DONDOLA, SE SERVE

Resta immobile. Respira. Immobile, perché, immobile, il dolore non ti taglierà  ancora. Dovrà distrarsi, annoiarsi e andare altrove, prima o poi. Resta fermo. Non guardare avanti, fissati la punta dei piedi, fingi che a terra ci sia qualcosa d’importante. E respira. Lentamente, senza sibili, altrimenti il dolore ritorna. Torna sempre, ma se si sposta di un centimetro, magari non corregge la mira, e BAM BAM BAM, tre cilecche.  

Pietro, l’infermiere che prova a raccontarti le cose che non dovrebbe, si è  avvicinato mentre mangiavi la fetta di pizza margherita e bevevi un’aranciata. Si è  seduto al tavolo a fianco e ha sussurrato: «Gli resta poco. Ma ha la pelle dura il  bastardo». Poi è entrato il direttore sanitario che non viene per il caffè, ma per  controllare che tu sia ancora lì: da bravo, resti seduto e non si muova, non chieda,  no, non può entrare in reparto, lo sa. Lo sai da quando hai cominciato a venire, da  quando hanno dimesso anche te, le tue ferite più lievi guarite, quelle gravi, dentro  la testa, ficcate a forza nel cervello, quelle no. Una mattina ti sei messo i jeans  migliori e sei arrivato qui. Pietro se n’è andato per paura che il direttore scopra che  fa la spia sul maledetto. Mentre tutti si agitano tu lascia passare i medici, ma non guardarli in faccia che se si fermano ti ricorderai del… di ricordare il dolore. Passa l’infermiera grassa, ti indica a un collega, apre la bocca, poi la copre con la mano. Tu guarda a terra, che non fa male. Immobile. Non dondolare.  

Stavolta il dolore è verde. Acido e cattivo. È stato rosso come la carne e blu come il buio. Ora è verde perché il verde è, a guardarlo, normale. Innocuo. Che sarà mai? È solo verde, inutile lamentarsene, verde vuol dire che passa. Passa prima per loro, per te passa, ma non sai quando. Concentrati: l’arancio è giallo con il rosso, il blu e il rosso fanno il viola, il verde… Il verde ha il giallo. Ma poi? Forse il blu. Sì, quello.  

Bevi il caffè, seduto come ti volevano i tuoi, seduto da bravo e ben vestito. Non  dondolare! Addenta il cornetto e guarda in basso. Finisce sempre così, che la  mattina per prima cosa devi venire qui, qualcuno ti riconosce, ti indica e sposta  l’imbarazzo nel dolore. Ne faresti a meno, lo so, però accade, mamma dice è la vita. Allora torna il male perché rivedi la scena con i loro occhi, te li immagini che  t’immaginano lì, in quella stanza. Le pareti di legno. La loro sequenza animata di te  che lotti e non vinci è diversa dalla tua. La loro è un film. Ammutolisce, ma passa 

immune sulla pelle. La tua strappa la carne, rompe i capillari dell’ano, graffia la  schiena, tira i capelli e colpisce forte la faccia, perché tu taccia, zitto brutto maiale!  La tua; il tuo; la loro.  

Respira, resta immobile, è la cosa migliore, o forse l’unica che ti riesce quando  rivedi “il giorno che ti ha rovinato la vita”, dice l’avvocato, poi ruota di schiena la  poltrona e non parla per un minuto. Dice che riordina le idee, invece fa le pause  drammatiche che ti distraggono.  

Sarà forse l’attesa di sapere se il professore di fisica si sveglia. Sarà quello. Invece è sapere se vive o se muore che t’interessa, perché se vive gliela farai pagare, se  muore sei fottuto, ti resterà addosso lo stigma del violato.

Il rancore per qualcosa che non meriti, non l’hai voluto, ma che sarà per sempre tuo, ti porta ogni giorno al bar dell’ospedale e non in facoltà, a mangiare una pizza riscaldata a mezzogiorno, un caffè con brioche la mattina, per sapere se anche stamani ha superato la notte.

Non te lo dicono, aspetti di ascoltare le parole che gli altri bisbigliano vedendoti. Indicandoti come chi ha quasi accoppato il professore in rianimazione, dopo però. Bisogna capire il prima. Ma perché lo stava violentando! Si è difeso. Mica è un assassino. Certo poteva non andare in ufficio, un ragazzo grande e grosso, mah, ma l’altro era proprio un bastardo.  

