Il funerale dell'altro
Quando arriva l’inverno, le mie giornate si allungano. La solita routine: sveglia alle 6, pranzo alle 12, cena alle 19.30. Solo l’ora di coricarsi varia in base al nostro stato di salute, alla digestione, e può slittare un poco avanti se ci capita un buon film. Buio o luce, ora solare, ora legale, per noi non fa differenza: la nostra vita procede secondo un ritmo che se ne frega del sole e dell’ombra. Osservo il viavai di piccioni infreddoliti sulla ringhiera del balcone. Faccio zapping sui canali del digitale terrestre, lascio acceso Sportitalia mentre faccio altro, sfoglio una rivista o fumo una sigaretta affacciato alla finestra sul cortile. Mia moglie Lara sciabatta in giro per casa la mattina, per sistemare il grosso. Poi si siede con me a guardare la televisione, si addormenta e russa forte, tanto che mi tocca alzare il volume. Non le ho mai fatto mancare niente. Ogni tanto litighiamo, lei si agita per delle sciocchezze, lo ha sempre fatto. Ma il tempo ci ha unito. Gli inverni, soprattutto.
Certi giorni sono lastre di ghiaccio su cui basta un istante per spezzarsi l’osso del collo. Come un paio di settimane fa, quando ho comprato un quotidiano. Non lo facevo da tanto, detesto pagare lo stipendio dei giornalisti, con tutte le bugie che raccontano. Ho lasciato Lara tra i banchi del mercato e ho proseguito duecento metri più in là, fino all’angolo opposto della piazza, dove ricordavo che c’era l’edicola di un interista con cui giochiamo a sfotterci. È stata una sorpresa scoprire che il chiosco c’era ancora, anche se l’interista ovviamente era sparito – crepato o tornato giù, vai a sapere. Ho comprato una copia del giornale solo per fare finta che a spingermi fin lì non fosse stata la nostalgia per un vecchio interista ammuffito.
La strada era piena di bambini che uscivano da scuola e io facevo lo slalom per evitarli, leggendo mentre tornavo da Lara. A pochi passi dal mercato, mi sono inchiodato in mezzo al marciapiede e un bamboccio sul triciclo mi ha scansato per un pelo. Sono riuscito giusto ad aggrapparmi alla pensilina dell’autobus e a sedermi sulla panchina gelata, prima di tornare sulla notizia che mi aveva appena tirato sotto come un tir. Sudavo, malgrado il freddo. Quando sei vecchio puoi scoprire della morte di un amico in un riquadro bianco e nero, con il suo nome e poco altro, al fondo di un giornale comprato per caso.
Io e Flavio, a dire il vero, non eravamo mai stati amici. Ci eravamo conosciuti meno che trentenni durante una trasferta della Juventus a Napoli. Lui era di quelle parti e io — mi ero trasferito a Torino da poco — approfittavo della partita per scendere in Sicilia a trovare i miei e Lara, che ancora non mi aveva raggiunto. Ci eravamo seduti accanto sul pullman. Avevamo parlato della Fiat e dei torinesi, del freddo bastardo. E ovviamente della Juve. Era il ’76, se non sbaglio, e in campionato andavamo forte. Da allora, Flavio ed io ci eravamo incrociati spesso allo stadio o nei bar di Mirafiori. Non lo avevo più visto da quando ero in pensione e me ne stavo sepolto con mia moglie a Vanchiglietta.
Morto. Anzi ‘mancato’: È mancato all’affetto dei suoi cari FLAVIO MENECIMO di anni 75. Ne danno il triste annuncio la moglie, i figli e lo JUVENTUS CLUB ‘GAETANO SCIREA’. I funerali si terranno venerdì 2 febbraio alle 10.30 presso la parrocchia del quartiere. Qualcosa faceva sospettare che il necrologio fosse stato scritto dallo Juve Club, più che dai familiari. Ma ciò che mi colpiva era soprattutto la vaghezza di quell’indicazione — ‘la parrocchia del quartiere’. Sembrava fatta apposta per evitare che qualcuno partecipasse al funerale. Flavio era uno che non voleva gente tra le palle, al di fuori di pochi amici e dei colleghi di tifo.
