Gli ospiti

Luciano era convinto che la rabbia fosse un fattore ereditario. Era stato cresciuto in uno di quei quartieri in cui la modernità tarda ad arrivare. Suo nonno lavorava come giardiniere per un’azienda specializzata nel deturpare la salute fisica dei propri dipendenti. Sulla base dei suoi racconti, Luciano aveva sempre immaginato che il capo dell’azienda provasse un piacere fisico nel sentir parlare delle ernie spuntate come funghi, dell’abuso di antidolorifici, della necessità di ubriacarsi a fine giornata per smettere di sentire il peso del corpo. Il nonno tagliava piante sotto al sole, sudava trascinando una pesante scopa di legno, vestiva di arancione catarifrangente e accumulava un materiale rabbioso che in pochi avevano la fortuna di evitare. Luciano lo sapeva bene: quelle vene gonfie sulle tempie come tubi di un sistema fognario al collasso, quella bava agli angoli della bocca e quelle urla sguaiate verso chiunque erano state la sua educazione morale. La rabbia in Luciano si mescolava alla solitudine e all’idea di non essere stato abbastanza astuto da rompere la catena, e finiva sempre alla ricerca di un nuovo anestetico per il dolore.

 

La prima volta che Luciano conobbe gli ospiti, il nonno stava potando una pianta d’oleandro. Era seduto su un tappeto da gioco: uno di quelli morbidi con una pista per auto stampata sopra. Era piccolo e non sapeva ancora usare bene i verbi “insegnare” e “imparare”.  Aveva imparato presto che piangere non era utile a ottenere carezze, che giocare di notte non era normale per un bambino di sette anni e che il latte materno non si sarebbe mai più potuto bere. Nessun padre gli aveva insegnato come calmarsi e nessun cartone animato lo avrebbe distratto da quella voglia di distruggere l’intera casa. Sentiva dalla finestra le urla dei bambini nella parrocchia, quando con gli occhi gonfi e i segni delle unghie conficcate nei palmi, aveva deciso di trovare una soluzione a quello stato di cui non conosceva il nome. Aveva voglia di essere visto, non da chi avrebbe potuto giudicare o perdersi in lunghe prediche, ma da un ristretto pubblico di spettatori silenziosi. Desiderava non essere solo nel momento in cui quella che chiamava rabbia lo avrebbe assalito. Fu così che creò gli ospiti. Si guardò intorno alla ricerca degli oggetti adeguati e infine selezionò i soldatini di plastica. Solo dodici: il tredicesimo lo aveva perso pochi giorni prima. Con l’eco delle bestemmie del nonno a rimbombargli nelle orecchie, Luciano formò il cerchio per la prima volta. Posizionò a debita distanza i soldatini affinché fossero intorno a lui, e si sdraiò nel mezzo. I piccoli fucili di plastica puntavano il volto del commilitone alla loro sinistra ma non potevano sparare. Al centro con il suo corpo minuto, Luciano chiudeva gli occhi e fingeva di non esistere più. Spesso la rabbia non andava via, ma era così che nella sua testa non sarebbe più rimasto da solo.

Ne era passato di tempo da quel primo cerchio, ma Luciano non aveva smesso di frequentare i suoi ospiti. Lo avevano aiutato dopo la morte del nonno e prima di trasferirsi nell’appartamento da portinaio. Ora aveva bisogno di liberarsene. Non era più lui a controllare loro, ma il contrario. Dopo aver riflettuto a lungo, aveva pianificato che quella notte ci sarebbe stato l’ultimo cerchio della sua vita.

Mentre passeggiava nella solita boutique di abiti vintage, pensava al colore dell’alba successiva. Si chiedeva se il motore della macchina del vicino avrebbe rombato lo stesso alle cinque e un quarto, se la colombella bianca avrebbe continuato a covare uova nel suo balcone e se l’orologio a pendolo avrebbe mai fatto una pausa dal suo oscillare. Era lì per trovare l’ultimo elemento della lista di preparativi: una giacca di pelle nera. Aveva iniziato a collezionarle subito dopo la morte del nonno e presto erano diventate l’unica ragione per cui uscire dal condominio in cui lavorava. All’inizio ne acquistava due al mese, le conservava nell’armadio e ne indossava una sopra l’altra. Voleva essere avvolto dalla pelle nera, sentirne l’odore e lasciarsi andare in mezzo al calore del corpo. Ma ora Luciano sapeva che era arrivato il momento di trascinarsi via tutto questo. Dunque, dopo aver pagato, con la giacca prescelta ripiegata in una busta di carta marroncina e lo stomaco in subbuglio, uscì dalla porta principale.

