Metafisica di una cavalletta
La prima volta che ho capito di avere forma umana — corpo pulsante — è stato in un mercato tailandese, tre anni fa.
Ventisei anni compiuti da una settimana, agosto: metto in bocca una cavalletta fritta. Contro i denti scricchiolava.
La maestra Salis grida «Chiudete le finestre!».
Nell’aula fa in tempo a entrare una cavalletta. Si posa sui capelli di Maria, chiazza scura su quel biondo latte.
Maria sta seduta davanti a me, quindi della cavalletta vedo ogni lineamento. Sembra un pezzetto di legno, duro, nodoso, tendo un dito per carezzarla, mi avvicino troppo e quella salta. Maria, pure. Grida non appena la cavalletta le cade di fronte, sul banco di legno mangiucchiato dagli anni.
Maria è bella, è una principessa: se penso a quel vestito che aveva il carnevale scorso, com’era luccicante, con quelle balze, quei merletti. Il mio invece era cucito a mano dalla nonna, non gli si poteva dire niente, a quel vestito, non aveva fronzoli o rifiniture, cadeva liscio sulle gambe con semplicità: un’eleganza che i bambini non possono capire. Infatti pensavo solo che, però, non era come quello di Maria. O forse era lei a riempirlo a quel modo? A farlo bello. Perché io non sono una principessa. Lei invece ha i capelli biondi come il latte, dice la maestra Salis. A me non sembra, piuttosto sono paglia, paglia in estate nei campi. Nessuno, qui, ha i capelli come Maria — color della paglia, color del latte — che sembra infatti un alieno. È per via di sua madre, che ha questi capelli, è nordica, bionda anche lei ma non come sua figlia, che ha chiare persino le sopracciglia, così tanto che quasi non si vedono.
Maria è una principessa e qua sembra che tutti la vogliano salvare. Perché Maria non corre, non si sporca, non si stanca, non gioca, non ride nemmeno; Maria non viene a messa, non al catechismo, non al doposcuola, Maria non tira i calci al pallone, non attraversa scalza il rio che sta giù a valle, né si bagna d’estate alla fonte. Tutti la vogliono salvare perché sembra un oggetto da credenza, Maria, uno di quelli della nonna, che si guardano e non si toccano. Che tutti vogliono toccare.
Uno di quelli che si devono salvare da quel bilico al quale sembrano destinati, pronti a precipitare giù dal mobile. Così, lei. Che si guarda e non si tocca, pare potersi spezzare, a sfiorarla.
Maria, la cavalletta sotto al suo naso, il suo grido isterico, quella bocca esageratamente grande per quel visino, le mani che ondeggiano in aria, mimano un gesto confuso, come a voler allontanare la cavalletta da sé. Quella non si muove.
Tace, la cavalletta, così piccina, carina, che quasi mi emoziono. Penso a quanto vorrei essere una cavalletta, questa cavalletta: saltare nei capelli di Maria, farla urlare a questo modo, infastidirla così, dare a tutti un pretesto vero per poterla salvare, adesso che invece in suo soccorso non arriva nessuno, nemmeno i maschi che le stanno sempre attorno, che ci odiano tutte meno che lei. Sì, io sono questa cavalletta, lo so, lo sento — è una cattiveria, un peccato, questo pensiero, ma più tardi dirò l’atto di dolore e il perdono arriverà pronto e salvifico.
Dunque io sono queste zampe di legno, questo corpo rigido, questa cavalletta; fisso dal basso il volto di Maria, da qui non è così bello, elegante, raro come sembra di solito.
Poi, muoio.
Il suono è orribile, e anche il viso di A. lo è. Questo è il momento in cui smetto di amarlo, ho nove anni e lui mi ha uccisa. La cavalletta gli rimane per metà appiccicata sotto la suola della scarpa, cerca di scollarla battendo il piede in terra con forza, e se possibile, così, la uccide di più.
