Anna

La prima volta aveva sentito le api.
Anna non si era preoccupata del sentire;  Anna si era preoccupata che potesse esistere una differenza di ronzio fra api e vespe, che quel senso sviluppato potesse supplire a quello che le era sconosciuto alla vista: i rumori.
No, Anna non era cieca; semplicemente sentiva come aveva sempre sentito da quando aveva memoria, da quando aveva appoggiato un suo orecchio a una parete, perché era stata chiamata, perché era così, e il così implica il fare, senza altre domande.
I suoi sei anni e le api, o erano vespe?
Quell’estate era stata punta da una vespa, sulle labbra. Stava correndo in bici, una sera calda di giugno, le prime corse autonome, senza la sicurezza delle rotelle, senza una mano salda che la teneva ferma dal sellino, e urlando al sole che tramontava si era sentita pizzicare. Una decina di secondi, e il pizzicore era diventato fuoco, dolore, pugno sferrato.
Erano api o vespe?, si chiedeva premendo l’orecchio contro la parete.
Il giorno dopo, al mare, lo aveva chiesto a quella maestra giovane che vedeva sempre prendere il sole con un costume arancione. Chissà se a settembre anche lei avrebbe avuto una maestra così giovane, una maestra dorata dal sole: “il rumore delle api è diverso dal rumore delle vespe?”, mentre la formina del pesce sputava fuori quella sabbia umida in più.
La maestra dorata le aveva risposto: “no, non credo Anna. Le puoi riconoscere dal corpo, non dal suono.”
Da adulta, invece, mentre se ne stava a letto con uno che le api le allevava si era sentita rispondere: “che fesseria! Certo che si riconoscono anche dal rumore, adesso ti faccio ascoltare degli audio su YouTube”, e mentre erano sudati e sfiancati dall’amplesso di un luglio a trentacinque gradi, avevano ascoltato quei ronzii.
Le api, o le vespe, se ne erano andate ben presto dalle sue orecchie.
Passata la prima elementare Anna non le aveva più sentite; appoggiato l’orecchio al muro non immaginava più margherite gravide di polline, cellette traboccanti di miele, mani che si agitavano nell’aria per cacciare le intruse.
Anna aveva iniziato a sentire i treni.
Forse quei piccoli animali erano stati il passaggio all’età dell’educazione, forse la dovevano traghettare al di là dei giochi sulla spiaggia, al di là dei pomeriggi passati a fissare con gli occhi semichiusi l’orizzonte che incontrava il mare, al di là delle mani callose di sua nonna che sarebbe morta pochi mesi dopo, e non le avrebbe più preparato i panini burro e marmellata.

Erano state la porta.

I treni li sentiva ogni ora del giorno e della notte, come succede veramente con i treni. Treni a tutte le ore: treni passeggeri, treni merci, treni regionali, treni ad alta velocità, treni con auto sporgenti verso le rotaie, treni con container e silos colmi di cereali, che arrivavano da lontano, via mare. Ferro che si univa al mare. Porto che si univa alla ferrovia. Nei suoi primi anni di scuola, non era mai riuscita a disegnarne uno, di treno. Le sfuggivano le forme, i colori. Il suono deformava, rendeva tutto ferraglia morente, colori sfumati negli occhi, discarica abusiva di auto assemblate da mani polacche. Il rumore distorceva l’immagine, il rumore prevaleva sull’immagine.
Quello che lei sentiva attraverso il muro era irreplicabile nella dimensione dei segni. Tutti i rumori che Anna sentiva erano a tempo, occupavano fette della sua vita, senza un particolare perché, almeno al momento del loro esordio, poi con decine e decine di perché, quando iniziarono le prime sedute di analisi.

Alla richiesta di aiuto, che poi non era nemmeno tanto di aiuto, alla richiesta di presa visione, di realtà intelligibile, che rivolgeva ai propri genitori, Anna aveva sempre ricevuto le stesse risposte: “era un sogno”, “era un incubo”, “sta tutto nella tua testa”, “te lo sei immaginato”, “devi andare a letto prima e dormire”.

E Anna ci andava a letto presto, dai sei ai tredici anni era sempre andata a letto presto. Tutte le sere alle nove, tassativo, sabato escluso dove si poteva sforare fino alle dieci, dieci e trenta, forse pure undici. E Anna dormiva, oh se dormiva, sonni beati, sonni profondi, pieni di inchiostro sulle mani, di aria frizzante di montagna, di salsedine di mare, pieni del profumo di sua madre, dell’odore della camicie di suo padre, piene del proprio corpo che cresceva, e del suo di odore.
Ma, se per qualche motivo, di notte si alzava e andava in bagno, e tornava, e quasi spinta da una forza primigenia, mostruosa, la sua testa si avvicinava alla parete, e l’orecchio aderiva lì, ed era indifferente destro o sinistro, il rumore era ovunque, arrivavano le ore di veglia, le ore di curiosità, le ore a immagazzinare la più piccola variazione di suono.