 

Nella strada che divideva il condominio di Luciano e la boutique di abiti vintage, erano piantati circa trenta pini. Li usava come unità di misura per sapere quanto mancasse per tornare a casa, e nella conta se ne perdeva sempre qualcuno. Si era dimenticato di contare, con Elisa alla sua destra: era stato troppo concentrato a darle risposte perfette. 

Uscendo dal negozio, ormai quasi un’ora prima, l’aveva vista fumare una di quelle sigarette finissime, proprio quelle che si immaginano nella bocca di ricche anziane annoiate. Con il borsone stretto tra i piedi e un piccolo tatuaggio sulla gamba, gli aveva rivolto un sorriso a mezza bocca. Preso da un impeto di curiosità, Luciano le si era avvicinato e, frugando nella tasca del cappotto per trovare una sigaretta, le aveva chiesto se avesse da accendere. E quel che venne a sapere fu questo: Elisa odiava il padre più di quanto sapesse, era sola da tre giorni e non aveva mai messo piede in quella città. Aveva raggiunto la nuova casa del padre con la speranza che la smettesse di ignorare i suoi messaggi e che decidesse di restituirle un briciolo di pace. Rigido e apatico, il padre non si era fatto scrupoli a dirle che con la firma del divorzio la considerava ormai morta. Terminata la pazienza, troppo stanca per combattere ancora, si era messa alla ricerca di un posto dove trascorrere la notte. 

Luciano non si aspettava un fiume di parole di quella portata né che lei lo guardasse dritto negli occhi. La paura sembrava sciogliersi durante il racconto delle sue ore precedenti, sebbene fossero passati solo pochi minuti e la sigaretta fosse ancora accesa. 

Luciano le raccontò allora della texture della sua nuova giacca e cercò di strapparle un sorriso. Le disse che abitava da solo, che aveva diverse stanze libere e che avrebbe potuto ospitarla. Elisa aveva un volto rotondo che le incorniciava tutti i dettagli del viso e non le permetteva di nascondere un filo di compiacimento. Ora camminavano insieme lungo la strada alberata, e pur senza contare i pini, Luciano sapeva che l’appartamento era vicino e che a breve sarebbero arrivati i suoi ospiti. Sentiva il loro fiato sul collo e temeva che qualcosa sarebbe potuto andare nel verso sbagliato. Non stava più portando a casa solo la sua ultima giacca di pelle, ma anche una donna. Era probabile che Elisa sarebbe scappata prima di lasciargli finire il suo rituale, che una delle sedie non avrebbe retto il peso di un convitato in carne, o che si sarebbe fatto prendere dal panico.

 

«Te lo ripeto: non sono una donna…»      

«Capisco. A volte faccio fatica a comprendere i giochi di parole. È il mio turno: “Non sono un’amaca”.

Posso aggiungere un altro verbo?»

«Ma di cosa parli? Non sono una donna qualunque, nel senso, per me è la prima volta. Parlare con uno sconosciuto, raccontare così tanto di me e addirittura dormire in casa sua. Non so cosa mi prende. Ma sto bene qui, sembri buono.»

«Io non sono abituato a parlare, preferisco il silenzio.»

«Voglio sentirti parlare, ho paura del silenzio. Da piccola, quando mamma e papà lavoravano nel negozio di alimentari sotto casa, rimanevo sempre sola. Era così silenzioso. Giocavo con una finta farfalla e la dividevo in tre: il corpo ero io, le ali i miei genitori. Mah, parliamo di altro. Chi sono gli altri ospiti? Li conosci?»

«Non preoccuparti di loro, torneranno quando starai già dormendo. Non li incontrerai. Saremo silenziosi e rapidi. Vuoi vedere dove saremo seduti?»

«Sì, certo. Dopo potresti darmi qualcosa da bere? Qualsiasi bevanda alcolica tu abbia, andrà bene».

«È vero, non sembri una donna.»