All’improvviso non mi piacciono i suoi capelli ingellati, tesi sulla fronte a mo’ di cresta, smetto di amare quei suoi denti da latte così piccini e così teneri, quelle lentiggini così fitte attorno agli occhi, quel suo modo di fare da bambino cattivo e irriverente. Smetto di amare A. quando schiaccia la cavalletta, la cavalletta che sono io, che uccide, che martoria sulle mattonelle bianche, che si macchiano di un colore spento, untuoso, viscido. Io, spalmata per terra, vedo che Maria si alza e gli dà un bacio sulla guancia morbida, poi anche lei finisce di pestare la cavalletta. La maestra Salis arriva di corsa, ormai è tardi. I passi che ci separano dalla cattedra non sono tanti, ma abbastanza perché io muoia, cavalletta immolata sull’altare delle gesta d’amore, amore cortese, amore cavalleresco. Che cavaliere fallito, così lo rimprovera la maestra Salis, cavaliere fallito. Gli si avvinghia a un orecchio, lo strapazza, quello si arrossa, si affloscia, si lascia modellare dalle mani nodose della maestra Salis.
- tace, arrossisce pure lui, assieme all’orecchio, non si dimena, ma il corpo, scomposto, segue l’orecchio, e l’orecchio lo dirige la maestra Salis, e lo trascina fra i banchi, verso il fondo dell’aula. Là la maestra gli dice «Sei contento che l’hai uccisa?» A. tace. «E se uccidevano a te, così?» A. tace. Io dico «Maestra, mi sento morire», e svengo sopra alla cavalletta sfatta. L’ultima cosa che vedo è Maria che si carezza i capelli. Io, invece, cavalletta morta sotto alla suola di una scarpa.
La Maestra Salis mi schiaffeggia le guance, rinvengo. Mi ha ucciso, dico. La Maestra sorride, dice «E chi ti avrebbe ucciso?». «A.» rispondo io, «con quelle scarpacce che ha». La classe ride, la Maestra accenna appena un sorriso, lei non si sta prendendo gioco di me, perché non ha la faccia dello sbeffeggio, ma della compassione. Una compassione dolce, quella della Maestra Salis, zuccherosa. Mi tende una mano, mi aiuta a tirarmi su. Punisce A. e persino Maria, quelli chiedono spiegazioni, ma la Maestra Salis non gliene dà, dice solo: «Fate l’esame di coscienza, e lo scoprite, perché vi punisco». Ordina loro due Pater Noster e un’Ave Maria.
Mi prende sottobraccio, mi porta con sé fuori dall’aula: «Anche io sono una cavalletta, come te».
È evidente che la Maestra Salis non è una principessa, ha capelli crespi e bocca sottile, denti piccoli e invisibili, corpo magro, il passo che sembra più un trotto. Mi dice: «Non c’è niente di male a essere cavallette, le cavallette un giorno conquisteranno il mondo».
Io annuisco, ci credo, mi piace, siamo uguali, io e lei. Mi piacciono le bruttezze di quella donna, la sua affabilità truce, la stretta di mano dura, da uomo.
Quella primavera le cavallette da una si fanno due, tre, infinite. Arrivano a sciami dalla campagna, dall’entroterra. L’asfalto scricchiola, non si può camminare in strada, ogni passo è un genocidio. Mamma dice che è affar loro, delle cavallette, se vengono uccise, bastava non arrivare così tante, tutte assieme, al paese. Babbo, invece, si infuria. Dice «Rovineranno il raccolto», dice «Moriremo di fame».
I passi di molti si fanno danzanti, nel tentativo disperato di ammazzarne il meno possibile. Imparo così, in quel principio d’estate, l’indole di molte persone. Imparo a detestarne alcune, scopro di ammirarne delle altre: a certi l’invasione dispiace, ad altri irrita. Alcuni pestano passi inquieti sul ciottolato che inonda le vie del paese. Pochi altri danzano e ogni passo disattento è per loro lutto improvviso e colposo. Si segnano la fronte, guardano il cielo, chiedono perdono, e ricominciano a danzare.
