine giornata, pronto a fiondarmi al supermercato per recuperare gli ingredienti della fantomatica insalata. Perchè mangiare una classica caprese con tonno quando puoi azzardare una sedano-mela-rucola-feta-cipolladitropea condita con manciate di semi diversi, provenienti dall’altra parte del mondo?
Faccio due passi sul marciapiede e i miei pensieri si sciolgono: l’ondata di calore arriva da tutte le parti in contemporanea, inizio a boccheggiare mentre cerco di farmi aria con le mani. Non posso usare un ventaglio, poco mascolino, e nemmeno quei mini ventilatori portatili, con il manico, che vendono nei negozietti vicino alla stazione, sempre troppo poco mascolini. All’inizio i mini ventilatori, comparsi ovunque all’inizio di giugno, sembravano solo l’ultimo trend scadente, destinato a rompersi dopo pochi utilizzi. Poi, nel dehor del bar della pausa pranzo, Giulia dell’ufficio legale me l’ha puntato in faccia: una boccata d’aria fresca dritta sul naso quando tutto intorno pareva ancora di stare in un documentario con i Tuareg del Sahara. Però, sempre una negazione della virilità, soprattutto perché i mini ventilatori esistono solo di variazioni color pastello: decisamente troppo audaci. Ho solo un cappellino con la visiera a difendermi dal sole mentre arranco sul marciapiede verso il supermercato.
Sono già imperlato di sudore: sento una goccia, la prima di una lunga serie, scorrere inesorabile dall’incavo nel mezzo della schiena fino all’elastico dei pantaloni.
Se non altro, le sessioni serrate in palestra e la dieta erbivora inflitta da Elisa hanno portato a risultati molto evidenti. Le magliette sono quasi tutte strette, le camicie slim per l’ufficio attirano le occhiate sottobanco delle mie vicine di scrivania. Una magra consolazione dopo aver passato la primavera a fare ripetute scorpacciate di verdura al vapore, riso in bianco e proteine magre sotto forma di indifesi volatili, oppure, nei casi peggiori, di tofu affumicato.
In lontananza scorgo finalmente il supermercato, un miraggio nella desolazione dell’ennesimo giugno più caldo degli ultimi centocinquant’anni. All’entrata mi investe una corrente d’aria fredda che mi provoca brividi di piacere mentre mi dirigo verso i cestini. A quest’ora incontro spesso le stesse facce: l’anziano tornato a prendere un po’ di fresco con la scusa di aver dimenticato il latte; la mamma con in mano, nell’ordine: la sua borsa, la mano della sua bambina, il carrello, lo zainetto della bambina, il telefono. Sembra abbia varie coppie di braccia, come una dea indù. E poi ci sono quelli come me, gli esodati dall’ufficio, che si guardano intorno con gli occhi liquidi e che finiranno per comprare gli ingredienti per mettere insieme una rapida piadina, gustosa e ipercalorica.
Io invece devo rimanere concentrato per limitarmi ad acquistare gli ingredienti per l’insalata PERFETTA per l’estate senza sgarri lungo le corsie del supermercato. Forse però posso integrarla con un po’ di bresaola, credo che rientri tra gli alimenti permessi dalla fit influencer di Elisa.
Ho appena staccato il numero per la gastronomia quando le luci si spengono. Parte qualche antifurto in lontananza. La musica di sottofondo si interrompe, così come i neon dei frigoriferi. Nel supermercato cala un silenzio inaspettato. La commessa della gastronomia rimane a bocca aperta, con in mano la fetta di prosciutto mozzata: anche l’affettatrice ha smesso di funzionare. Aspetta che qualcuno la riavvii per continuare a produrre sottili fogli di un triste suino salato. Maledetto blackout, sarà la terza volta questa settimana.
Attorno a me è quasi buio e i clienti si guardano confusi. Per fortuna le commesse sono abituate alle interruzioni di corrente, la polemica stagionale preferita dai giornali locali.
