Le cose dei morti
Ancora quella voce. Mi chiama dalla foresta, è tardi, sussurra. Il lavoro deve essere finito prima che cali il sole: le cose dei morti vanno pulite, ingressi e finestre lasciati aperti, lo spirito deve sentirsi libero di oltrepassare.
Con la lingua mi inumidisco le dita, apro il sacco della spazzatura, un buco nero che inghiotte carte e scontrini. Vera li teneva accartocciati, seminandoli a terra come briciole per ritrovare la via. Poi era venuto il turno delle porte, con i bigliettini infilati nei loro interstizi, e dopo ancora quello dei termosifoni.
Parole scritte con una grafia tremula e anziana, belle nel loro essere estranee. Avrei voluto farmele scivolare in tasca, ma nessuno vuole una badante che ruba, nemmeno termini in una lingua non sua.
Ora mi tocca buttarle. Sua figlia, una donna grassa e taccagna, con le mani cariche di anelli fino a scoppiare, mi ha indicato il piano cottura.
«Per quanto mi riguarda le puoi anche bruciare» ha commentato. Ha messo in moto la macchina, delegandomi le ultime faccende domestiche: spazzare il pavimento, buttare il superfluo. Gli scatoloni, prima o poi sarebbe tornata a riprenderseli: «adesso la casa deve respirare.»
E io la percepisco sul serio. Il sibilo fra le pareti, le stanze sgombre. Un orologio ticchetta e sola, nel buio, torno la bambina che ero. Combatto la paura con il poco che mi resta di me.
: una fiaba e la ruvidezza delle coperte di lana. Socchiudo gli occhi e divento di nuovo Vassilissa la saggia. Con la mente mi avventuro nel bosco, alla ricerca del fuoco. Là una casa si sveglia, ergendosi sulle sue enormi zampe di gallina. All’uscio Baba Yaga mi attende, seduta su un mucchio di ossa.
Che cosa ti fa pensare che ti darò la fiamma? domanda.
«Perché io chiedo».
Ripeto ad alta voce le parole della protagonista. Tremo ancora all’idea di incontrare la strega, di darle la risposta sbagliata, mentre il vento fa frusciare le tende e, sacrilega, continuo a svuotare i cassetti.
Siamo nella penombra, ormai. Accendo la torcia del cellulare: i morti non hanno bisogno di luce e i vivi hanno staccato l’elettricità.
Punto il telefono a destra, a sinistra. Tutto è a posto, mi rassicuro, ho quasi finito. Poi lo noto. Uno scontrino è rimasto a terra, nell’andito. Mi affretto ad andare a raccoglierlo e subito ne trovo un altro. E un altro ancora. Conducono verso l’esterno. Arrivo alla porta e la trovo socchiusa.
Mi faccio coraggio e infilo tutto nel sacco. La strada di casa, io la so trovare anche se Kiev è lontana. L’accendino mi preme in tasca, come a indicarmi il cammino, accanto a un pacchetto di sigarette.
Mi addentro nella campagna, sulle spalle ho la vita di Vera, dietro le sue fondamenta. L’erba scricchiola sotto le suole e con il fascio di luce mi ricavo la via.
Chissà quali pezzi di vita sto andando a bruciare.
Ricorda che se troppo saprai, presto invecchierai.
D’istinto mi sfioro le gote, risultano lisce, ancora per poco. Sono cresciuta, ma Baba Yaga continua a parlarmi. Di fronte a me lo sterrato continua, la torcia rischiara le foglie, il fango mi impregna le scarpe. Arrivo a uno spiazzo sotto un grande albero. Svuoto il contenuto del sacco e faccio scattare la fiamma che comincia, sinuosa, a mangiare la carta. La poggio al centro del mucchio: Vassilissa il fuoco lo portava via, dietro di me io lascio solo cenere.
La pila incomincia ad avvampare, le ombre mi danzano attorno, mentre attendo che ogni cosa finisca.
Ripenso a Vera e a quella figlia che la guardava con occhi cattivi. Ripenso ai miei avi, al mio paese sui titoli di ogni giornale, alle sue storie che non ti abbandonano mai. Il bagliore crepita nell’oscurità.
Ho portato a termine la mia prova, allora mi accendo una Camel, ne espiro il calore.
Le cose dei morti vanno fatte in questo modo.
Sei più saggia dei tuoi anni. Come hai fatto a diventare così?
«Grazie a una benedizione». Prendo in prestito ancora una volta parole non mie. I tizzoni si stanno per spegnere.
Immagine generata con Gemini AI