Ora è in coma. Non si sveglia. Aspetti che è in coma, diventi al tempo passato,  imperfetto, per sapere se hai perso o se hai vinto. E l’acido del lievito di bassa  qualità ti distrugge lo stomaco. Mattina dopo mattina, a pranzo solo pizza  margherita, a volte ai funghi.  

Respira. Non lasciare la rabbia salire su al cervello. Agli occhi per chiuderteli.  Respira e aspetta che in qualche modo finisca. Finisca è era in coma.  

Hanno detto che è morto lasciando a te la responsabilità di averlo colpito e l’onere della prova. Anche l’avvocato, dopo la pausa drammatica, ti aveva detto che è meglio se si sveglia. Dicono tra di loro, prendendo il caffè, sapendo che senti ogni parola. In culo al direttore sanitario che giurava, parleremo solo con le autorità.  Respira. Respira. Guarda un punto giù. Sono in due, tu addenti il croissant che  stamani quello con la marmellata di albicocche non l’hanno scongelato e ti è  toccato ai frutti di bosco. Pietro che ti guarda da quando è entrato e forse ha paura  che ti alzi e gli chieda: «Come sta?», che poi lui ti risponde sempre: «Le notizie  sono riservate ai familiari», ma solo se con lui c’è qualcuno. Pietro e l’altro hanno il  fiato caldo e lo sguardo pesante di chi ha fatto la notte, dopo averti individuato,  seduto al solito tavolino a fare colazione, stamani non ti piace, i frutti di bosco  sanno di metallo come il sangue, stamani rallentano il passo per dirsi:
«È andato». Dove?  

«Eh, si capiva che avrebbe ceduto». Cosa?  

«E adesso che farà?» Chi?  

«Lo vengono a prendere per l’autopsia». Quando? 

Perché.  

Infili quello che resta del croissant dentro la tazza col fondo del caffè.  Sollevi gli occhi e urli.  

Un suono lungo e monotono che ferma il bar e tutto l’ospedale. Quando finisci e tutti pensano che possono smettere di mostrarsi sorpresi, ma non io, riprendi fiato e continui a gridare mentre la gente si allontana da te. Hiiiiiiiiiiiiii. Un suono imbarazzante, è meglio che la smetti. Hiiiiiiiiiiiiii. Se non la smetti verranno a prenderti per buttarti fuori. Hiiiiiiiiiiiiii. È l’unico modo per  fermare il dolore che è tornato rosso. Fuoco. Ferita. Rabbia. Primario. Hiiiiiiiiiiiiii. Ti prende sottobraccio Pietro, e ti spinge fuori, verso il giardino interno, perché tu finisca di fermare l’ospedale con il tuo grido. Hiiiiiiiiiiiiii. Ti siede su una panchina, mentre la gente ti fa largo intorno. Il camice blu puzza di disinfettante e senti anche il sudore. Come se non lo lavasse da un po’. Hiiiiiiiiiiiiii. Ti ha messo seduto e ti accarezza la guancia. Tu guarda a terra. Non distrarti per quella mano troppo in prossimità, guarda giù e concentrati sul verde. Respira. Dondola, se serve. Il passaggio dal rosso al verde è complicato. Ti servono giallo e blu. Il camice è blu. Respira. Come respiravi mentre ti teneva inchiodato nell’angolo della libreria, e ti stringeva il collo e i testicoli e ti sussurrava di non muoverti che avrebbe fatto subito, in fondo eri lì per quello. E il tuo cazzo era eretto e non doveva. Respira, mentre lo sentivi che ti lacerava la carne, che ti mordeva la pelle leccando il rosso del sangue che usciva.  

«Adesso sai che non c’è più» dice Pietro, mentre singhiozzi per riprendere a urlare. «È andato, è finita». Con l’onere della prova che non è stato un omicidio, ma ti sei difeso.  

Resta immobile. Immobile. Guarda a terra. Respira, ora hai lo spazio per farlo,  puoi dire che è lontano. Guarda Pietro, è lì, non se n’è andato. Respira. Respira. Resta immobile.  

Immagine generata con AI generativa di Adobe Photoshop

“dipinto ad olio che ritrae la fronte di un uomo con tre spie led in fila una rossa una blu una verde”