«Qualcuno vuole prodotti della gastronomia? Possiamo servirvi. Per gli affettati invece dovete aspettare che riparta la corrente. Vi avviso però, l’altro giorno ci è voluta un’ora» annuncia preparata una di loro.
«Se continua così, vi offriamo l’aperitivo! Roba ne abbiamo!»
La coda per la gastronomia perde il suo ordine, si sfaldano i ranghi. Gli anziani si muovono come insetti chiusi in una scatola, senza punti di riferimento; i giovani invece accendono subito le torce dei loro telefoni e sciamano verso le corsie buie, veri esploratori contemporanei.
Io acchiappo una cartina di bresaola preconfezionata dal frigo più vicino e torno indietro verso il settore della verdura. Incontro nuovamente la mamma, che ora tra le sue varie mani tiene anche il fazzoletto con cui cerca di consolare la sua bambina, disperata e moccolosa.
«Dai, Martina non ti preoccupare, non è niente»
«Così si sciolgono i gelati! Poi li devono buttare tutti!» Frigna la piccola, scansando con la mano il fazzoletto che la mamma le porge.
In effetti, chissà se il freezer dei gelati riuscirà a tenere il freddo. Sto prendendo le cipolle di Tropea, quando vengo preso da un’improvvisa voglia di Maxibon. Non so perché mi venga in mente proprio il Maxibon, forse per la consistenza ineguagliabile del biscotto. O per il suono che fa il cioccolato quando scrocchia sotto i denti del primo morso, quello PERFETTO.
Mollo le cipolle nella cassetta da cui le ho appena prese e mi dirigo verso il freezer dei gelati, a passo rapido, in trance.
Mi fermo davanti alla confezione blu di Maxibon classic: eccola lì, risplende sotto la torcia del mio telefono dietro la porta vetri del freezer. Ha la stessa estetica di quando facevo merenda da bambino al bar della spiaggia. Non so da quanti anni non ne mangio uno.
Apro la porta del freezer e prendo in mano una scatola di Maxibon. Guardo prima a destra e poi a sinistra, con il collo incassato nelle spalle. Non c’è nessuno nella corsia, è ancora buio. Rapido, mi tolgo lo zaino del lavoro dalla schiena e lo appoggio per terra. Apro la cerniera, infilo dentro la scatola dei gelati tra il portatile e il contenitore sporco del pranzo e richiudo la zip. Mi rimetto lo zaino in spalla. Sono sicuro di essere arrossito parecchio.
Non mi rendo conto di aver pagato la bresaola in contanti e di essere uscito dalla porta di servizio del supermercato finché l’ondata di calore non mi investe di nuovo.
Non ho comprato gli ingredienti per l’insalata, inventerò una scusa per Elisa. Darò la colpa al blackout.
Cammino veloce verso una panchina dall’altra parte della strada, all’inizio di un anonimo parchetto cittadino. La seduta è bollente nonostante sia all’ombra, ma ormai riesco a pensare solo ai Maxibon. Tiro fuori il pacchetto da sei gelati dallo zaino, le mie dita febbrili lo aprono al volo. Prendo in mano la confezione fredda di un gelato. Non mi fermo nemmeno a leggere quante calorie ha una porzione: strappo la confezione e lo addento a occhi chiusi.
È dolce, dolcissimo. Sa di estate 2003. Penso al libro dei compiti lasciato a metà per correre a guardare gli altri che giocano a Metal Slug 3; al CD di Hit Mania Dance rigato. Il sapore del cioccolato che si scioglie sulla lingua è spiccicato a quello del Maxibon che ho rubato quell’estate al bar della spiaggia, mentre Andrea faceva il palo. Chissà come se la cava Andrea, il mio amico del mare. Chissà se anche lui è imprigionato in un open space da cui non vede la finestra, se torna a casa da una ragazza triste. Trangugio un Maxibon dopo l’altro.
Apro l’ultimo della scatola e faccio un lungo sospiro quando capisco che è arrivata l’ora di tornare in Riviera. Potrei andarci in ferie, ad agosto. Senza Elisa però.
Immagine generata con Gemini AI