Anselmo

Anselmo puntava dritto alla colma, saliva con un passo che non riuscivo a spiegarmi, ci eravamo incrociati al bivio della Balma Rossa, circa 400 metri sotto dove il crinale finiva in una balconata naturale sulla vallata. Piantato tra rocce biancastre c’era un vecchio crocifisso di legno e lui se ne stava seduto lì sotto.

Saliva e basta, aveva un passo regolare che mi tagliava il fiato, allora ero troppo orgoglioso per farmi staccare da una persona che a occhio e croce poteva essere mio nonno. Avevo 29 anni e mi consideravo un buon camminatore. A quei tempi a me delle montagne piaceva la fatica fisica del salire. Partivo la mattina presto e tornavo al tramonto, non c’erano mete e non c’erano orari. Camminavo, camminavo e basta.

«Bon Jorn», mi aveva salutato con un occitano impastato di un pesante accento piemontese. 

«Buondì», avevo risposto poco convinto. Da dove era sbucato? mi chiedevo, era mezz’oretta buona che camminavo sul crinale che porta alla Balma e non avevo nessuno davanti. Probabilmente era lì seduto da ore, conclusi. Anselmo mi chiese da dove arrivavo e dove stavo andando, anche lui saliva alla Testa Bianca quindi si mise in cammino con me. Rimase in silenzio per un quarto d’ora buono, forse era educazione o forse semplicemente mi stava studiando, io stavo

pensando al fine settimana lungo che finiva e al ritorno a un lavoro che non amavo, alla città che era millenovecento metri sotto di noi e a quest’ora probabilmente bolliva sotto il sole di inizio giugno. Vivevo a Milano, erano tre ore buone di macchina da quella valle e non avevo proprio nessuna voglia

di tornare; quindi, la Testa Bianca era diventata un’ottima scusa per quella domenica.




Arrivammo a una costruzione collassata, forse un vecchio ricovero per animali. Su una delle poche pietre rimaste in piedi con un inchiostro sbiadito c’era scritto che alla colma mancava ancora un’ora e cinquanta minuti, e da lì, sapevo, mancavano quaranta minuti alla cima. Due ore e mezza, ma tanto gli mangio sempre il tempo alle paline, potevo essere di ritorno per le quattro. Mi fermai per bere un sorso d’acqua, fu in quel momento che mi accorsi che Anselmo non aveva con sé uno zaino, saliva da solo con un bastoncino tecnico liso dal tempo e un anacronistico sacchetto di plastica blu al braccio, di quelli in cui si mette la spesa, gli chiesi se voleva un sorso, sorrise con gli occhi. Mi ringraziò ma mi disse che non aveva sete e avrebbe bevuto più avanti, mi indicava un punto preciso duecento metri sopra, mi disse che c’era una sorgente, bene, pensai, riempirò anche la mia borraccia. Forse il mio gesto generoso lo spinse ad aprirsi, comunque iniziò a parlare, a raccontarmi che faceva quella salita tutti gli anni, saliva come pegno per un amico. Saliva per portare un mazzo di fiori in sua memoria: sulla cima, nel 1975 quassù era morto un suo amico, partì da solo e non fece più ritorno. Non ritrovarono subito il corpo e molti in paese pensavano che se ne fosse semplicemente andato. Lasciava Rita, sposata da poco e un amico che si faceva un sacco di domande. Poi verso la fine dell’autunno dei cacciatori lanciarono l’allarme: lo ritrovarono ai piedi di un salto di rocce, venne riconosciuto dallo zaino e dai documenti che aveva nel portafoglio, lo riportarono in paese e gli fu data una sepoltura. Da allora tutti gli anni agli inizi di giugno Anselmo e Rita salivano alla Testa e gli lasciavano un mazzo di fiori e una preghiera.

Quel giorno era la quarantunesima volta mi disse, e cominciava a sospettare fosse una delle ultime perché la fatica era davvero tanta. 

«Sta scherzando», gli dissi, «faccio fatica a starle dietro». Lui sorrise, con gli occhi volse lo sguardo alla colma e riprese a salire.