Le parole asciutte con cui se ne andava dal mondo, il vago disprezzo che quelle righe sbattevano in faccia al lettore ficcanaso si trasformarono per me in un invito. Flavio non avrebbe voluto nessuno al suo funerale eccetto i rari compagni che lo avevano capito davvero. E io, con ogni evidenza, appartenevo a quella razza.
Così, venerdì 2 febbraio, alle 9.30 di mattina, ero pronto sulla porta di casa, con indosso l’unico completo che mi fosse mai servito, quello del mio matrimonio. Lara ne aveva allargato i pantaloni, un paio di buchi della cintura. Montai in macchina e mi diressi verso la chiesa di San Giovanni Bosco in via Sarpi. Parcheggiai in corso Tazzoli, per fare una passeggiata e dare un’occhiata in giro.
Quando eravamo operai, Mirafiori era il nostro regno. Attraversavo il quartiere per la prima volta da quasi dieci anni. Quel posto continuava a vivere senza di noi. Il bar vicino allo stabilimento, all’angolo di corso Agnelli, esisteva ancora, ma ora aveva un nome. Una volta non si chiamava in nessun modo: c’era solo l’insegna al neon ‘BAR’, appesa sopra l’ingresso, e dentro una cameriera culona che dopo qualche Barbera ci faceva sbavare tutti. Adesso si chiamava con un nome inglese, tipo Charlie’s, e fuori c’erano dei tavolini, sparpagliati tra i parcheggi, un tempo una distesa di lamiere. Un paio di marocchini se ne stavano lì seduti a far nulla con una bottiglia di Coca-Cola sul tavolo e l’aria minacciosa. Ai giardini, mamme invecchiate da poco inseguivano mocciosi inarrestabili. L’aria odorava di asfalto.
Se ne sentono tante sul diventare adulti, e vecchi, sul piacere che si prova nel vedere crescere ciò che hai seminato, la saggezza che ti arriva a un certo punto tra capo e collo insieme ai malanni dell’età. Sono cazzate: la vita è più forte di tutto, ti dicono, e forse è vero. Quello che non ti dicono è che in quel tutto ci stai dentro anche tu, che la vita è più forte di te. Che quando invecchi, tiri le cuoia e ti levi dai coglioni, la vita prosegue comunque tranquilla e pacifica, quella degli altri. Ebbi un moto di disprezzo verso i marocchini svogliati del bar e verso i mocciosi che correvano gridando. Scattò il verde e attraversai il corso.
Arrivai davanti alla chiesa appena in tempo per vedere entrare la bara e mettermi in coda agli altri. C’era tanta gente e io non riconoscevo nessuno. Del resto, chi dovevo incontrare? La moglie di Flavio non l’avevo mai vista, sapevo solo che era bionda perché lui se ne vantava sempre. Forse potevo imbattermi in qualcuno dei nostri compagni di reparto o in qualche faccia di merda del sindacato (quelli si sa che ti seguivano anche dopo morto). Ma nessuno mi ricordava niente, nulla mi faceva sentire tra i miei, neanche una sciarpa della Juve o un gagliardetto: l’unico che conoscevo era il morto. A un certo punto, in realtà, una specie di gagliardetto saltò fuori. Tra i banchi davanti, vicino alla bara, vidi lo stemma dell’ANPI sollevato da un vecchio baffuto col fazzoletto rosso al collo. E questo non mi tornava proprio. Primo: Flavio non aveva di certo fatto il partigiano. Secondo, e più importante: lui i rossi non li aveva mai potuti soffrire. Alcuni di loro ce l’avevano ancora stampato in fronte il ricordo delle nostre sassaiole. Mi guardai istintivamente intorno, turbato, con la fastidiosa impressione di essere circondato da intrusi. Tutta quella gente mi sembrava entrata senza permesso nel nostro momento, mio e del mio amico, per rubarci i ricordi, per riscriverli e inquinarli. Ero finito nel funerale sbagliato.
