La macchia nera

Così è per tutti i cavalieri di ventura. Essi vivono duramente, e rischiano la corda, però mangiano e bevono come pascià…

Long John Silver, L’isola del tesoro

1 Broccoli per pranzo

Gravato per trent’anni da un impiego mal pagato, ormai prossimo alla pensione, sottostimato da moglie, figlie e colleghi, detestato persino da quel bastardo del cane di famiglia, il geometra Fracassi scrutava la cartina della Brianza sul numero 3595 del Topolino della figlia. 

Amava leggere fumetti, romanzi di mare e il Corriere della Sera, che quella mattina aveva appena finito di sfogliare, come sua moglie stava facendo con i carciofi: due gesti abitudinari, mai conditi da un goccio di conversazione, scipiti da allappare la lingua.

Il geometra non concedeva tregua alla lettura, alla costante ricerca del cuore delle notizie, lì dove risiede e palpita la cronaca cittadina, non di rado sottratta alla sua ingordigia dalle mani leste dell’Evelina, che ci posava gli scarti della verdura.  

Dietro suggerimento del padre, il geometra Fracassi si considerava l’ammiraglio di famiglia, perché la patria potestà deve rimanere all’uomo, e l’uomo, in quella casa, era lui solo, con l’unica eccezione del cane, ormai castrato.

Novantasette chili di nerbo impratico e nevrosi era il geometra-ammiraglio, con questo appellativo noto a tutti, anche alle bambine e alla moglie; parlava per lui la targa affissa sulla porta d’ingresso: 

“Geometra Fracassi – ammiraglio –
e famiglia”

Abitavano uno sgabuzzino di sessanta metri quadri più servizi, 8×8=64; settanta compresa la cantina. Quattro finestre, due lettucci e un lettone, una cuccia, vasca e lavandino in comune. La spartizione degli spazi e gli orari di fruizione erano regolati con scrupolo: prima il geometra, ore 7 in punto del mattino, poi mamma e bambine. Il resto della giornata, l’accesso al bagno era regolato dalle necessità fisiologiche, che la moglie provvedeva a tenere sotto controllo fornendo alla ciurma un’alimentazione sana ed equilibrata, con consumo di verdure fresche giornaliero, carne bianca e legumi in abbondanza.

Soffiava un vento gelido, quella mattina, che sarebbe stata la più piovosa dei tre mesi autunnali. Al mercato di Papiniano erano terminati i carciofi e l’Evelina era stata costretta a ripiegare su un mazzetto di broccoli comuni, ricchi di fibre, calcio e vitamine. Soprattutto, il cuore palpitante del Corriere non era quel dì necessario, perché di scarti quelle verzure ne hanno ben pochi, così da permettere al Fracassi, quella domenica almeno, la lettura dell’amata cronaca milanese.

Volle il caso – noto per sapersi mettere comodo solo di traverso, con quel nasaccio appuntito e scaltro come un Pinocchio prima della redenzione – che il cuore del Corriere fosse occupato per intero da una suggestiva campagna pubblicitaria, che offriva terreni a prezzi stracciati in quel della Brianza più rigogliosa e lussureggiante. 

“IMPERDIBILE!

VENDESI, località Case Nuove,

a pochi minuti da Longone al Segrino,

Terreno edificabile. Sup. 666 mq, mozzafiato.

Naviga nella ridente pianura padana, circondato dai pendii dolci della collina brianzola, a pochi passi dalle città di Monza, Lecco, Como e Milano.

Un’isola di pace e tranquillità ti aspetta. Servitissimo.

AFFARE – ASSOLUTAMENTE DA VEDERE”

Segnò il contatto telefonico dell’agenzia, tale Raggi Rosy, e appuntò l’indirizzo con un lapis: viale Inganni 45, proprio dietro casa sua, con l’idea di farci un salto il lunedì a venire, previo appuntamento, intorno all’ora di pranzo.

