ORDALIA
Marcello mi guardava da anni ma io non lo vedevo. C’erano diversi impedimenti. Lui era sposato, io legata a un uomo che non amavo. Ero ancora convinta che il mio desiderio fosse un cavallo da imbrigliare, e che le circostanze esterne potessero frenarmi. Non volevo distruggere, non volevo distruggermi. Volevo stare ferma, osservare, immaginare. Non so cos’è scattato, a un certo punto. Non so quand’è successo, né perché. Il momento esatto in cui l’immaginazione è diventata un limite e la vita una possibilità. Qualcosa è collassato: nel corpo, prima che nella mente.
Quand’ero più giovane, mi tagliuzzavo gli avambracci. Anche quella era una prova: sanguino, dunque esisto. Poi mi sono messa a scrivere. Sanguinavo meno, mi concentravo sulla forma, sulla padronanza tecnica. Ma era un modo di scrivere maschile, cerebrale, performativo. L’architettura, la sintassi, le scelte lessicali, lo sguardo: tutto era maschile, tutto era falso, appreso, modellato su quello che esisteva già.
Il corpo ha deciso per me. Dovevo sacrificarmi, dimenticare la vita normale, varcare la soglia che separa l’esperienza dalla forma, il prima dal dopo, la materia grezza dalla sua organizzazione. È stato a quel punto che ho cominciato a ricambiare lo sguardo di Marcello, a smettere di percepirmi come oggetto per diventare soggetto. Ma in quel soggetto ho scoperto una donna che non conoscevo.
Quanto a Marcello, ho annusato il suo desiderio, e prima ancora che lui potesse razionalizzare l’ho attirato nella rete. È facile, basta attenersi al principio guida: è il cazzo che comanda. Gli uomini sono deboli, vanno colpiti alla sprovvista. Le strategie sono poche ma mirate, volte a destabilizzarli, ad aggirare la barriera cognitiva, a spezzare le difese, a disarmarli. È una guerra psicologica a tutti gli effetti, e cadono tutti, uno dopo l’altro, non perché lo vogliano ma perché non possono farne a meno. L’ego va lavorato, mai distrutto, a meno che l’intento non sia quello di umiliarli, di farli sentire deboli, inferiori, castrati come al cospetto delle loro madri. Perché quello che l’uomo teme e desidera più di ogni altra cosa è l’archetipo della madre.
Per sedurlo mi è bastato un varco. Ci sono, ti riconosco, so che mi vuoi, so che prima o poi cederai, non è se ma quando, so che tua moglie non vede più l’uomo ma solo il ruolo, la funzione, il marito, il padre.
So che hai rinunciato all’eros per la tranquillità. Per me tutte queste cose non contano, io sono quella che ti accende, il caos, l’anarchia, la vita, con me non dovrai fingere, non ti chiederò mai nulla, non mi interessa, non vengo dal bisogno e proprio questo mi rende forte, proprio per questo non sarai costretto a mentire – non con me, almeno – mi racconterai delle tue ferite e io ti racconterò delle mie, e soprattutto ti sentirai di nuovo virile, assaporerai la vertigine, la volontà di possedere, di dominare, di marcare il territorio, le pulsioni a lungo represse torneranno a galla e all’inizio ti sembrerà di poterle gestire – il caro, vecchio meccanismo della scissione –, all’inizio ti sentirai euforico e arriverai perfino a rivalutare la tua gabbia autoinflitta, le serate con tua moglie, due estranei che scrollano i telefoni davanti alla tv accesa, i bambini che dormono, il lavoro, la cena da preparare, la casa da sistemare che i progetti, la cura, tutto molto romantico, tutto così adulto – e allora perché quando compaio nel tuo orizzonte le tue pupille si dilatano, perché la tua voce si abbassa, perché vacilli?
Marcello. Alto, prestante, il fisico di chi vive ancorato alla terra, e infatti fa il cameriere da vent’anni, vent’anni sempre nello stesso ristorante, mai una lamentela, mai un colpo di testa. Affidabile, solido, braccia abituate a sollevare casse di vino – come sarebbe la tua presa sul mio corpo? – postura dominante, gambe larghe, schiena dritta, peccato che lo sguardo lo tradisca, lo sguardo scivola nella mia scollatura – ti piacciono le donne, Marcello, ti sono sempre piaciute – mi intercetta mentre vado in bagno, abito rosso, gambe nude, rossetto, tacchi alti, capelli biondi, portamento eretto, timidezza negata, rimossa, sepolta sotto strati di sarcasmo, sorrisi ambigui, innocenza borderline – non sia mai che qualcuno mi veda per davvero.
