ANCHE I BRAVI RAGAZZI SI FANNO DI EROINA

La compriamo alla stazione da un tunisino che vive lì, nelle casupole annerite oltre i binari che erano depositi merci una volta. Nei giorni infernali di agosto il tunisino si accascia sui calcinacci e sui pezzi di legno delle sedie e dei tavoli che d’inverno usa per accendere il fuoco sul pavimento crepato tra la polvere e la cenere, e si addormenta così, e sembra un re scomposto su un trono di macerie al termine di una rivoluzione inevitabile. 

Per raggiungerlo dobbiamo attraversare i vecchi binari bollenti, uno per uno, sotto il sole cocente e stando attenti che nei dintorni non ci siano poliziotti o carabinieri pronti a chiederti cosa ci fai da quelle parti a quell’ora in quel giorno di quell’estate. Di solito non ci sono, e non ci sono perché fa troppo caldo per fare queste domande, o forse perché conoscono già la risposta, e se conosci una risposta non vale la pena di appostarti sotto il solleone a porre la domanda.

A quell’ora d’agosto ci siamo solo noi. 

Il resto dell’umanità è al mare a sonnecchiare cullata dalle onde o in qualche appartamento striminzito con le pale del ventilatore a soffitto che girano girano girano. Noi al mare non ci andiamo, non abbiamo neanche sonno. Non adesso – adesso vogliamo soltanto un paio di grammi della tailandese che ogni settimana viene prelevata dal carico diretto a Pisa e affidata al nostro tunisino. Lui che è lì ad aspettare giorno e notte il treno che viene da Napoli, e non può muoversi perché il treno arriva sempre a orari e giorni diversi. Può arrivare a qualsiasi ora, e lui deve starsene immobile come un gargoyle a fare la guardia. 

Un tunisino che consegna a un altro tunisino che consegna a un altro tunisino che alla fine la vende a noi.

Lo troviamo sul suo trono con le palpebre socchiuse e la goccia tatuata sotto l’occhio sinistro, dei granelli di polvere a mezz’aria forse smossi da un movimento involontario di un arto stanno precipitando sui suoi calzoni lerci.

Quando ci vede, sobbalza. L’abbiamo spaventato.

Siamo noi, gli dico, tranquillo, e lui si tranquillizza. 

La prima volta c’era voluto un po’ per convincerlo che non eravamo poliziotti in borghese. Non ci credeva. Diceva che quelli come noi non si vestivano come noi, con la camicia e con le scarpe belle. Io gli avevo spiegato che ci vestivamo così perché lavoravamo in un ristorante, tutto qui. Che ci facciamo di roba come tutti gli altri, gli dico, e che se veniamo a quest’ora è perché siamo in pausa dal lavoro.

Il tunisino mi aveva ascoltato senza muovere un muscolo, poi si era alzato sollevando una nuvola di polvere e si era strofinato la faccia con l’avambraccio destro e aveva sputato per terra.

Voi polizia, aveva detto, io qui non fare niente, solo dormire.

Cesare non parlava mai. Parlavo sempre io. Ma perché lasciava parlare sempre me? 

È sempre stato così, fin dal liceo. Me lo ricordo ancora in quarta ginnasio con la maglietta rossa con falce e martello a leggere il giovane Werther, a dribblare tutti e fare gol durante l’ora di educazione fisica oppure in piazza a protestare contro la riforma Gelmini e io che gli dicevo che non serve a niente protestare contro la riforma Gelmini perché non serve a niente protestare in generale, Cesare, tu e tutti quei borghesi figli di dottori e notai col feticcio del quarto stato. A quella gente non frega un cazzo se il prossimo anno licenzieranno il bidello, lo capisci? A volte ero troppo duro con Cesare, ma è quello che fanno gli amici.

Compriamo cinque buste, ma il tunisino ce ne dà sei. Regalo, dice.

Quando la tailandese arriva, il tunisino prepara bustina per bustina. È meticoloso. Prepara ogni maledetta bustina, centinaia di bustine, e le dissemina per la stazione in punti insospettabili: sul margine del marciapiede, dietro gli stipiti delle porte o sotto il lavandino dei bagni. Punti così prevedibili che nessuno prevede mai davvero che ci si possa nascondere qualcosa di tanto prezioso come l’eroina.

Voi, dice, bravi ragazzi, mentre raccoglie una bustina da terra. Perché fare questo?

«Anche i bravi ragazzi si fanno di eroina» dice Cesare.

La verità è che non lo so come siamo finiti così. Una mattina sei a studiare l’ottativo del verbo eimì e a calciare la punizione della vita, e il pomeriggio finisci rinchiuso in uno scantinato a fumare eroina sulla carta stagnola come compito per casa.