La testa nella florida Brianza, chiuse le pagine del quotidiano e lo arrotolò con cura, lo infilò nella tasca della vestaglia da casa. Sedette capotavola, come di consueto, sfregando le mani con un piacere doppio rispetto al solito; non ebbe a lamentarsi neanche all’arrivo delle pietanze, quando l’Evelina posò, sotto il suo trepidante naso, la triste porzione di broccoli stufati che sostituiva i profumati carciofi arrosto della domenica. Ingurgitò tutto, sotto gli occhi vigili ed esterrefatti dei componenti della sua famiglia; famiglia che presto, ignara, lo avrebbe seguito nella ridente Brianza.

Fracassi aveva un sogno in tasca. E un uomo con un sogno in tasca a una vestaglia è più pericoloso di qualsiasi altro uomo.

 

2 Dio ti vede

Dopo mesi di estenuanti trattative sul prezzo del terreno, il geometra Fracassi partì alla ricerca della ditta edilizia più economica della zona, che gli confezionò la sua villetta bomboniera nell’arco di soli sei mesi. Ormai pronto per mostrarla al resto della famiglia, Fracassi gongolava nel circumnavigarla in lungo e in largo, soddisfatto come non mai.

Come ciliegina sulla torta, pose, sul portone della nuova dimora, accanto alla targa che attestava la sua professione, un solenne cartello, monito a zingari e ladri: “Dio ti vede”. “O l bursa o la vita o ul canèn da la pipa!” 

Così se li immaginava i pirati della Brianza: neri come la pece, scarmigliati e a piedi scalzi, ma pur sempre brianzoli, briganti del gran mare della pianura padana.

Defilato, a distanza di pochi centimetri dal telaio della porta corazzata, vigile seppur nascosto, occhieggiava il cristallino di un minuscolo periscopio, progettato e costruito dallo stesso Fracassi. Bisogna fà balà l’oeucc, diceva all’Evelina, niente è come vedere chi non sa di essere visto, ripeteva soddisfatto a voce alta, mentre la figlia maggiore gli sfilava cinquanta euro dal portafoglio per andare in città a far compere con le amiche.

La villetta, sorta come il Fracassi l’aveva sempre desiderata, trecentocinquanta metri quadrati di sobrio eclettismo e oltre duecento metri quadri di giardino all’inglese con piscina, tronfieggiava come un fortino al centro di una palude bonificata; una torretta merlata in stile baronale scozzese permetteva ai Fracassi di scorgere con largo anticipo l’arrivo di qualsiasi scocciatore.

Aveva impiegato quasi un anno tra progettazione e costruzione, ma ne era valsa la pena. Li attendeva, in ultimo, il trasloco. 

Dovremo portarci anche la mamma…» osservò l’Evelina.

Corpo di Satanasso! Era proprio necessario? Pensò senza ribattere il Fracassi.

Lo era.

Fu il viaggio più lungo che avessero mai affrontato in vita loro, ma giunsero, infine, e cominciarono la loro nuova vita, circondati da distese di sgargianti orchidee piramidali, anemoni bianchi candidi come lenzuola fresche di bucato, mazzi di centauri giallo zafferano e gigari violacei grassi come succose melanzane. Allietavano le loro giornate i gridi striduli delle poiane, uccelli acquatici come i germani reali, i martin pescatori e le gallinelle d’acqua, che abitavano il laghetto accanto alla piscina, condividendo gli spazi con raganelle verdi, bisce d’acqua e tartarughe palustri. 

Suocera e consorte si lanciarono nell’allevamento del tacchino brianzolo, animale leggero e rustico, dalle carni tenere e dalle ottime proprietà dietetiche.

Il sogno si era avverato. Niente e nessuno avrebbe potuto svegliarlo.

 

3 Quid pro quo

Un sogno che si avvera vale almeno un mal di testa.