«Venite a mangiare qui da anni e non so neanche come ti chiami.»
Mi fermo un attimo all’ingresso della cucina, mi sfiora un braccio come per caso, lascio che mi osservi per un istante di troppo, gli stringo la mano. «Mi chiamo Adele» rispondo, «e tu?»
«Marcello.» Mantiene il contatto visivo, io non arretro. «Il rosso ti dona.»
Sorrido, conosco bene l’effetto del rosso sugli uomini, l’ho sperimentato tante volte, è il colore della sfida, dell’arena, del coraggio. Risveglia il loro istinto primordiale, lo so ma faccio finta di non saperlo, mi riesce bene il ruolo dell’ingenua, forse perché in realtà lo sono, ma in un modo trattenuto, non voglio essere distrutta, io voglio distruggere loro, la loro sicurezza, l’illusione di essere uomini perbene, diversi dagli altri, uomini che amano le donne, che non le disprezzano, che non le usano. Eppure non è vero, tutti obbediscono all’impulso primario, magari non subito, ma prima o poi sì: è una legge universale, biologica, senza eccezioni. Non si sfugge, è così e basta, e io sono qui per dimostrarlo: guardami una volta sola e finirai incenerito, toccami e non tornerai più indietro.
E infatti lui mi ha già toccata, ha oltrepassato la barriera di protezione, non occorre altro per darmi la certezza del suo cedimento imminente, quando un uomo cerca il contatto fisico è già salito sul patibolo, aspetta solo che il boia gli infili il cappio e dia un calcio allo sgabello. Non importa che ne sia consapevole o meno, non è questo il punto. La struttura è già stata edificata: le fondamenta, i muri portanti, le travi, il tetto. Tutto il resto può essere plasmato a mio piacimento, non adesso, non c’è fretta, dipenderà dalle variabili esterne, dall’umore, dall’occasione. Dentro di me lo archivio come “materiale potenzialmente interessante”, “racconto nuovo”, “esemplare maschile di buona qualità”. Registro ogni dettaglio: braccio sfiorato, sguardo diretto, complimento en passant (“il rosso ti dona”). Potrebbe servirmi in un secondo momento – non è detto, ma potrebbe –, il momento in cui sarò già altrove, tipicamente sul mio letto sfatto, in pigiama, con una felpa logora e una canotta da quattro soldi, due paia di calzini, i capelli raccolti, la faccia struccata, gli occhiali da lettura, le unghie smangiucchiate, tutto il contrario della tigre con l’abito rosso e l’eyeliner, basta schiacciare un interruttore e il cassetto si apre, il cassetto con le scene già pronte, i personaggi, le emozioni congelate che si riversano sulla pagina senza filtri, le pastiglie di Xanax per placare l’adrenalina – scrivere è come commettere un omicidio: richiede coraggio, sangue freddo, nessuna esitazione –, e guardate che non sto romanticizzando l’atto della scrittura, non c’è niente di poetico in una donna che per riuscire a sentire qualcosa deve aprire un file Word e un minuto dopo è costretta a strafarsi di benzodiazepine per non sentire troppo. Non è sexy, non è cool, anche se avete il cervello atrofizzato dalla sad girl aesthetic, non è glamour, è solo un fatto, è neutro come può essere neutro accendersi una sigaretta o guidare l’auto, sono automatismi, nessuno sceglie niente, non è del tipo “ah che bello, adesso mi metto a scrivere”, e neanche “oh che palle, adesso mi tocca scrivere”; è piuttosto: “la luce cruda, il sole di mezzogiorno, il frutto purpureo del banano, l’odore dei gelsomini, la bouganville che infesta i muri delle case, il costume bianco, lui che mi stringe come una cosa perduta e poi ritrovata” (questa frase l’ho pensata subito, e poi l’ho conservata per usarla al momento opportuno), devo trascrivere tutto non per impedire che svanisca – non svanisce mai – , ma perché altrimenti che senso ha? che senso ha vivere annusare respirare toccare guardare ascoltare mangiare scopare, che senso ha se non lo scrivi?
