DINAMITE
Telefono a mio fratello. Risponde al primo squillo. La voce dolce e squillante come non la sento da anni.
Dico: «Dio mio, Sandrino, cos’è successo? Hai vinto la lotteria, per caso?»
Mi sta mandando a quel paese, lo so. Lo sento dal suo respiro. La voce gli è tornata cupa. Forse non si è accorto che sono io al telefono, chissà. Magari è innamorato e aspetta una telefonata dalla sua bella. «Come stai, Sandrino? Che aria tira a Roma?» gli chiedo. Dice che sta bene e che è al lavoro. Ancora non ho capito che razza di lavoro fa. Lo chiamo sempre Sandrino, anche se a lui non piace. Dice che non è più un bambino. Ma in paese lo chiamano tutti così, tutti i suoi vecchi amici.
Anche la mia voce cambia tono. Ma Sandrino conosce già il motivo della chiamata, è preparato a quest’evento.
«Papà sta male, è peggiorato, vero?» mi chiede.
«Sì, proprio così» rispondo io.
«È la vita».
Nomina spesso questa parola. «Lasciami vivere la mia vita», mi dice sempre. «Che vita è?» gli dico io. «Pensa alla tua!» fa lui. Dopo che mamma è morta, sono stata io a prendermi cura di lui. Lui aveva appena dieci anni, io venticinque. Lo accompagnavo a scuola, lo aiutavo a fare i compiti, gli preparavo pranzo e cena, gli organizzavo le feste di compleanno. Come fa a dimenticarsi che un mese sì e uno no, di nascosto da mio marito, gli ricarico qualche centinaio di euro sulla carta? Se non è irriconoscenza questa? Comunque, il fatto adesso è che papà sta male. Non ci sta più con la testa. Ma lui, mio fratello, fa spallucce. È come se lo avessi qui davanti. Mi sembra proprio di parlare al vento con lui.
«Papà non sa distinguere più le zucchine dai pomodori,» gli ho detto, «il cucchiaio dalla forchetta. Peggiora di giorno in giorno. Io non riesco a gestirlo più. Non posso, non ce la faccio. Dobbiamo prendere una decisione, Sandrino. Insieme. Io ho paura. Ieri ha raccolto un cespo di erba velenosa nell’orto e ha detto che era cicoria. Voleva che gliela cucinassi. La notte sta sveglio. Comincia a vagare per la casa, al buio, come un sonnambulo, scende in cucina. Io ho paura per il gas. Tengo le finestre aperte, ma anche le finestre aperte mi fanno paura. Il pericolo è dappertutto. A volte mi prende per mamma. Mi chiama Maria. Ha detto: “Maria, non senti che Sandrino piange?”
“Perché non leggi un po’?” gli dico io. “Un tempo leggevi sempre. Tutti quei fumetti. E vedevi tutti quei film di sparatorie”. Ho preso dei fumetti da uno di quei scatoloni in soffitta (anche tu li sfogliavi da bambino, ti ricordi?, e poi facevi bum bum con la pistola ad acqua) e glieli ho messi accanto alla poltrona. Più tardi mi ha chiamato e mi ha chiesto: “Ti ricordi il nome del cavallo di Tex?”, “Cosa?” ho fatto io. Con una mano mi ha fatto segno di andar via e poi, un attimo dopo, ha gridato: “Maria, Maria, ho fame, quando si mangia?” Non so che fare, Sandrino, non so più che fare».
Silenzio. Soltanto il suo respiro un po’ affannoso, in sottofondo. Sta fumando, sicuramente. Vedo il fumo che sale su. I suoi denti giallognoli, la barba lunga. Sto per chiudere, sto per dirgli: «Ciao, Sandrino, grazie per la piacevole conversazione, grazie per il tuo amorevole sostegno» quando lui si rifà vivo e dice: «Dinamite.» «Cosa?» faccio io. «Il cavallo di Tex» dice lui. «Si chiama Dinamite. Ricordati: DI-NA-MI-TE. Dillo a papà».
È proprio quello che faccio subito dopo, e papà dice: «Sì, Dinamite, proprio così. Uno splendido stallone, con una lunga criniera…»
Abbiamo appena finito di cenare e papà siede sulla poltrona e continua a parlare di Tex. «…Si era sposato con un’indiana, una Navajos» dice. «Si chiamava Lilith. Era bellissima, portava una fascia sulla fronte, una penna tra i capelli…»
Va avanti così ancora per un po’e poi si addormenta. Nel sonno, sorride come un bambino.
Immagine generata con Gemini, assistente AI di Google
“dipinto ad olio di una pila di vecchi fumetti di Tex accatastati in uno scatolone. In cima a tutti ce n’è uno con in copertina un cavallo”