Il panorama cominciava ad allargarsi, in lontananza faceva capolino il Monviso, il suo profilo mi rasserenava sempre, era come un punto fisso, la stella polare di quel mio periodo vagabondo. Anselmo cominciò a chiedere di me, risposi a monosillabi, non era maleducazione o scontrosità ma semplicemente non avevo molto da raccontare. Tendevo a suddividere il mondo in categorie per semplificarne l’analisi e poco era lasciato alla comprensione vera, magari era un atteggiamento superficiale ma mi permetteva di scivolare sopra le cose senza ferirmi e quello mi sembrava una ragione più che sufficiente per farlo. Mentre cercavo di spiegare ad Anselmo in cosa consiste il lavoro di web marketing manager, occupazione che riempiva le mie giornate e mi definiva da qualche mese a quella parte sentii che il mio cuore stava alzando i battiti. Il passo di Anselmo era troppo alto per il mio ritmo, questo vecchio aveva probabilmente fatto un patto con la montagna e lei gli spianava sotto i piedi i tratti ripidi. Mi fermai, tirai fiato, il sole era in stallo sopra di noi, giù in fondovalle le trattorie si riempivano di cittadini alla ricerca di un piatto di polenta e cervo e di un po’ di frescura. Anselmo si accorse della mia sosta e si fermò.

«Continui, continui pure», gli dissi, «tutto voglio tranne che rallentarla».

Mi guardò fisso negli occhi e mi disse qualcosa sottovoce, gli chiesi di ripetere, sorrise, mi disse che stava parlando tra sé e sé. Gli sorrisi e ripresi a camminare. Dopo pochissimo arrivammo al punto che aveva indicato da sotto, c’era effettivamente una sorgente che in quel periodo dell’anno sgorgava

potente e gioiosa da sotto una pietra rossastra. Anselmo tirò fuori una tazza di acciaio legata con una catenella che era riposta in una nicchia e bevve un paio di sorsi. Io riempii la mia borraccia. L’aveva messa lui quella tazza e la rimirava orgoglioso, mi disse che ne aveva già portata su una ma poi era sparita, probabilmente il vento o la neve e quindi stavolta gli aveva fissato una catenella. Gli dissi che era bello quello che faceva, che avrei voluto anche io avere un amico come lui, che dopo così tanto tempo tornava ogni anno alla cima. Mi disse che bisogna meritarsi quei gesti.

«Cosa aveva di così speciale questo suo amico?»

«Non mi tradì.»

«Non capisco.»

«La vita alle volte ti volta le spalle, e con lei quasi tutti lo fanno, ma lui non lo fece.»

«Credo di capire.»

Riprese a parlare, la voce adesso usciva più lenta, si vedeva che faceva fatica, cercava le parole giuste, mi disse che non credeva in Dio, ma che comunque su quelle cime sentiva più vicino il respiro di qualcosa di superiore a noi. Mi disse che c’era stato un periodo della sua giovinezza in cui aveva sofferto molto, che il male sta nella banalità, mi sembrò di cogliere uno strappo nella sua voce mentre lo diceva «Gli esseri umani sono cattivi, mon gojat, e sanno essere così terribilmente crudeli come altri sanno essere così grandiosamente buoni. E questo è un mistero che tutta la filosofia non riuscirà mai a spiegare e sai perché gojat?»

«No.»

«Perché la filosofia non tiene conto della materia con cui sono fatti gli uomini.»

«L’amore», pensai.

«La stupidità», mi disse, «immagina lo yin e lo yang, immagina il disco, e adesso immaginalo galleggiare in un mare di stupidità, ecco, quella è la chiave di lettura del mondo».

Sorrisi, e pensai a quanti sorrisi mi aveva già strappato. Arrivammo alla colma e fu un sollievo, la vista dall’altra parte era strepitosa.

«Quelle cime sono già Francia vero?»

«Oui»,  mi rispose e si rimise in cammino

«Cazzo», pensai, «ma non si ferma mai per più di due minuti?»

Mi misi dietro di lui, abbassai la testa e cominciai a salire, dalla colma il sentiero si perdeva, c’erano delle tracce piuttosto evidenti all’inizio, poi bisognava salire intuendo il cammino aiutati da qualche masso con su un segno di vernice bianco rossa. In alcuni punti la pendenza diventava severa, non vedevamo più l’antecima che stavamo puntando e il fondo cedeva sotto i nostri passi. Dei gracchi sulle nostre teste stavano urlando la loro gioia di essere al mondo o forse si lamentavano della nostra intrusione in quello che era a tutti gli effetti casa loro. Anselmo canticchiava e appoggiava i piedi con molta attenzione, io lo seguivo e provavo a immaginarmi se me lo fossi trovato come nonno.