Dopo le api, dopo i treni, erano arrivati i lupi, gli ululati, conosciuti solo attraverso i film alla tv, e le prime serate al cinema con le amiche, aspettando la macchina di suo padre che svoltasse l’angolo, berlina scura fra quelle strade illuminate appena.

Notti e notti di bestie selvatiche che vivevano nelle sue pareti, tra il cappotto termico di quelle pareti, nella sua stanza; uscite dal plasma o da una sala.
Anna le sperava al caldo nei mesi più rigidi, al fresco nelle estati che si scoprivano sempre più calde, ma in fondo erano lupi, erano affamati, erano in branco, erano forti e vincenti, nulla li avrebbe feriti, spaventati, uccisi. Nulla li avrebbe zittiti. Il rosa di quella camera, che iniziava a starle stretta, li avrebbe protetti per ore e ore, custoditi in quell’infanzia che stava svanendo, scalciando.

L’ululato che le attraversava le viscere, che le pulsava nello stomaco, era diventato alfabeto, riconoscimento. Anna parlava la lingua delle bestie.

Anna capiva la fame, il cadere in amore, la paura, l’istinto di sopravvivenza e, qualche volta, sommessamente aveva risposto. Chiusa nella sua stanza, rifugiata in quel nido di adolescenza e pelle calda, aveva risposto alla sua famiglia, mentre l’altra di famiglia se ne stava in salotto a guardare la tv a volume alto, mentre il tutto sembrava addomesticato, lei ululava al capobranco, lei donna diventata lupa, annusava la selvatichezza di una parete intonacata di verde, ormai lontana da quel rosa confetto che l’aveva cullata, e sentiva la neve tra le dita, il respiro caldo di un animale che lotta per la vita. Anna era una giovane lupa che se ne andava per il mondo, nella aule del suo liceo, che digrignava i denti quando  le cose andavano male, quando le sembravano falsate, innaturali, artificiose, quando la semplicità del sentire, del percepire, del gusto tra le labbra veniva scardinata dalla menzogna, dall’inganno, dalla trappola che le avrebbe spezzato una caviglia, dal coltello che le avrebbe strappato il pelo, lasciandola sfregiata, deturpata nella sua bellezza ferina. Digrignava e annusa l’aria, e i suoi genitori scuotevano la testa, perché sarebbe terminato anche quel periodo di trambusto e follia, e cos’altro sentiva ora? Perché non la smetteva? Perché fissava tutti da lontano, rimanendo all’erta?
La prima volta che aveva fatto sesso con Lucio, lui era stato gentile, attento. L’aveva portata fino alla doccia tra le sue braccia; Lucio era alto, con le spalle larghe, Anna aveva le anche sporgenti e capelli neri e sottili che le coprivano i capezzoli. Si erano lavati insieme, in quel box profumato alla vaniglia, e Lucio, con le mani aperte sulle sue cosce, aveva catturato quei piccoli rivoli di sangue che finivano stinti tra i loro piedi, che colavano giù, nello scarico, nella terra.
Anna, una volta avvolta in un asciugamano, e ritornata in camera da letto, aveva appoggiato l’orecchio alla parete, per cercare i lupi, per capire se quel suo corpo nuovo, diverso, attraversato da scosse che non conosceva, non tratteneva, desiderato e desiderante era stato fiutato, se il suo sangue era stato riconosciuto, se, per quella notte, il pezzo più grande di carne se lo sarebbe meritato lei. Non aveva sentito nulla, aveva cambiato orecchio, aveva cambiato parete, era uscita dalla sua stanza mentre i piedi umidi lasciavano la sua identità sparsa ovunque, era andata in cucina, nella camera dei suoi, in lavanderia, appoggiato l’orecchio vicino ai panni sporchi, nel punto più nascosto della casa, nel ricovero della sporcizia, degli umori da lavare, e non aveva sentito nulla.

I lupi erano spariti. Il branco era scomparso. Era stata allevata, e lasciata, abbandonata, osservata e benedetta, data al mondo. Quando Lucio l’aveva trovata in lavanderia, accasciata a terra, l’aveva subito risollevata, ispezionata ovunque come se il suo corpo l’avesse potuta ferire, dilaniare. Aveva cercato le ferite che non aveva sentito di procurare, l’aveva tamponata con l’asciugamano per fermare un’emorragia immaginaria e poi le aveva appoggiato un orecchio sul petto, sopra il seno sinistro. E lì, non aveva sentito il cuore: aveva sentito un fruscio. Gli sembravano pini carichi di neve in una notte d’inverno, alberi in un bosco e, in lontananza, un rumore armonizzato, a tempo, un rumore di gruppo, di branco che avanzava, di corsa disperata contro il gelo e la fame, contro l’uomo addomesticato e mortale.
Le aveva raccolto i lunghi capelli in una coda, e rivestendola dell’asciugamano, aveva cancellato con l’alluce una goccia rossa. 

Immagine generata con DALL-E
“a pack of wolves runs through a snowy forest in the moonlight, impressionist painting”