L’errore è stato toccarmi il braccio. In quel momento il suo sistema difensivo è crollato. C’erano molti ostacoli. La moglie, prima di tutto. La reputazione, il piccolo paese di mare che d’inverno è morto ma d’estate si riempie di turisti. Solo che io non ero l’americana che si esalta per l’italiano dal fisico stentoreo e la battuta brillante. I complimenti non mi impressionano. Non ho alcun rispetto per gli adulatori né per chi mi teme. Distinguo immediatamente chi domina da chi si fa dominare. E chi si fa dominare si brucia.
Sei bella, sei attraente, mi piaci, mi fai impazzire. Tutto scontato, già visto, interpretabile con le solite categorie. Uomo debole privo di intelligenza strategica. Il corpo serve per confonderli, la superficie per abbagliarli, il magnetismo per alimentare le loro fantasie di conquista. Dinamica prevedibile: oggetto che credono di poter controllare; soggetto che li osserva, li valuta, li smonta per studiare il meccanismo, si avvicina non per reale interesse, ma per scoprire i punti deboli, lasciare che si aprano, che confessino, che abbassino la guardia. È tutta una questione di potere: l’attrazione non c’entra niente, come non c’entra il sesso. Il sesso è una copertura. Non c’è intimità, non c’è vicinanza. Si tratta di lavoro: la scrittura è una forma di prostituzione sublimata.
Il ristorante lo frequentavo da anni. Un locale gestito da un signore verace, brusco, fumantino. Un vecchio leone siculo prodigo di complimenti. Maschilismo travestito da galanteria. A suo modo, un soggetto affascinante. La mia famiglia ha una villa in una località balneare che chiameremo X. Un posto piacevole dove trascorrere i mesi estivi in pace, senza interferenze. Mare, scrittura, tende di lino, pavimento di maioliche, lunghi sonni pomeridiani, pelle abbronzata e calda, pasti frugali a mezzogiorno – pane, pomodori e olive – cene a base di crostacei, spaghetti con le vongole, tartare di tonno, tavolo prenotato sulla terrazza vista mare.
Marcello mi ha chiesto il mio contatto social con una scusa puerile – il giorno prima un tizio strafatto aveva spaccato una bottiglia in testa al proprietario, gli avevano dovuto applicare una quindicina di punti, Marcello voleva che leggessi il suo interessantissimo post sul degrado del paesello, colpa di un certo tipo di turismo che a suo dire snaturava la Sicilia e la rendeva un parco giochi per imbecilli (per carità, non che avesse tutti i torti) –, io naturalmente ho finto di crederci, dai social siamo passati al numero di telefono, dal numero di telefono ai primi contatti e alla richiesta di vederci “per un drink” (certo, come no). Venivo da un periodo di anestesia perenne, avevo appena chiuso un libro su commissione a metà tra saggio e autofiction, mi mancava la materia prima. Avevo scritto tre o quattro sinossi di romanzi, tutte bocciate dalla mia agente (troppo provocatorie, spaventano gli editori, ci vuole prudenza, il mercato è in flessione, cercano romanzi tradizionali, si va verso la semplificazione, eccetera eccetera – discorsi offensivi per un’artista abituata a vivere nella zona del rischio, pronta a cadere down the rabbit hole per esplorare cosa c’è dall’altra parte –, e tuttavia non avevo (e non ho) alcuna forma di attaccamento per i miei progetti abbozzati, so che le idee arrivano senza fatica, la pagina bianca mi eccita invece di bloccarmi, nutro piuttosto una specie di distacco per i progetti già compiuti, per i romanzi terminati, tutta roba che mi annoia e che non mi tocca più: pattume da rimuovere. Non erano quei romanzi abortiti a crearmi problemi, quanto la necessità di una svolta artistica, l’insofferenza nei confronti delle forme chiuse, dei romanzi, dei memoir, delle autofiction, dei racconti, di tutto ciò che è codificato e dunque per definizione già morto.