La pendenza si addolcì e gli chiesi a bruciapelo del bene e del male.

«Lascia perdere quello che ti ho detto, sono solo un vecchio e ogni tanto mi lascio prendere dall’amarezza e mi sfogo».

Gli chiesi di Rita, che fine aveva fatto e come mai non saliva con lui quell’anno

«Rita è giù in paese, non sale più da qualche anno, dice che non riesce, ma mi aspetta giù, i fiori li raccogliamo insieme la mattina. Non si è più sposata da allora dice che non ce l’avrebbe fatta».

«Capisco», dissi.

L’altimetro segnava 2.917 metri, alla testa doveva mancare davvero poco, guardai l’orologio, eravamo venuti su come dei fulmini, avevo letto che nell’ultima parte c’era da appoggiare le mani e che qualche passaggio era un po’ aereo, nulla di che ma mi sarebbe piaciuto tirare un po’ il fiato prima

di arrivare a quel punto. Due tornanti più sopra dissi ad Anselmo di continuare che ci saremmo visti in cima, volevo salire al mio ritmo.

Rallentai un poco il passo e, come succede spesso, il trovarmi da solo mi mise di fronte al panorama incredibile che si stava aprendo ai miei occhi, salii e la fatica cominciò a farsi sentire, mi resi conto di diventare solo corpo, la mente svuotata, polmoni che respiravano, cuore che pompava e muscoli che salivano, non c’era altro, il rumore incessante dei pensieri nella mia testa, il caos che si accavallava e che cercavo di ordinare e chiamare flusso di coscienza, tutto quel brusio che faceva da sottofondo nella mia vita cessa, una meditazione in movimento. Diventai sangue e muscoli e ossa e di colpo sentii di far parte di quel panorama, le gambe erano prolunghe della montagna, i miei

occhi scorgevano riflessi diversi, il vento mi parlava e lo stambecco era mio fratello, i gracchi i miei amici.

In quel preciso momento se si fosse avvicinato un lupo gli avrei parlato sorridendo.

È difficile da spiegare il momento in cui il corpo va avanti e basta, non c’è un comando, non è il cuore o l’idea, è solo il costante mettere un piede dopo l’altro.

Uno solo, ma continuamente.

Arrivai alla prima catena che neanche me ne accorsi, la trovai davanti che pende da un piccolo camino, lo superai agevolmente senza bisogno di usarla, uscii e vidi il passaggio di cui parlano i blog, è una cengia con un paio di passaggi obbligati, effettivamente è un po’ aereo ma sembrava molto più brutto in foto. Passai lentamente e osservai le mie mani sulla roccia, la pietra era calda e mi restituiva un appoggio solido. Mi divertii a pensare a come sarebbe passato Anselmo: col ritmo che teneva l’avrà fatta saltellando.

Intravidi la croce di vetta, gli ultimi massi li passai di slancio, arrivai in cima e ritrovai Anselmo a torso nudo che si stava asciugando.

«Bella vista eh?» mi disse.

«Wow», risposi semplicemente

Da lassù si vedeva praticamente tutto l’arco alpino occidentale, il Marguareis, l’inconfondibile Argentera e poi il Queyras dietro di noi e risalendo quello che potrebbe essere il Gran Paradiso e poi, immancabile, il Monte Rosa.

«Dio che spettacolo».

Anselmo mi aveva aspettato per posare i fiori, poco sotto la croce una placca in cemento con su scritto un nome, due date e la firma “I tuoi amici”. Guardai Anselmo e pensai a chissà quanti erano quelli che sono saliti il primo anno e a come si sono ridotti negli anni, per restare in due per molto tempo e poi infine, solo lui. Credo avesse intuito i miei pensieri, alzò le spalle e mi disse che è ora di scendere che il vento lo sta raffreddando troppo e alla sua età non può permettersi di ammalarsi. Giusto, pensai, vorrai mica riposarti? 

