I RAGNI DELL'ACQUA
Ginevra sorriso di ferro se grida finisce in soffitta. Ha paura di tutto: le formiche in fila indiana che le portano via gli avanzi dal piatto, le lucertole che prendono il sole sul muro. Se si morde le labbra in silenzio, il sorriso di ferro la fa sanguinare. Ma anche il sangue le fa paura, quindi grida lo stesso e finisce in soffitta
Papà di notte fa la guardia ai binari, di giorno vuole dormire. Mamma la spedisce di sopra al primo acuto. Ginevra, se non stai zitta mi spuntano i lividi come l’ultima volta.
La pelle della mamma è così bianca. I lividi neri le stanno addosso come i mosconi sulle mattonelle della cucina, ma non si riescono a scacciare. In soffitta si può avere paura in pace. C’è solo un problema. Ci sono i ragni. Tessono tele fra le crepe dei muri con le loro lunghe zampe pelose, si nascondono nelle scarpe vecchie per poi rispuntare fuori alla prima distrazione. Non strisciano, non ronzano, non pungono. Fanno tanti passetti veloci e silenziosi. Ginevra conosce la sensazione del formicolio disgustoso sulle braccia. In soffitta non urla mai perché ha paura che uno di loro le salti in bocca e le faccia una ragnatela in gola. Chi glielo dice poi, alla mamma, che un ragno le ha mangiato la voce.
Che poi magari è pure contenta: niente voce, niente strilli. Sonni quieti del papà. Niente più mosconi sulla pelle bianca. Niente più soffitta. Forse sarebbero contente entrambe. Questo pensiero punge, è l’insetto che le abita i pensieri. Gli occhi pizzicano forte. Grossi goccioloni tondi lasciano chiazze umide sul pavimento in legno del sottotetto. Una piena di pianto semina le ciglia sulle guance. Ginevra le raccoglie con cura specchiandosi in una finestrella chiusa. Schiaccia forte il desiderio, oppure non si avvera le bisbiglia sempre la nonna, con il pollice e l’indice che si baciano. Ginevra schiaccia fino a rovinarsi le dita ma la nonna viene solo di domenica, i ragni non se ne vanno dalle travi, mamma non smette di cacciarla in soffitta e il sorriso di ferro è ancora lì che la guarda dal vetro.
Domani inizia l’estate.
Al mare non ci sono gli insetti e a casa dei nonni non c’è la soffitta. Il pensiero di due mesi senza travi umide e ragni la mette di buon umore. Certo, di fare amicizia con gli altri bambini della spiaggia non se ne parla proprio, tantomeno mostrare loro il sorriso di ferro, che magari le risate di questi bambini del mare pungono la pelle come quelle dei suoi compagni di classe. Meglio non rischiare.
Papà carica il suo trolley rosa nella macchina del nonno. La saluta con un bacio di circostanza sulla fronte e gli occhi pieni di sonno inevaso. La pelle pallida della mamma si accende con il sole. Quando vengono i nonni, nessun moscone le rimane posato sul viso. Sorrisi e raccomandazioni. Fai tutti i compiti, non gridare. Mentre gli adulti parlano fuori dal finestrino, Ginevra è già seduta in auto con la cintura allacciata. Il nonno la porta in giro senza seggiolino, replica al papà che è una bimba grande e non ne ha bisogno. Le piace dormire mentre la macchina si muove, perché è più veloce di tutti gli insetti. Si sveglia per la pausa merenda, con l’odore del mare nell’aria e l’olio della focaccia sulle dita.
La ferrovia passa tra l’autostrada e la riviera. Qualche treno le viene incontro ogni tanto. Da casa fino al mare ci sono così tanti binari a cui fare la guardia da non far dormire tutti i papà della terra.
La strada per casa dei nonni scende a serpentoni lungo una ripida discesa. Le piace arrivare la sera. Le luci della piazza del paese, qualche giro sulla giostra cercando di acchiappare il codino, due palline di gelato alla crema. Il mare di notte si sente e basta. Respira contento: schiuma fresca contro la battigia. A Ginevra piace sapere che è lì per lei, senza ancora vederlo.
Il mattino seguente, Ginevra scalpita per andare in spiaggia. I primi giorni d’estate sono i più belli perché non c’è ancora nessuno. Il mare è tutto suo. Gli ombrelloni ancora chiusi, il bagnino sonnecchia sulla sua seggiola rossa. I nonni la guardano dalla prima schiera di lettini. Quest’anno però, qualcosa non va.
