Nomi muore
Prima volta che assisto una stella che muore.
Per scommessa ho fatto un anno senza parlare, per noia ho fatto le rapine, per fastidio ho scritto poesie bah e ho sparato per la stessa ragione (due volte: bersaglio mancato la prima, la seconda il bastardo l’ho preso); se dopo sono sparito è stato per paura. Comunque la paura la perdi in ospedale, e ci sono stato mesi per un’infezione. Ma credete cambi qualcosa, credete ora sia pronto di più o di meno che se fossi rimasto in camera di Yu?
Nomi grande dispera in cielo e abbaglia le canne alte del giardino. La luce scola dai burroni che ogni mattina riconoscevo sulla sua crosta: il sole era alto in cielo e lei buia sopra il giardino aspettava. Io chiudevo l’opera omnia del Piovaschi e dal cubicolo di guardia riposavo gli occhi oltre la celletta, mi impensierivo sulle gobbe di Nomi grande, sregolate la incidevano da parte a parte. Appena tornavo ai versi del Piovaschi iniziavo a sudare.
Ora le gobbe conosciute non esistono più, dove c’era quella larga a imbuto e quella vicina, quella breve e chiusa, adesso c’è un incendio. Il riverbero delle fiamme annerisce il sudario di sangue in grembo a Nomi piccola stesa a terra. Riposa sulla ghiaia e ingrossa il sudario. La notte uscivo a cercarla se Nomi grande in cielo cantava. Anche adesso Nomi grande canta, ma è diverso. La bocca di Nomi piccola rinsecchisce semiaperta, l’espressione la conosco, le atteggiava così le labbra le notti tra le canne alte; stesa come morta scontava gli incubi ai villani, e dopo essersi sfinita a correre nel folto aspettava le bisce di fiume per farsi succhiare.
Nomi grande in cielo intona il canto nuovo, ma Nomi piccola non sembra sentirlo, è libera. Sì, è finita. L’ho detto altre volte. Le prime notti che raccoglievo Nomi piccola in qualche fosso gambe e braccia scorticate ripetevo È finita e la trascinavo fuori dal folto. Nomi piccola rideva sul mio petto con la faccia imbrattata di merda e resti di beccacce morte, Nomi grande gnaulava dall’alto e io mi maledicevo. Certo della fine, tornava la paura: sarei scappato, avrei chiesto asilo a case più lontane ancora da casa di Yu; non avrei certo scritto, forse avrei ripreso a sparare.
Presto invece mi sarei abituato al sangue confuso al fango, e neanche l’odore vivo di merda animale mi avrebbe fatto più effetto, a quel punto sarei stato io il primo a augurarmi la fine. Fare il salvatore non era il mio. Che se la risolvano tra loro, presi a dirmi. Non capivo se si odiavano o no.
Ti cercheranno, Nomi piccola rantola tra una convulsione e l’altra. Adesso non ce l’ho più con lei, il capriccio della fine revocato dal suo avverarsi. Tra poco gli incubi dei villani sarebbero ricominciati. Ti cercheranno, Nomi piccola grida, e per un attimo scordo il canto nuovo di Nomi grande. A trasalire è tutto il corpo, impegnato com’è in quel grido, e persino l’incendio in cielo trema. Le unghie rotte di Nomi piccola graffiano la terra, sbandano la ghiaia, non trovano radici da strappare. Si è scelta uno spiazzo vuoto per morire, fuori dal folto le bisce di fiume non arrivano. Le dita le flette in un modo, affondano nel nulla, gode del dolore. (E con i villani godeva?)
Gira il collo verso di me, il viso vuoto esce dalla volta d’ombra che Nomi grande le impone. Per un attimo soffre in piena luce.
Preservare Nomi piccola era compito mio. C’era un patto non detto ma chiaro tra me e i villani: di notte tu fai finta di niente se cerchiamo Nomi piccola, e di giorno noi ti lasciamo in pace nel cubicolo di guardia, leggi pure il tuo Piovaschi e rimanda la scrittura quanto vuoi, il giardino lo puoi anche trascurare. Ma quando è sola Nomi piccola va protetta, tocca a te pulire i tagli, consolarla. E io fuori dal folto curavo a memoria ogni centimetro della pelle nuda di Nomi piccola. La accudivo come Yu avrebbe fatto con me, dinanzi a Nomi piccola la imitavo fin nella voce, acquisivo il suo timbro calmo e ripetevo le sue frasi classiche. Ormai sapevo le cicatrici tra le cosce di Nomi piccola o le bollicine che arrossavano il monte di venere appena sopra i peli, potevo percorrere il suo corpo a mente dai capelli duri fino al neo sul piede sinistro, e sul tragitto ogni notte si aggiungevano tagli e lividi freschi. I tagli se li faceva da sola ma i lividi erano dei villani. Era lei che gli implorava. Con la spugna passavo sui resti delle beccacce morte e sul seme secco dei villani, lavavo via fango e sangue che erano dappertutto. Dalle piaghe aperte sotto i piedi la terra non veniva più via, serviva a poco spargere polvere di ortica dove faceva male. C’erano notti che volevo leccarlo quel corpo martoriato, essere tutt’uno con la terra. Non l’ho fatto. Potrei raccontarvi che ero diverso dai villani, la verità è che mi mancava il coraggio.
Ora non c’è polvere buona per un taglio tanto profondo e sporco. Nomi piccola inarca la schiena, tende le dita e fiera indica il taglio.