Mi stampai nella retina quel paesaggio che sarebbe servito a farmi sopravvivere a un’altra settimana di cemento, metropolitana e luci al neon poi mi buttai giù nella discesa, inutile a dirsi, Anselmo mi era già davanti di una cinquantina di metri. Il primo pezzo lo feci con molta attenzione, passato quello mi divertii a caracollare giù per il pendio riempiendomi gli scarponcini di ghiaia e sabbia fine. Raggiunsi quasi subito Anselmo che procedeva sempre con lo stesso passo lento e continuo.

La discesa era silenziosa, quasi che l’aver compiuto il rito svuotasse i passi del significato che avevano in salita. Arrivammo alla colma e mi fermai a riflettere, volevo chiudere la salita con un sentiero che da lì proseguiva sul crinale e poi scendeva diretto un paio di chilometri più avanti però ci rinunciai, avevo trovato un amico e non voglio lasciarlo proprio ora.

Ci fermammo di nuovo alla sorgente, mi sciacquai la faccia dal sudore che mi appiccicava i capelli alla fronte, il sole stava cominciando a scendere e il vento che prima era solo sulle cime si faceva sentire anche qui in basso, eratutto così meravigliosamente perfetto da farmi credere di essere in un sogno.

«Cambia il tempo, meglio muoversi».

Aveva ragione lui, da fondovalle salivano dei nuvoloni carichi. Gli chiesidi lui, se era sposato, se aveva figli. Mi disse che viveva da solo, che aveva avuto una moglie ma che poi se n’è andata e che da solo sta bene, che aveva una sorella e parecchi nipoti. Viveva a Castelrotto, dove ha sempre vissuto e in tutta la sua vita non è mai andato così lontano da non poter vedere il profilo delle sue montagne.

«Anzi un paio di volte ci sono andato, quando mi hanno mandato a fare il militare in Friuli, e lì ho imparato a conoscere il profilo di altre montagne e a salirne i fianchi e poi una volta che ma molhèr voleva andare al mare e ci siamo andati che le donne, ricordati, vanno sempre ascoltate». 

Arrivammo alla Balma Rossa che io gli ho già raccontato di me, di come faccia fatica a trovare un posto che mi soddisfi in questo mondo e di come mi senta a casa solo lassù, lontano da tutto. Gli dissi che coi primi soldi che avrei guadagnato volevo comprarmi una baita e ristrutturarla per passare più tempo

tra quelle cime. Mi rispose che ero un po’ matto e che tutti i giovani di Castelrotto con cui parla ne hanno le balle piene e continuano a sognare Milano e che i pochi milanesi che si avventurano da quelle parti dicono che vorrebbero lasciare la città per quei boschi.

«Dici che non siamo mai contenti di quello che abbiamo?»

«Nella vita continuiamo a pensare al domani finché arriva il momento in cui il domani non c’è più e ci accorgiamo che dovevamo vivere l’oggi»

Arrivammo al parcheggio da cui eravamo partiti, ci bevemmo una birra nell’unico bar del paese che funge anche da negozio di alimentari, cartoleria, tabacchi e probabilmente un’altra decina di servizi.

La birra scendeva in modo fantastico, arrivò Rita ed Anselmo me la presentò: era un’incontenibile vecchietta. Il classico stereotipo di quella che potrebbe essere la zia nell’immaginario collettivo. Prima di andare via chiesi il numero di Anselmo, non perdiamoci di vista, ci diciamo. Poi per undici mesi non ci sentiamo.



L’ho chiamato l’anno dopo.
«Anche quest’anno sali il due giugno?», è sorpreso, mi dice di sì.

E così dal 2 giugno 2017 saliamo insieme. Prassi consolidata, si sale, piccolo omaggio floreale, si scende, birretta e poi undici mesi di silenzio.

Fino a quest’anno. Il 22 aprile mi chiama Rita: Anselmo se n’è andato portato via dalle complicazioni di una polmonite dovuta al Covid 19.

Rimango pietrificato, passo un mese a pensare a lui e poi la decisione. Chiamo Rita: «quest’anno prepara due mazzi di fiori!».

Immagine generata con DALL-E
two bouquets of flowers on top of a mountain; impressionist painting