La Maestra Salis era la danzatrice migliore di tutti.
Le cavallette se ne vanno così come sono arrivate. D’improvviso. E io torno ad amare A., e Maria torna sulla sua torre d’avorio. Andiamo tutti alle scuole medie. Io sono ancora cavalletta, la Maestra Salis la vado a trovare ogni giovedì pomeriggio; è andata in pensione, cura l’orto e fa il pane.
Nessuno vuole più salvare la principessa, adesso tutti se la vogliono prendere. A., persino. Lo vedo, lo so, lo sento, che quei suoi occhietti cui sono affezionata brulicano di voglia. Desiderio di prendersi Maria e scappare insieme, al trotto su un destriero d’argento — cavaliere fallito. Per tre anni nei corridoi vuoti di quella scuola sventrata – un’unica classe, nove ragazzetti eccitati — Maria s’atteggia sempre allo stesso modo, con irriverenza: il naso che guarda all’insù, le mani curate, un corpo ben modellato, morigerato; il mio invece si fa sempre più cavalletoide, e lo so che questa parola non esiste, ma così ero e così un poco son rimasta, incastrata in un corpo che per essere descritto ha bisogno che m’inventi le parole. Quando l’ho detto alla maestra Salis ne è stata contenta: «vedi che quello che c’hai tu nessun altro, ce l’ha». E le ho chiesto «Cos’è che ho?». Ha risposto «Una testa profonda».
È così che sono sopravvissuta agli anni del liceo, ripetendomi, nella preghiera, di avere una testa profonda e che, per questo, valeva svegliarsi la mattina: per scoprire cosa ci fosse in quel fondale.
Ho dimenticato cos’era la felicità di quand’ero bambina; rincorro i ricordi nel presente, li mummifico, ma anch’io, allora, rimango incastrata nelle bende che avvolgo loro attorno. Lascia andare, mi dico. È difficile, sospiro. Capisco cosa intendeva la Maestra Salis quando diceva che il radicarsi è cosa bellissima e spaventosa, pericolosa: non riesco a disseppellirmi.
Ho dimenticato il viso di A., e la sua voce. È entrato a far parte della elegante nicchia indistinta dei mei non amori. Semicerchio di corpi che si fondono in uno, se mi concentro riesco a vedere i visi di ciascuno, ma mai le loro sincerità. Ci penso che ho solo vent’anni e mi sembra passato un secolo. Io non le conosco, le loro sincerità. Le avevo sempre inventate a mia immagine e somiglianza. Su di me avevo plasmato le loro armonie e i loro dissesti. Speravo si materializzasse, un giorno, tutto quell’invisibile sperare. Ma non succede così, non nella realtà. Quello che non nasce sanguigno resta candido e trasparente, così come in sogno lo prospettavo: A. ha sempre il passo pesante, l’aria maschiaccia, pure adesso, a vent’anni. Mi saluta con un’alzata di mento, passa oltre. Lo saluto con un sorriso, lo cerco nel ricordo, è nebuloso, lo lascio andare, passo oltre anch’io.
Ho scoperto nuove forme di felicità. Hanno a che vedere con lo sguardo, col modo in cui il mio osservare si fa parola. Ancora oggi, cavalletta, mi mimetizzo e scruto. Nessuno mi vede, così accucciata fra le sterpaglie, dello stesso colore del fieno estivo. È nauseante questa identità.
Decido di partire. Venezia mi accoglie in uno sbuffo di pioggia. Mi culla e mi stordisce. Chiamo la Maestra Salis una volta al mese, di giovedì. Mi racconta dei fiori che coglie e di quelli che pianta. Di come la campagna è cambiata. Del nuovo prete e del nuovo sindaco. Io le racconto delle strade d’acqua e di un nuovo amore.