La mia immaginazione mi dava il voltastomaco, una sensazione fisica di non appartenenza, di frustrazione, di slealtà nei confronti di me stessa. Tutto il resto – i discorsi sulla prudenza e sul mercato – mi suscitavano una forma di disprezzo, di distacco e insieme di superiorità, tutte emozioni estreme, svalutanti, molto vicine all’odio ma senza calore. Mi serviva un’ordalia. Potevo davvero spingermi dove mi faceva paura? Potevo sacrificare la mia vita, trasformarla in finzione, per salvare la letteratura come campo assoluto di verità?
Così sono uscita con Marcello. Ho indossato il costume di scena e il rossetto (sei pronto a correre il rischio che tua moglie ti chieda conto delle macchie sulla camicia?). È venuto a prendermi in moto a due passi dalla villa, ho esitato un po’ prima di salire, una parte di me sperava che ci notassero – nessuna paura delle conseguenze, nessun rimorso, soltanto il piacere perverso di attraversare il limite.
«Dove andiamo? Ho bisogno di bere qualcosa» gli ho detto mentre salivo in moto.
«Ho il mio bar personale.»
Non ho fatto altre domande. Mentre mi stringevo a lui, il seno premuto sulla sua schiena, riflettevo sui dialoghi, sulla resa tecnica della scena, mi concentravo sul rumore della moto, registravo le deviazioni nei vicoli per evitare le strade principali, ripensavo alle sue pupille dilatate nel momento in cui mi aveva vista finalmente da sola, non più cliente da servire, ma donna pronta a offrire il proprio corpo.
Si è fermato davanti al ristorante chiuso, la terrazza vuota con le sedie impilate l’una sopra l’altra mi dava un senso di desolazione, non l’avevo mai vista così disadorna e silenziosa, una diva stremata chiusa in albergo dopo una performance mediocre, anch’io avrei fatto quella fine?
Marcello tace, tira fuori dalla tasca le chiavi del ristorante, apre la saracinesca, il mare al di là della terrazza è di un nero opaco, chissà cosa si nasconde sotto la superficie, vorrei che mi chiedesse di fare il bagno ma non siamo qui per questo, non c’entrano i sentimenti, non provarci nemmeno, non provare a lasciarti coinvolgere, il corpo agisce e la mente scrive, non c’è spazio per altro, solo tu e il personaggio, concentrati, ascolta quello che dice e poi deformalo, non perdere il focus, non pensare al pubblico ma alle battute, non è un problema se ti emozioni, anzi, è l’unico modo per essere autentica, se stai mentendo il lettore lo avverte, e tu non stai mentendo, stai lavorando, sono due cose molto diverse, non confonderle mai.
Marcello accende le luci, si dedica ad attività pratiche per nascondere l’ansia di avermi portata lì. Mi domando se sono la prima o se piuttosto questo non sia il suo modus operandi, vorrei chiederglielo ma forse non è il momento, anch’io sono in imbarazzo, per cui taccio e mi accendo una sigaretta. «È un problema se fumo?»
«Se proprio devi…» Lo dice sorridendo, è intimorito e si vede, mi allunga il posacenere, non sa come comportarsi, tocca a me ostentare sicurezza.
«Mi prepari un drink?»
Dargli qualcosa di pratico da fare lo aiuta a sbloccarsi, e infatti entra in modalità barista. «Certo, ti preparo un cocktail speciale. Che base vuoi?»
«C’è bisogno di chiederlo?»
«Vodka?»
Annuisco. Un pesce di ceramica blu mi fissa dalla parete, ha la bocca semiaperta, gli occhi pitturati di giallo.
«Tu cosa bevi?» gli chiedo.
«Un whisky.»
«Che cliché.»
«Cosa?»
«L’uomo che beve il whisky, dico.»
Mi guarda perplesso. La parola cliché non fa parte del suo vocabolario.
«È una banalità» dico. «Bevi qualcos’altro.»
«Bevo quello che mi piace.»
«E io ti piaccio?»
Arrossisce, non risponde.
«Lo fai spesso?» lo incalzo.
«Cosa?»
«È qui che porti le tue amanti?»
«Sei impazzita? Se il capo lo scopre mi uccide.»
«Pensi che sia così ingenua?»
Fa il giro del bancone, mi serve il cocktail, si siede, sorseggia il suo whisky.