Adesso ci sediamo per terra come generali di un grande esercito.  

Il tunisino si accascia sul suo trono, e una nube di polvere e cenere si alza tutt’intorno, ci avvolge, assorbe la luce. Ci osserva curioso con gli occhi gonfi di sonno. Io squaderno i denti e sullo schermo del telefono svuoto mezza busta, poi arrotolo una banconota da dieci.

 «Non tiri?» dico.

Cesare scuote la testa. Sul cucchiaio ha già sciolto la roba e adesso la sta risucchiando con l’insulina che ha usato stamattina. 

Anni fa ci eravamo promessi che non ce la saremmo mai sparata l’eroina in vena, perché tutti dicevano che da lì non si torna più indietro. E allora per un po’ abbiamo fumato la brown e la black tar, almeno finché non ci hanno arrestato lo spaccino. È allora che abbiamo scoperto la tailandese e il tunisino, e la tailandese non puoi fumarla sulla stagnola perché ha un tanfo infernale, è acida, amara più della morte. La tailandese la tiri su per il naso. È più potente della brown, è magica. 

La tailandese doveva essere abbastanza. 

Ma se poi la tua ragazza ti lascia e tuo padre lascia te e tua madre per scappare con una nigeriana senza permesso di soggiorno, finisce che un giorno che sei da solo in casa ti incazzi e vai in farmacia e compri una confezione di insuline e con un tutorial su YouTube impari a scioglierla, la tailandese, e te la inietti su per qualche vena a caso dell’avambraccio.

«Vincè, alla fine l’ho fatto» mi dice Cesare un giorno.

E a cosa serve rimproverarlo, se ormai l’ha fatto? Io a Cesare gli voglio bene, e quando Luna l’ha lasciato gli ho detto che era meglio così, perché Luna era proprio una troia. E quando suo padre se n’è andato con la nigeriana senza permesso di soggiorno, gli ho detto che era meglio così, perché dati alla mano si vedeva che suo padre aveva proprio bisogno di scoparsi una nigeriana. Ma quel giorno non sono riuscito a dire che era meglio così, perché con l’eroina in vena non era meglio così. Come fa a essere meglio così?

Il tunisino si è addormentato.

Quanto silenzio ci può essere in una stazione.

Sono immobile con gli occhi chiusi. Un fachiro.

Sento la tailandese sciogliersi nella rinofaringe e scendere lentamente per la gola come una goccia d’olio, ma il sapore è il sapore di un caramello salato, e la sensazione è una febbre che sale per le tempie, il cervello che avvampa, il piacere che dalla fronte scende giù per il volto fino al collo e al petto e nel cuore che rallenta. 

«Amico».

Riapro gli occhi. 

Il tunisino è nella stessa posizione di prima, ma mi sta fissando. Con lo sguardo indica qualcosa vicino a me, e quando mi volto vedo Cesare disteso a terra.

«Lasciamolo stare» dico al tunisino. – Fra poco si sveglia.

«Non si sveglia» dice il tunisino.

«Certo che si sveglia» dico.

«Non si sveglia, amico»

Torno a guardare Cesare.

«Cazzo» dico.

L’insulina gli è rimasta infilata nel braccio. Non ha neanche finito di iniettare tutta la roba. Dev’essere crollato a metà.

Inizio a prenderlo a schiaffi. Lo schiaffeggio e urlo il suo nome.

«Non urlare, zebb!» urla il tunisino. «Non urlare!»

«Se non urlo, non si sveglia!» urlo.

«Non urlare, zebb!» urla lui.

Allora smetto di urlare.

Il tunisino si alza, si guarda intorno, raccoglie lo zaino e corre via.

«Cazzo».

Sento un treno che arriva, ma è uno di quei treni che la voce registrata definisce in transito prima di invitare ad allontanarsi dalla linea gialla, e infatti lo sento schizzare via senza frenare. Qualche secondo di trambusto ferroso e di nuovo il silenzio. 

Mi è sempre sembrato strano che alcuni treni non si fermassero. Che semplicemente transitassero. Voglio dire, se passi dalla stazione, ti fermi. Sennò non ci passi. È come andare a trovare i tuoi genitori e salutare solo tua madre, ignorando tuo padre. 

Sono cose che non si fanno.

Ma poi, a rifletterci, mi rendo conto che non ci sono altre vie, altri binari, e che il treno deve passare per forza da quella stazione, anche se in quella stazione poi non si ferma. Mi dà solo fastidio, tutto qui. 

Quando sono uscito dalla stazione però stavo già pensando ad altro.

Immagine generata con Gemini AI