La mancanza di negozi nel raggio di almeno dieci chilometri, la notevole escursione termica — che vedeva il termometro schizzare da -10 in inverno a +40 in estate — e, non ultimo, il laborioso paziente inserimento del nuovo membro nel nucleo familiare, cambiarono le abitudini alimentari dei Fracassi. I sugosi carciofi del pranzo domenicale furono sostituiti dalla busecca, piatto tipico brianzolo, ricco in minerali ad alta biodisponibilità. Ormai di toilette ne avevano quattro, una per ciascuno, e il Bobby il suo personale angolo di giardino. Potevano pasteggiare a nervitt, busecca e cassoeula, innaffiarli col Pincianel e godere la superba vista a trecentosessanta gradi della vallata, lontani chilometri da chiunque, cristiani, strade, briganti, scuole e negozi. 

L’indisponibilità di un’edicola a meno di quindici chilometri dalla nuova dimora, convinse il geometra Fracassi a sostituire la lettura del giornale con una nuova attività. Smanettando sul profilo Facebook della figlia, aveva scoperto l’esistenza del MTB, Metal Detector Brianza, un gruppo di appassionati che si riuniva due volte alla settimana a caccia di tesori, all’interno del perimetro del Parco delle Groane. Acquistò tutto il necessario: un Garrett Apex Wireless con piastra Viper, ultimo nato tra i migliori metal detector in circolazione, un berretto impermeabile McBurn foderato in pile, con visiera e fanalino a ricarica solare incorporato; un paio di robusti guanti Minelab, adatti a sterrare oggetti metallici; un bastone da trekking in acciaio leggero della Ferrino e un paio di solidi scarponcini Salomon Speedcross 4

Superaccessoriato, gasato, caricato a mille, lanciato verso una nuova avventura, trascorreva la maggior parte delle giornate alla ricerca di tesori, proprio come Long John Silver il pirata, eroe della sua infanzia.


4 Tacchino a volontà

Nei mesi estivi, le nuove attività misero i due coniugi al riparo dai malumori, che una suocera bisbetica e prepotente sotto lo stesso tetto non poteva non stimolare.

Il detto tra moglie e marito non faceva parte del lessico della signora, che spadroneggiava e inveiva contro il malcapitato genero sempre più spesso, costringendolo a continui lavori manuali che un uomo della sua levatura pativa.

I tacchini figliavano, e il geometra si era trasformato in custode e  addetto a pulizia e sanificazione degli ambienti, oltre che  al rabbocco di abbeveratoi e mangiatoie. Si improvvisò persino balia asciutta, quando le madri si rifiutarono di nutrire i pulcini.

Presto, l’intera superficie del giardino fu popolata di pollame affamato e berciante, e il Fracassi fu costretto ad alzare le reti di protezione per proteggere le loro vite dall’ingordigia delle volpi brianzole.

La figlia maggiore prese le pulci, la minore i pidocchi e l’ultima nidiata di tacchini perì a causa della rogna. Da una batteria di quarantasette, non rimasero che cinque esemplari, stoici e spennacchiati, con bargigli pallidi e flosci più del dovuto: cinque bestie misere e segaligne, insufficienti per un solo pranzo al sacco.

Li salvò dalla mannaia la compassione della povera Evelina, febbricitante da un paio di settimane, pentita di aver speso tempo e denaro in un’operazione così sciagurata, e ormai affezionata all’unica prole che la adorasse davvero.

Poco dopo il tramonto di una giornata estenuante, tra bagni bollenti e shampoo antiparassitari, grandi manovre di aspirapolveri e lavatrici, urla, strepiti e boccoli biondi tranciati di netto come zampe di gallina da brodo, la famiglia si riunì nell’ampio soggiorno, di fronte al fuoco acceso del camino. Dopo una cena frugale a base di luganega arrosto e lattuga ubriacona, la nonna, esausta e stranamente taciturna, si licenziò.

Non trascorse più di un quarto d’ora perché un gemito spettrale attraversasse la grande bocca del camino, e un alito di cenere imbiancasse i visi dei presenti.