«Non brindiamo?» dico.
«Hai ragione.»
I bicchieri si toccano lievemente, tintinnano, lui tiene gli occhi bassi, poi a un tratto li solleva e incrocia il mio sguardo, sembra stanco, non so se per i turni massacranti o se perché non riesce più a fingere.
«Sei innamorato di tua moglie?»
Beve, distoglie lo sguardo, quindi torna a guardarmi, non sembra stupito dalla domanda. «Innamorato, dopo tanti anni… non saprei…»
«Allora no.»
«Non è così semplice…»
«È semplicissimo, invece. O è sì, o è no. E nel tuo caso è no. Scopate ancora?»
«Beh, non spessissimo…»
«Che vuol dire? Una volta a settimana? Una volta al mese?»
«Meno.»
«E non ti pesa?»
«Sì, ma…»
«I figli e tutto il resto…»
«Esatto.»
Spengo la sigaretta. Il cocktail non è male, solo un po’ troppo secco per i miei gusti.
«Ho avuto delle avventure, in passato» dice.
«Non avevo dubbi.»
«Non tante quanto pensi. In venticinque anni di matrimonio mi sarà capitato due o tre volte.»
Sembra un uomo che non ha più la forza di vivere. Mi alzo, avvicino il mio viso al suo. Lentamente, senza fretta. Rimane immobile per qualche secondo, poi mi bacia.
Nei giorni successivi mi sento euforica. Mi scrive, gli scrivo. Quando sono a cena coi miei al ristorante ci incontriamo in bagno, a metà serata mi alzo e gli rivolgo uno sguardo. È il segnale. Il bagno si trova all’esterno, in un corridoio illuminato debolmente e circondato da papiri e palme. Lo aspetto all’ingresso, arriva dopo qualche minuto. Ci baciamo, il mento appena rasato è ruvido, mi lascia dei rossori, mi infila le mani sotto le mutandine, qualche cliente deve usare il bagno, ci ricomponiamo in fretta. Vuole scopare in bagno, l’erezione è impossibile da nascondere, io mi nego, non qui, non adesso, c’è tempo per quello.
Rientro in sala per prima, lui dopo un po’. È una precauzione inutile, tutti sanno tutto, lo capisco da come mi guardano. Mi sento viva, ho le gambe piene di lividi, la sua presa è salda, la mia pelle delicata. Espongo le ammaccature come trofei, non gli chiedo niente, non mi chiede niente, a volte dopo l’amore si sfoga, mi racconta di sua moglie, del padre malato, delle figlie adolescenti. Fingo di ascoltarlo, ma quei suoi squarci sulla vita privata mi irritano profondamente, mi sento quasi offesa, sporcata da qualcosa che preferisco ignorare.
È lui che ha scelto di avere una famiglia, non io, io ho scelto la solitudine, e la solitudine ha un prezzo che lui non può neanche immaginare, perché mai dovrei interessarmi al suo dramma piccolo borghese? Di mio non gli concedo mai nulla a parte il corpo: il mio piacere, una qualsiasi forma di rassicurazione o di tenerezza, tutto gli è negato. Non sopporta che dopo il sesso mi alzi e mi rivesta, che mi pettini i capelli senza guardarlo, che lo lasci lì come un idiota. Cosa vuole da me, perché il sesso non gli basta, perché mi guarda così?
Un giorno mi chiede di incontrarci al pomeriggio. Non è mai successo. Deve andare in trasferta a ritirare delle casse di vino, sono al ristorante alle due, massimo alle due e mezza, vediamoci, mi scrive. Ma è giorno, rispondo. Passa dalla terrazza, a quell’ora sono tutti al mare, c’è una porta secondaria sulla sinistra, entra, ti aspetto.