 

Luciano aprì la seconda stanza e le mostrò le sedie. Temeva che la perfezione di quel cerchio colorato potesse disturbarla . Vide che osservava il centro della stanza.  Subito dopo fissò il lampadario: non sembrava così scandalizzata. A quel punto le strinse la mano e la trascinò fuori. Tornati in salotto, le versò del whisky giapponese che gli era stato regalato dal direttore di banca del sesto piano e rispose alle curiosità che le erano scaturite dalla vista delle dodici sedie colorate in cerchio. Mentre articolava i ricordi con grande difficoltà, vide Elisa riempire il secondo bicchiere.

 

«Con il tempo hanno cambiato forma, sai? Da soldatini di plastica sono diventati cicche di sigarette spente, piccole gomme sputate e appallottolate, numeri di una tombola sfasciafeste e poi qualsiasi cosa mi capitasse sottomano e che potesse calmarmi. Sento che per quest’ultima volta arriveranno davvero: sarà importante.»

«Bene, sono contenta se ti rallegra il loro arrivo. Anch’io odio la tombola e amo le gomme. Ma gli ospiti cosa mangeranno? Mi dispiace non poterli incontrare…»

«Non hanno bisogno di mangiare.»

 

Per Elisa quelle dodici sedie colorate sarebbero potute appartenere a un asilo nido di periferia, o ancora meglio a uno di quegli ostelli indie che organizzano serate a tema per far conoscere strambi viaggiatori internazionali. Sicuramente, non dovevano stare lì dentro. Lo guardava come se fosse un bambino, come se per ogni cosa che raccontava si impegnasse a rompere i gusci di tante uova impilate, tenendo i muscoli saldi e le espressioni stabili. Nonostante Elisa notasse le sue stranezze, le sembrava troppo buono per giudicarlo. 

Seduta con le gambe incrociate sul divano, gli raccontò del modo in cui da piccola piangeva per la morte degli animali. Nell’estate del suo ottavo compleanno aveva ucciso una lucertola con una pietra. Aveva pianto per un paio di ore nel bel mezzo di una pineta, pregando di non finire all’inferno e gridando che non l’avrebbe mai più fatto di nuovo. 

Erano arrivati a parlare di animali dopo che Luciano le aveva mostrato la sua collezione di giacche. Elisa era innamorata degli abiti vintage ed era stata conquistata della cura con la quale Luciano aveva ordinato i capi per tonalità crescenti di nero.

Lui aveva deciso di non spiegarle cosa ci fosse dietro quell’ossessione. Non menzionò la voglia di sentirsi avviluppato come in un bozzolo di una falena, indossando quante più giacche poteva, né la voglia di allontanarsi dagli ospiti e dalla sua rabbia incurabile. Ma Elisa non sembrava interessata a sapere di più. Mentre il whisky le riscaldava lo stomaco, aveva la mente rivolta solo al corpo di Luciano. Lo vedeva così bizzarro che gli ricordava una scatola di stuzzicadenti in caduta. Per quanto lo trovasse assurdo, ne era attratta. Forse perché aveva avuto l’ascolto che gli altri uomini le negavano, forse perché la stava ospitando, o ancor di più perché Luciano si trascinava dietro uno strano fascino che la eccitava.

Mentre questi pensieri le passavano per la mente, Luciano era ancora concentrato a fare in modo che nulla del suo piano andasse storto. L’ora dell’ultimo cerchio arrivava e cresceva la paura di commettere un passo falso. Si convinceva che quella donna fosse un ultimo regalo dei suoi ospiti: un banchetto d’addio a cui avrebbe partecipato da solo. Era preoccupato ma venne distolto dal piede di Elisa che gli sfiorava le cosce. Ingannato dalle pulsioni,  iniziò a toccarle le mani, poi strinse a sé il suo ventre e attese un cenno di consenso. Temeva di incontrare un rifiuto ma si avvicinava sempre di più e sentiva i due respiri allinearsi, o meglio, cercava di raggiungere i respiri accelerati di lei. Non sembrava volerlo respingere ma iniziò a tremare.

 

«Toccami dove vuoi, non ho paura di te» continuava a dire.

«Allora perché tremi?»

«Tremo perché ho paura di fare schifo. Odio il mio corpo nudo e non so se amerò il tuo. Non ha senso, scusa. Tu non mi ucciderai, vero?»

«Sono troppe parole. Non sono abituato a parlare in queste circostanze.»

«Dimmelo, devo essere sicura: non mi farai del male, vero?»