5 Qui, ghiro ci cova

La nonna era già a letto, ma pareva sdraiata sul tappeto. Lo scoppio era stato coperto dalle sue grida di aiuto che, all’apparenza, non avevano ragione di essere state lanciate.

Eppure, qualcosa non tornava, e l’Evelina guardò accigliata la madre, che ricambiò con lo stesso sguardo il Fracassi. Non c’era da stupirsi, visto il grande affetto che li univa.

Fu la piccolina di appena otto anni a svelare l’arcano: la nonna aveva sfondato il letto; meglio, lo aveva abbattuto, e ora giaceva poco meno che a terra, perché – e aveva ragione lei – il letto non aveva più le gambe.

Nonna si diede un’occhiata al ventre prominente. Senza dubbio si era arrotondata un poco: la cucina brianzola è ricca in grassi saturi e insaturi, non abbastanza, però, da aver provocato il tracollo. Le lenzuola erano tracimate, i cuscini sbalzati oltre lo scafo, e lei per terra con le gambe all’aria, in avaria, spiaggiata come una piovra gigante sulla battigia.

La piccola sorrise e si ficcò le dita nel naso, la grande ancora lamentava la perdita dei boccoli che piacevano tanto al fidanzatino… senza quelli l’avrebbe amata ancora? No, ne era certa, e il suo pianto suggerì al geometra di abbracciarla forte, per nascondere la ridarella che minacciava di far scoppiare anche lui.

Quattro zampette timide scalpicciavano lungo le pareti della stanza, e due crapini tondi, quattro occhi lucidi e volitivi, osservavano la scena dal sottotetto. I primi ne richiamarono altri due, poi tre, quattro e furono presto più di quaranta: centosessanta zampette, ottocento dita che battevano frementi le unghie affilate contro le travi in legno del soffitto. Una pioggia di segatura si riversò sulle teste dei cinque, che, all’unisono, guardarono per aria. Il popolo dei ghiri squittì.

Un attimo dopo, la famiglia Fracassi era riversa a terra, svenuta. Fuori dalla finestra, una nuvola nera, carica di tempesta, galoppava verso di loro. 


6 Quindici uomini sulla cassa del morto

“Sabato di pioggia da record. Chiusi parchi, cimiteri e giardini. Albero crollato sui binari del treno. Più di trenta le famiglie sfollate. Cinquanta gli interventi dei pompieri” Così titolava in apertura il Corriere quella domenica. A seguire, un articolo che il signor Fracassi non avrebbe potuto leggere, immerso fino al collo nella tragedia.

Come un vero bucaniere, si ritrova a nel cuore della tempesta. Tetti scoperchiati sorvolavano la villa e dalle finestre del soggiorno le bambine osservavano i pollai prendere il volo come la casa di Dorothy Gale, e i tacchini seguirli, in quello che era sempre stato il loro sogno: librarsi in aria come aquile impavide. Il povero Bobby si era rifugiato nella camera di fuoco del camino, spenta, grazie al cielo, dal forte vento e dall’acqua, che grondava copiosa tra le tegole sconnesse del tetto. L’Evelina, ancora febbricitante, paralizzata dal terrore alla vista del popolo di ghiri che infestava la sua casa, non era più riuscita a proferir parola: giaceva muta con le mani in mano; ogni tanto scrollava la testa, mentre sua madre combatteva armata di ramazza e ramaiolo contro la macchia nera che ne era certa infestava la casa.

Quando… un’inondazione, l’innalzamento delle falde acquifere della zona, gli occhi pollini che tutto ingoiano e rigurgitano.

Il loro terreno era un favo di cavità in depositi non cementati, gallerie superficiali, voragini nel conglomerato, livelli delle falde a bassa resistenza, una vera e propria Fossa delle Marianne:

Concorezzo, Bernareggio, Cavenago di Brianza,

Carate, Caponago, Muggiò, Seveso, Sovico,

Vedano, Verano al Lambro,

Longone al Segrino,

immersi nella ridente pianura padana, circondati dai pendii dolci della collina brianzola,

oasi di pace e tranquillità:

non erano più.