Con le mani…io…con le mie mani. Un lamento celeste di Nomi grande, è finita.
È come se li vedessi nelle loro case: donne coi capelli esplosi ninnano i piccoli, i villani stringono i pugni e guardano le icone di Nomi grande alle pareti; fuori, i cani tirano la catena. Forse a svegliarli non è stato il canto nuovo, forse sono già gli incubi, i morti che dietro le palpebre dei villani urlano Figli di troia e si straziano il sesso beati. Non sembra passato un giorno.
A Nomi piccola non interessa. Una mano fango e sangue vortica nel buio e mi trova, mi accarezza, dalla spalla scende disegnando una scia scura, cerca la mia di mano, la trova e la tira a sé. Vuole che tocchi. Mi guida fino ai bordi del taglio che si è fatta. Sotto la patina di fango la pelle è morbida come la ricordavo, solo che ora è fredda.
La ferita è più profonda del corpo. Potrebbe contenere le case dei villani, il giardino e Nomi grande intera, pare arrivi al centro della terra per scavare ancora e levare ricovero a creature abissali e cieche, sì, che cedano a un altro buio. Distolgo gli occhi, l’ombra di Nomi grande ha inghiottito di nuovo il volto vuoto di Nomi piccola. Un cenno del capo, faccio come chiede; il respiro di Nomi piccola accelera e con il suo il mio. Ma è lei che muore. Con le mie…prova a parlare, io allargo i lembi della ferita. Dentro è calda, quel che tocco non ricorda niente di umano. Baccelli di capillari scoppiati e gemme di luce che scottano le dita. Con una mano tengo aperto il taglio, con l’altra affondo tra gli intestini. È inutile fare piano. Nomi piccola non sente, il corpo non la riguarda più, il dolore di cui gode è da un’altra parte e ne è gelosa: si raccoglie attorno al male così che la sensazione non vada persa, teme cambi di segno e di intensità, arriva a visualizzarlo per non abituarsi. Vorrebbe ridere.
E sì, mi cercheranno, Nomi piccola cara, se gli riuscirà i villani mi ammazzeranno, forse già vengono avanti in branco in direzione del cancello, i cani al seguito che abbaiano. Riuniti dagli incubi pensati estinti, saranno i villani che ti hanno scopata con una mano sulla bocca a affondare unghie e denti sul mio collo. Mi chiameranno assassino e sarà giusto: avevo un compito solo.
Rifiata. È sollievo che affiora da un centro anche più profondo della ferita, viene da una cavità siderale chiusa. Sprofondato metà corpo in Nomi piccola faccio fatica a ritrarmi, ancora mi preoccupo di non farle male. Fuori da lei è un mondo ostile, e io una statua di plasma e succhi acidi, dove sono finite le gemme di luce? La mia pelle ne resta scottata ma non le trattiene. Se ne andranno con lei. Ne vorrei un po’ per me, di luce, vorrei sigillarla in una di quelle pietre portafortuna che dipingeva sempre Yu (non le voleva nessuno!), e al sicuro nel cubicolo di guardia mi rigirerei la pietra tra le mani per osservarla da ogni angolo, proverei a capire la luce senza sangue addosso ma capirla o non capirla va bene uguale, basterebbe fissarla fino a ciecarsi e poi con le macchie negli occhi, semmai, scrivere.
È davvero finita. Il canto di Nomi grande si frammenta in due poi in quattro poi ogni incendio isolato intona un canto proprio. Dapprima le voci si alzano a casaccio, ma tempo qualche tentativo e il coro trova un’armonia spettrale nel brulichio di Nomi grande. E io ci sono dentro, il canto è caldo come gli intestini di Nomi piccola, il mio corpo fa da barriera alla sua trasmissione, ritarda l’espandersi di certe voci, ne rinforza altre. Una variazione di tono, la distensione che annuncia il finale. Le dita di Nomi piccola affondate nella ghiaia rimangono ferme, non scavano più. Il finale è suo: non l’avevo mai sentita cantare.
Nomi grande tace: sempre meno fuoco, sempre più fumo; ascolta. Nomi piccola ripete un canto di sillabe spezzate. Ba-ni-ba. I resti di Nomi grande li spazza via un vento caldo. Ba-ni-ba non significa niente. Il viso vuoto di Nomi piccola è ora una tela sporca che proietta l’ultimo incendio. Da caldo il vento viene gelido, mi scopre la fronte e dissecca il sangue che ho sulle mani; sulle braccia; sulla bocca.
I villani seguono gli anelli di fumo nel cielo, cercano me. Nomi piccola canta ed è un canto senza colore, con le ultime forze indica di nuovo la ferita con un cenno. La luce tra le viscere sta indebolendo, se ne andrà con lei. Va salvata, la luce. È il timbro calmo di Yu che diceva stronzo però capiva, è la sede primaria di ogni scommessa, della noia, del fastidio e della paura, dell’infezione. È l’ultima fuga.
I villani arriveranno tardi, avranno il canto ancora nelle orecchie come un acufene falsato dal silenzio della notte. Non troveranno il giardino, tra le canne alte non troveranno Nomi piccola, non ci sarà nessuno su cui rifarsi. Nell’umido dell’alba, il fumo che si disfa, tra i detriti vedranno bisce di fiume accanirsi sulle loro stesse scaglie. I villani saranno nel buio con gli incubi e i morti, i cani ululeranno a un cielo libero.
Immagine generata con Gemini AI