«Non posso farti male. In questa casa non ho coltelli, solo cucchiaini d’argento e giacche pesanti. Ora lasciati andare.»

 

Su un’enciclopedia aveva letto che le conchiglie a riva sono più giovani rispetto a quelle sepolte a largo. Gli anni si contano osservando le strie di accrescimento. Per ognuna, si conta un anno. Sulla superficie del suo sesso non c’era nulla di tutto questo. Luciano la trattava come un imprevisto benevolo e cercava di distogliere la mente dal resto. Gemendo, iniziò a graffiarlo sulla schiena, come per difendersi da un attacco animale. Luciano temette di non potersi più liberare di lei. I corpi sudavano su quel divano spigoloso, senza giacche di pelle addosso, e da vicino, mentre fingeva di volerle spostare le gambe, Luciano lesse le lettere del tatuaggio: «C a L e I d O s C o P i O».  Non capendo il significato, aumentò il ritmo, e con esso crebbe il senso di colpa. Sapeva che per Elisa il sesso sarebbe diventato uno di quei passi da evitare per non scivolare lungo un’infinita rampa di scale. Ma non poteva fare altrimenti, non avrebbe cambiato il piano per lei e per nessun’altra cosa al mondo. Nella sua testa, iniziò a chiederle scusa mentre le veniva dentro. Scusa, scusa e ancora scusa. Sembro ancora buono?

 

Ora Elisa russava a bocca aperta sul letto di una delle stanze vuote, con una coperta dalla texture fiorita che la faceva apparire più radiosa, ormai diversa per sempre. Per Luciano non c’era tempo da perdere. Gli ospiti erano alle porte. Non aveva idea della forma che avrebbero avuto. Nel pensare all’atto finale, li aveva spesso immaginati come uomini obesi senza braccia e con le pance rotonde come palloni aerostatici o come minute bibliotecarie vegetariane, pronte a gridare silenzio al primo sospiro. Si era scervellato tanto su come avrebbe dovuto essere quel momento e la rabbia iniziava a gonfiargli la vena sulle tempie. Elisa non era prevista in quella casa, rimpiangeva di averla fatta entrare e si preparava a darle la colpa nel caso di un fallimento. Strinse i denti con il rischio che si frantumassero, e agguantato dalla voglia di scalciare in una culla fino a bucare il materasso, si recò verso la collezione di giacche. Imponente e ordinata al millimetro, si presentava dietro tre ante di un grande armadio a vetro. Si tolse ogni indumento, per ultimi i calzini, e rimase nudo. Afferrò quattro giacche nere, e già al primo contatto con la pelle sentiva di respirare meglio. Ne indossò una dopo l’altra e, dopo aver preso tra le mani l’ultima giacca acquistata, si incamminò verso il bagno.

Aveva spesso ripetuto il piano a mente, ma ora che il momento era giunto faceva fatica a essere lucido. Le dodici sedie dovevano essere in ordine perfetto. Le quattro giacche dovevano essere strette sul petto. La temperatura della stanza doveva essere il più fredda possibile. Il portapillole pieno era pronto da giorni sul lavabo del bagno. Lo prese insieme alla stampella da appendere al lampadario, infilò la giacca appena comprata e inserì un biglietto già pronto da tempo nella tasca destra. Iniziava a sentire gli ospiti disporsi in fila indiana, pronti a sedersi.

Non riusciva a vederli ma non c’era tempo per protestare. Da solo entrò nella seconda stanza, appese la stampella al lampadario, sistemò di nuovo le sedie colorate e chiuse la porta a chiave. La stampella era posizionata al centro del cerchio di sedie e Luciano si sdraiò proprio sotto la giacca, che era appesa perpendicolare sul suo corpo nudo, e sentiva di essere tornato su quel tappeto da gioco. Non sapeva se gli ospiti avessero preso posto, finse di sentirne i rumori e le voci, il gioco doveva finire. Luciano ingoiò le tredici pillole, cercò di non tossire e non appena fecero tutte ingresso nelle porte dello stomaco disse a bassa voce, tra sé: «Ho trovato un golfo dietro l’angolo. Ho raccolto la menta e l’ho annusata. Ho sognato un orso, l’ho liberato. Non disperare, abbiamo cantato. Ho pianto per terra, senza mai sporcare».

Immagine generata con Gemini AI