Ho il battito accelerato, non so cosa succede, qualcosa mi sfugge, perché vuole vedermi di giorno? È rischioso, potrebbero scoprirci, il capo, ad esempio, o la moglie. E se lei sospettasse? Avrà visto le macchie di rossetto? Non andare, mi dico, eppure non ho la forza di dire di no. Devo sapere come va a finire. Mentre penso questo, mi rendo conto di quanto sia ridicolo. Come vuoi che vada a finire? Tra pochi giorni parti. Tu torni a Milano, lui resterà al paesello, tornerà alla solita routine con la moglie, il padre malato, le figlie, il lavoro, la casa e tutto il resto. Si dimenticherà di te, ti dimenticherai di lui. Accadrà in modo indolore, nessuno si farà del male. Giorno o notte, cosa cambia? Il racconto sarà migliore: non solo oscurità ma anche luce, sarà una storia cruda e imperfetta, sporca, nichilista. Mi infilo il costume bianco, il mio preferito, la pelle è abbronzata, il viso si è riempito di efelidi, i capelli si sono schiariti. Allo specchio vedo una donna che non mi piace, una bellezza innocente, un agnello sacrificale, una martire. Rido delle mie fantasticherie, è solo un racconto, non un melodramma, non un romanzo russo, non sei Anna Karenina e lui non è il tuo Vronskij ma solo un Marcello qualunque.
Non mi metto il rossetto ma lo infilo nella borsa del mare. Poi m’infilo gli shorts di jeans e gli occhiali, prendo le chiavi ed esco.
La luce cruda della controra, il cielo di un azzurro accecante. Chiudo il cancello e svolto a destra, saranno trecento metri, li percorro a passo svelto, piena di vergogna, le lucertole mi tagliano la strada, l’odore dei gelsomini si confonde con quello della spazzatura lasciata a marcire davanti ai cancelli, la bouganville che costeggia i muri è minacciosa nel suo color vermiglio, non incontro nessuno. Nelle cuffie, a volume altissimo, la voce di Corelli canta La Fleur in italiano. La scena funziona, non manca niente, tra poco mi ritroverò sulla terrazza, il mare non più di un nero opaco ma color verde bottiglia. Giro l’angolo, guardo verso la spiaggia, una giovane coppia ride e gioca nell’acqua – perché non mi ha chiesto di andare al mare?
Trovo la porta secondaria, è socchiusa, per sicurezza busso leggermente, Marcello mi fa entrare. Indossa una canotta rossa e un paio di pantaloncini, mi avvicino per baciarlo ma lui non lo fa. Mi stringe come una cosa perduta e poi ritrovata, la mia testa sul suo petto, le mani mi accarezzano i capelli e poi il viso, solo allora arriva il bacio, ma è un bacio che proviene da un luogo sconosciuto, un bacio alieno, non so se significa paura, turbamento o qualcosa di infinitamente più pericoloso, non parlo quella lingua e lui non spiega, non si giustifica, per la prima volta perdo l’uso del linguaggio, non so come difendermi, mi mancano le coordinate, mi ritrovo in un deserto di senso, la mia vita è un deserto e tuttavia ho sempre avuto il linguaggio, cosa accadrebbe se di colpo scomparisse?
«Fa caldo» dice, «andiamo nella cantina dei vini.»
La cantina è piccola e fresca, polverosa e caotica. Marcello ha un sorriso timido, mi chiedo se abbia dei ripensamenti, in un certo senso me lo auguro, vorrei che mi chiedesse di andarmene, che ammettesse lo sbaglio, però non lo fa. Si sdraia sul pavimento, aspetta che sia io a prendere l’iniziativa, forse crede che sia un segno di rispetto, purtroppo io vedo solo debolezza: lui che subisce, io che decido. Mi tolgo il costume, rimango nuda davanti a lui, non sopporto che mi guardi, il suo desiderio mi espone, voglio che finisca il prima possibile, ho bisogno di recuperare quello che ho perso, di recuperare il linguaggio prima che si sfaldi per sempre.
Durante il sesso pretendo che mi chiami troia, lui tenta di accontentarmi ma lo fa malvolentieri, percepisco il suo disagio, gli mostro i lividi sulle gambe, non si eccita, si vergogna, si scusa, si giustifica, vuole farmi venire ma io glielo impedisco, non m’interessano i suoi sensi di colpa. Finalmente accetta la sottomissione, mi viene in bocca come gli ho ordinato. È finita, non ho più nulla da temere.
«Dove vai?» mi fa.
«In bagno.»
Si sforza di controllarsi, ha paura che me ne vada, che gli sfugga. È la voce a tradirlo.