Ma certe cose continuano a non cambiare. Così, il mio modo di pregare, che la laguna annacqua, e il Dio in cui la Maestra Salis mi aveva insegnato a credere si disfa e resta entità indistinta di pensiero umido e nebbioso.
Ancora vorrei uscire da me e allontanarmi, scappare senza peso, scucire la pelle strato per strato e fuggire. Vorrei non dover sgambettare a questa guisa rigida e sbilenca, vorrei non saltare per aria, allarmata, a ogni sfioramento lieve di questa mia patina chitinosa. Vorrei non essere una cavalletta. Vorrei liberarmi di questa invisibilità — mimesi che mi salva dai mali dell’apparenza e mi condanna al dolore dell’oblio. Vorrei forme di corpo umano, pulsante. Sono invece un ramo rinsecchito, pronto a spezzarsi, sull’orlo del crack.
Vorrei abbandonare la fame vorace che mi inonda di questa cattiveria innocente — cavalletta che sbrana l’orto e manda in rovina le viti. Ma è spirito di sopravvivenza, il mio, e lo spirito è tessuto dell’anima, e l’anima no, quella è leggera e lasciala a me, prendi solo il corpo — prego e chiedo alla nebbia — solo questo corpo cavalletoide perché è colpa sua la cattiveria, la fame e il resto. La vita nella sua pienezza mi sembra lontana e inarrivabile, cosa da esseri umani: distante da me lo iato di una metamorfosi, la mia. Non so trasporre questa distanza immaginifica in unità di misura umane. Però, anche a saperlo fare, che senso avrebbe? È una metamorfosi metafisica, quella di cui avrei bisogno. Perché anche il corpo, sì, anche la sua tangibilità sa essere metafisica: è lo sguardo del resto a farmi cavalletta, è il vestito di Maria a costruirmi così ignuda, è la scarpa di A. a svelarmi la mia invisibilità, anzi, la mia fastidiosa invisibilità.
Forse dovrei scappare sulla luna: lontana dagli sguardi, dai vestiti principeschi, dalle scarpe dei maschi.
Perché le Marie nella mia vita ritornano, cicliche, con i loro abiti carnevaleschi che adesso sono pizzi e merletti suadenti e tubini neri aderenti sui fianchi. E gli A. tornano con le loro prepotenze e le loro scarpe prima taglia 33 e adesso 42.
Però, sulla penisola non sanno delle invasioni delle cavallette e di tutto il resto. Oltremare ho conosciuto anche uomini che camminano scalzi e donne che non hanno mai indossato abiti principeschi. A immaginarli nella mia terra ruvida, li penso tutti danzanti sopra le invasioni. Non uno che s’impegni nel calpestare le cavallette, non uno che inciampi e ne ammazzi quattro di fila. Anzi, gli uomini le carezzano con grazia e pudore: mi sfiorano i capelli con le dita e sussurrano alla mia intimità che le cose importanti non hanno forma, non hanno corpo. M’iniziano alla liquidità di tutte le cose — citano Baumann, e io m’innamoro.
Non c’è stato giorno che non mi aggrappassi alla Maestra Salis col pensiero, negli anni dell’università. Tranne il giovedì. Il giovedì la chiamavo.
Lei, il mio sciame.
«Si ricorda, Maestra?, me l’aveva promesso. Io sono ancora cavalletta, solo che Venezia le cavallette non le conosce. Sarà per questo che non so più mimetizzarmi. Aspetto d’incontrarne altre, e allora ci si coalizzerà e si insorgerà. Grideremo alla rivoluzione. Ma per ora ho conosciuto solo lei. Si può, in due, conquistare il mondo?».
Affannata, la voce della Maestra Salis risponde che è anziana e che a domande simili la risposta l’ha trovata troppi anni fa; non se la ricorda più. «Hai una testa giovane e profonda, fruga», chiosa. E mette giù.