«Mr Harrow! Cane Nero! Dick! Forza ragazzi! Tutti in plancia!» urlava il novello capitan Fracassi in preda all’estasi, adrenalinico come mai era stato prima. 

«Ciurma, scardinate la porta corazzata a prua! Coraggio, maledetti bastardi, metteteci tutta la forza che avete in corpo e in animo! Perdio, pappe molli, debosciati, smidollati, fanciulline! Issa, Maria, issa! … E chiudi il becco, signor Hawkins, a quello stramaledetto pappagallo! Altrimenti lo diamo in pasto alle balene!»

Le bambine osservavano il papà urlare contro la radio, che gracidava di diluvi e apocalissi. Erano sconvolte, ma divertite. Che gioco era mai quello? Papà, papà, possiamo giocare anche noi?

«Ma certo, ufficiale di rotta, ha sottomano le carte? … E voi – rivolto ai ghiri – disgraziati che non siete altro, fannulloni mangia patate, scardinate quella porta! E alla svelta, perdio, che ne va della vita, la mia!» 

Le bimbe, arrampicate su una seggiola impagliata, afferrarono giulive la porta d’ingresso per aiutare papà: era corazzata Ariete, ma ormai docile, già scardinata dal vento. 

«Timoniere, – il capitano si rivolgeva alla suocera – inverti la rotta! Forza, afferra quel maledetto timone e vira di bordo!»

Fu una gran fatica, ma Fracassi e la ciurma di bambine erano infine in scialuppa e remavano, con quattro mestoli da minestra in rame e due tegamini ammaccati.

Il viaggio di ritorno fu duro. Cavalloni dell’altezza di condomini popolari misero la vecchia porta, zattera di fortuna, a vera prova, ma il capitan Fracassi non levò mai lo sguardo dall’orizzonte e dalla meta: la sua Milano. Dopo giorni di patimenti, tormente, mostri marini, risacche e qualche tramonto rossigno, Viale Inganni gli si parò di fronte come non l’aveva mai visto: una distesa paradisiaca di negozi, auto lucide e ben parcheggiate, tigli profumati e lampioni. Sì, soprattutto lampioni: dritti, stabili, milanesi, come piacevano a lui.

Come John Silver, il capitan Fracassi era riuscito a evitare l’impiccagione, perché la famiglia è la ciurma che più è arduo domare. Non era solo, con lui un equipaggio di due bambine e un vecchio cane sdentato, terrorizzato ma vivo e tutto intero.

In coperta, il suo tesoro era avvolto in uno strofinaccio a quadrettini: la collezione di tappi di bottiglia e lattine arrugginite delle sue scorrazzate in terra di Brianza. Ah, che bei tempi! Non li avrebbe mai dimenticati.

Ma era pronto a tornare alla sua amata poltrona, dove nessun mostruoso tacchino, suocera piratessa, moglie sprovveduta o popoli selvaggi di ghiri e affini lo avrebbero potuto disturbare.

Prima di rientrare nella vecchia casa al quinto piano, passò da un amico, che molto gli era mancato durante la sua assenza. Era l’edicolante, che ogni mattina, da più di trent’anni, gli teneva da parte il giornale.

Prese una copia del Corriere dagli espositori e gli sorrise. Era un sorriso doloroso e debole insieme, uno smarrito sorriso da vecchio. Mise la mano in tasca per prendere una moneta. 

Solo allora si accorse di stringere nel palmo una vecchia ghinea d’oro.

Immagine generata con AI generativa di Adobe Photoshop

“dipinto ad olio che ritrae un papà e due bambine che navigano il mare in piena sopra una porta remando con dei mestoli da cucina, sullo sfondo il duomo di Milano”