Mi lavo, poi prendo la spazzola dentro la borsa del mare, mi pettino davanti allo specchio, lui è in piedi alle mie spalle, non sa che dire, se potesse chiuderebbe a chiave la porta del ristorante, ma non può, e quindi mi osserva, cerca di prevenire le mie mosse, studia la mia freddezza, la mia mancanza assoluta di bisogno. Cerco il rossetto, me lo passo rapidamente sulle labbra pallide.
«Cosa fai? Te ne vai subito?»
«Mi prepari un caffè?»
Abbassa gli occhi, va verso il bancone. Finisco di sistemarmi, mi siedo sullo sgabello. È nudo, prepara il caffè, ha la fronte sudata. Rido, cerco di sdrammatizzare. «Mi piace questo format. Caffè con barista nudo. A Milano funzionerebbe.»
Quella parola, Milano, lo destabilizza. So bene quello che sto facendo, non l’ho pronunciata per caso. Mancano pochi giorni alla partenza, tanto vale che se lo metta in testa.
Appoggia il caffè sul bancone. Lo sorseggio, lascio una macchia rossa sul bordo della tazzina.
«Sei impazzita?»
Sorrido, finisco il caffè. Afferra la tazzina, la strofina violentemente con la spugna.
«Perché ti sei messa il rossetto? Non stavi andando al mare?»
«Sì, e allora? Non sei mica l’unico a cui piace il rosso.»
Lo osservo mentre serra la mandibola, rabbia trattenuta, viene verso di me, mi abbraccia da dietro. «Perché ti sei messa il rossetto? Perché adesso? Voglio baciarti.»
Prendo la borsa, mi sistemo il costume, mi infilo gli shorts, me ne vado.
Per due giorni non si fa vivo. Resisto. Qualsiasi parola sarebbe di troppo. Mi serviva un racconto, ora ce l’ho. Ha un inizio e una fine, come tutte le storie. Allora perché non dormo? Perché vorrei affogarmi? E se gli scrivessi io? Solo per sapere come sta, che fine ha fatto. Nessuna pretesa, nessuna richiesta, un messaggio banale. No, meglio evitare. Sarà con la moglie. Meglio così. Il giorno dopo, silenzio. Poi arriva il messaggio.
dimmi che domani mattina ci sei. dopo le 11.15. varie commissioni da fare (insulina a mio padre e altre cose che ti annoiano). ma al più tardi alle 11.20 sarei in zona. per favore, vediamoci al ristorante.
Non rispondere, mi dico. Non ha senso. Il racconto è finito. Non hai nulla da aggiungere, è perfetto così com’è. Rileggo tre quattro volte. Mi convinco che manca il finale. Posso fare di meglio, si può sempre fare di meglio. Un ultimo incontro e basta. Rispondo, cancello prima di premere invio. Mi fermo, rifletto. Le parole scritte escono contro la mia volontà:
ti amo, marcello. mi fai male, non posso vederti.
Spengo il telefono, vado al mare, l’acqua ripulisce tutto.
L’ultima sera al ristorante ho l’abito rosso. Quando entro, Marcello mi guarda. Non è una novità, mi guardano tutti, sempre. Non è l’unico a cui piace il rosso. Mi siedo al tavolo coi miei genitori, ordiniamo il vino, gli antipasti. Sorrido, discorro amabilmente, a servirci stasera c’è un altro cameriere. Stasera Marcello non si occupa della terrazza. Domattina all’alba ripartiamo per Milano. Sono inquieta. Le parole violente sono state scritte, vorrei rimangiarmele. Il finale, manca il finale.
Mi alzo, attraverso la sala, lui mi vede arrivare. È in piedi davanti alla cucina, come quando ci siamo conosciuti. Uno sguardo, nient’altro. Il segnale. Poi proseguo verso il bagno. Aspetto. Cinque minuti, dieci. Non arriva.
Torno in sala. Non si è mosso. È ancora dove l’ho lasciato, in piedi davanti alla cucina. Mi guarda, lo guardo. Gli volto le spalle, tiro dritto, torno al tavolo. Due gechi amoreggiano sulla parete, sotto la lanterna.
Ci salutiamo come due sconosciuti, davanti a tutti, due baci sulla guancia, un abbraccio fugace. Buon viaggio, dice lui, ci vediamo l’anno prossimo.
Sul traghetto piango.
Immagine generata con Gemini AI