Un bambino ossuto esce dall’acqua, appesantito da un costume-a-pantaloncino verde fosforescente di una taglia troppo grande. Si avvicina a Ginevra, passi malfermi tra i sassolini della spiaggia. Ha una grossa benda bianca di cotone all’occhio destro, fissata col nastro lucido. Sorride mostrando qualche finestrella tra i denti e le tende la mano impettito. Ciao, sono Lele il pirata. Vuoi giocare con me?
Imbarazzo, paura, fuga tra gli ombrelloni. Ginevra si aggrappa forte alla gamba rugosa della nonna. Ai calmi inviti di andare a giocare col nipote della signora Angela, la titolare dei bagni, Ginevra risponde col broncio. Resta sotto l’ombrellone, accartocciata nell’asciugamano, a guardare Lele il pirata all’arrembaggio di tutti i bimbi della spiaggia.
L’estate prosegue con qualche timido bagno rubato nei momenti di assenza del pirata. Gli ombrelloni pian piano fioriscono, i bambini aumentano, ma il nemico resta isolato. Lui, da buon corsaro, li abborda tutti, petto in fuori e costumone verde al seguito, ma fallisce ogni assalto. Nessuno vuole giocare con lui. Ascoltando le chiacchiere da ombrellone di madri pettegole, che raccomandano ai figli di stare attenti, poverino, al bambino con la benda, Ginevra scopre che la pezza bianca serve per non fargli scappare quell’occhio vivace, che guarda dove vuole e allora deve stare al buio. Quando la spiaggia si svuota e i bambini normali si affollano al bar o intorno al biliardino, che non è sport da farsi se un occhio va per conto suo, il pirata si aggira solitario attorno agli scogli. Naviga con l’acqua alla vita, armato di secchiello.
Ginevra lo segue, incuriosita. Lele si china, sbircia attraverso le fessure dei sassi e ci infila rapido le dita. Forse ha preso qualcosa. Falso allarme, riapre la mano vuota. Ginevra si avvicina. Con un altro lesto colpo di mano, Lele cerca di bloccare qualcosa dagli scogli. Sembra un sasso nero molto scivoloso. Qualche altro passo. Lele aspetta l’onda poi infila mezzo braccio tra due massi levigati, lo torce come se gli stesse scappando una biglia sotto il divano. Ginevra gli è di fronte. Lele ritrae il braccio, con un movimento secco deposita qualcosa nel secchiello. Qualcosa di vivo.
Ginevra lo guarda nell’occhio, stupita. Lui le mostra fiero il secchiello. Ho preso i ragni dell’acqua, ne vuoi uno?
Una mezza dozzina di piccoli granchi neri si dibatte in quattro dita d’acqua sporca. Ondeggiano frenetici le zampe pelose contro le pareti di plastica gialla. Si ammassano uno sull’altro e si pinzano fra loro, cercando salvezza. Ginevra guarda il contenuto del secchiello, terrorizzata. I ragni dell’acqua sono ancora più grossi e spaventosi dei ragni normali. Però, non grida. L’insetto dei pensieri le punge forte la testa: Lele il pirata ha catturato i ragni più schifosi mai visti. Può farlo anche lei.
Vuoi provare?
Senza aspettare risposta, Lele prende dal secchiello un piccolo granchio nero e glie lo caccia tra le mani. È viscido ma anche ruvido, scalcia e sguscia tra le pieghe dei palmi. Lo sfiora con disgusto. Il pirata le mostra come tenerlo, da dietro, stretto tra due dita, in modo da non farsi pizzicare. Le dice all’orecchio che sono molli, sotto.
La mano lontana dal corpo, Ginevra tiene il granchio tra le dita mentre dimena disperato le chele. Lo stringe tra pollice e indice come un ciglio cascato dall’occhio. La sagoma di nonna sulla sdraio si distingue appena. Schiaccia forte il desiderio.
Il pollice sfonda il carapace. Schizzi. Poltiglia. Ginevra separa le dita. Il granchio sbriciolato ricasca nell’acqua e affonda leggero, in una coda di bollicine. Quelli grossi si mangiano con gli spaghetti dice Lele il pirata con aria di complicità.
Ginevra si succhia le dita spruzzate di polpa e gli mostra soddisfatta il sorriso di ferro.
Immagine generata con Gemini AI