Frugo. Frugo per anni e anni. Nel fondale che ho dentro la testa trovo un regno di cavallette sazie e uno di cavallette affamate, continuano a farsi la guerra.
Ha la voce roca, non è la linea telefonica che vibra e sussulta, è il suo tono limpido che l’età fa rugoso: la Maestra Salis mi confessa che la prima cosa bella che ha fatto, ragazzina, è stata piantare un albero d’ulivo nel giardino di casa. Anzi, olivastro. «Ma ho creduto per tutta la vita fosse un ulivo, davvero», rantola. «Ci parlavo, con il mio bell’ulivo. L’ho chiamato ulivo per tutta la vita», sospira più veloce e ho l’impressione che questo sia diventato il suo modo di ridere, adesso.
La penultima cosa che la Maestra Salis mi ha detto è che dentro il tronco dell’olivastro — «quando ancora era un ulivo» — avevano fatto la tana le cavallette. Si risvegliavano a ogni inizio estate. Cominciavano, così, le invasioni.
«E io le guardavo da dietro la finestra del salotto, e me compiacevo», mi ha confessato. «Che si prendessero tutto, che conquistassero il mondo!»: lei davvero dunque era sovrana di quel regno, lei davvero dirigeva le danze, i calpestii, le sorti dei raccolti.
È l’ultimo saluto che le porto. È giovedì.
Aedo stanco sul letto di morte, negli occhi della Maestra Salis brilla l’intelligenza della donna che mi ha insegnato l’alfabeto, la storia, la fede.
Fa un cenno col capo, mi avvicino. Siedo accanto alla sua testa, lei mi prende una mano. La stretta è sempre la stessa, così le grinze sulle mani. Solo il colore è diverso, verdognolo. Uguali gli anelli, persino. Adesso le vanno larghi e tintinnano nello sfiorarsi l’uno con l’altro, rimbalzando nel vuoto.
Le dico: «Mi aveva promesso che avremmo conquistato il mondo, invece le invasioni sono cessate». Tenta di stringermi un palmo. Lieve, sussurra: «quello del mio giardino non era ulivo, era olivastro. Le cose vanno chiamate per nome, perché possiamo riconoscerle». Mi racconta che da qualche anno nutriva e coccolava le cavallette nascoste sotto a quel tronco. Che da quando le aveva iniziate a chiamare per nome, una per una, tutte le invasioni erano finite.
«È stata l’ultima cosa bella che Caterina Salis ha fatto» mi ha detto parlando di sé in terza persona — intendeva l’aver reso omaggio a noi esseri cavallettoidi con questa storia d’amore, nutrimento e certificazione anagrafica.
C’è stato un tempo in cui sul fondo del mio spirito si dimenavano cavallette affamate, poi cavallette affamate e sazie. Un tempo in cui, incattivita dal senso di vuotezza, desideravo infastidire Maria, posarmi sul suo capo, essere fuori ciò che sapevo essere dentro, cavalletta metaforica e metafisica. E quindi lo sono diventata. Ho creduto di esserlo, ho pregato per non esserlo più.
Ho ventisei anni. Agosto: metto in bocca una cavalletta fritta, contro i denti scricchiolava. Sento chiamare il mio nome, lo sento sopra gli scricchiolii, limpido, chiarissimo. Mastico e inghiottisco, la cavalletta si fa bolo e discende l’esofago. A. mi prende una mano, mi chiama ancora, usa un diminutivo, questa volta, il mio preferito, quello dall’accento dolce sulla terza lettera, non quello che tronca la vocazione sull’ultima. A. mi vede dentro alla mia mimesi, o lui stesso mimetizzato, o nessuno dei due cavalletta, o io donna e non più idea metafisica dalle fattezze cavallettoidi. Anzi, sono io a venir fuori dalla mimesi, liquida e umana, donna, finalmente. Le cose vanno chiamate per nome, perché possiamo riconoscerle.
Immagine generata con Gemini AI