Il prete stava per attaccare con la predica e tutti si rimisero a sedere. Approfittai di quel breve intervallo per conquistare l’uscita. Tirai fuori il telefono fingendo di rispondere a una chiamata urgente. Il tempo per trovare il funerale di Flavio stava per scadere e io non avevo idea di dove andare. Mi accorsi di essere incazzato anche con lui: si fa così?, si muore senza dire niente a nessuno, senza lasciare uno straccio di indicazione? La strada era un bagno di sole, ma faceva freddo, freddissimo. Una vita intera non era bastata per abituarmi a quel gelo. Mi venne in mente che a pochi isolati c’era la chiesa di Gesù Redentore: forse era quella ‘la parrocchia del quartiere’ nella testa bacata di chi aveva scritto il necrologio? Mi affrettai, mentre negli occhi continuavano a scorrermi immagini di Flavio sbronzo al tavolo del bar, che urlava porcate alla cameriera culona. Il magone si era trasformato in nostalgia e in rimpianto per l’amico che avevo lasciato andare: dovevo raggiungerlo almeno ora, glielo dovevo. La strada davanti alla chiesa la attraversai col semaforo rosso. Sentii qualcuno bestemmiare alle mie spalle, mentre percorrevo i lastroni di pietra che mi separavano dall’ingresso. Un altro urlo lontano, assorbito dalla sirena di una volante.
Giunto davanti al Redentore feci un respiro profondo prima di entrare, pregai dentro di me di essere nel posto giusto. Trovai la chiesa zeppa di gente, in piedi, illuminata da una luce polverosa. Intonavano una cantilena lenta e piacevole, accogliente. Il freddo sembrava essere rimasto chiuso fuori. Ero un po’ frastornato, ma finalmente mi sentivo a casa. Avanzai nel corridoio centrale, tra nuvole di incenso e fiori. Le due ali di banchi continuavano a cantare. Buttai un occhio alle prime file e, tra i familiari, vidi una testa bionda: doveva essere lei, la moglie di Flavio. Ce l’avevo fatta! Presi posto qualche banco più indietro, esultando in silenzio come un giocatore di poker.
La signora che mi stava seduta a fianco mi salutò con un cenno del capo, cordialmente. Quando il canto iniziava a spegnersi, mi si accostò per sussurrarmi: «Lo conosceva bene, il nostro Pietro?». A quel punto, probabilmente diventai più bianco del morto nella cassa. Mi guardai di nuovo intorno, come avevo fatto nell’altra chiesa. Anche qui, nulla di nulla ricordava la nostra vita di un tempo, la vita mia e di Flavio, destinati a non incrociarci mai più. Qualcuno mi sorrise, senza conoscermi, e io ricambiai. Guardai la signora: indossava un berrettino nero con una veletta. «Andavamo allo stadio insieme», risposi. Vidi una punta di incertezza attraversare il suo sguardo dolce, puntato come un fucile su di me. Poi annuì con l’aria grave di chi ha capito tutto e stava per aggiungere ancora qualcosa, ma fu interrotta dal prete che iniziò con la sua tiritera. Fu una bella cerimonia e alla fine un po’ mi dispiaceva per Pietro. Andai anche a salutare la vedova bionda, alla quale mi presentai come un collega del defunto. Lei non mostrò nessuna esitazione nell’abbracciarmi con gratitudine. Eccone un’altra, di sciocchezza che ti raccontano: la morte livella. Per me, quella mattina, fu chiarissimo che sono i vivi ad assomigliarsi tutti. I morti sono tutti diversi e a trovare quello giusto c’è da diventare matti. Finché si può, confondersi tra i vivi resta la cosa più comoda.
Anche i saluti e le condoglianze si esaurirono e mi ritrovai di nuovo da solo sul sagrato. Soffiava un vento gelido che mi faceva lacrimare gli occhi. Beato Flavio, ovunque egli fosse, che questo freddo non lo riguardava più.
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